UN GOVERNO OLTRE ANGELA MERKEL

Articolo comparso su Rivista il Mulino

Chissà che cosa avrebbe pensato Willy Brandt leggendo il patto di coalizione che porterà di nuovo un socialdemocratico, Olaf Scholz, alla cancelleria federale. Il prossimo Bundeskanzler, proprio per annodare un filo con il famoso predecessore, ha voluto intitolare il corposo Koalitionsvertrag, oltre centosettanta pagine, con la formula «Osare più progresso», che ricorda quella che Brandt usò nel suo discorso programmatico al Bundestag nell’autunno del 1969 «Osare più democrazia» e che segnava un terremoto politico: vent’anni dopo la fondazione della Bundesrepublik, il cancellierato non sarebbe andato ai conservatori, che finivano addirittura all’opposizione. Scholz deve aver pensato a questa circostanza perché dopo sedici anni di governi Merkel, Cdu e Csu non faranno parte del governo, sebbene allora Brandt era stato per poco meno di tre anni vicecancelliere nella prima (e unica) Grande coalizione della Repubblica di Bonn, mentre i socialdemocratici hanno condiviso ben dodici dei sedici anni del cancellierato di Angela Merkel. Insomma, il cambio al vertice è meno radicale di quello che possa sembrare, certamente assai meno di quello determinatosi alla fine degli anni Sessanta.

Del resto, la formula scelta appare meno immediata di quella usata da Brandt, programmaticamente più chiara perché connessa alle rivendicazioni che provenivano da una parte maggioritaria della società. Stabilire, invece, cosa sia il «progresso» è questione a dir poco complicata. Leggendo il piano viene confermata la proposta che anche Merkel ha fatto in questi anni: per salvare l’ambiente e il pianeta serve appunto Fortschritt, vale a dire ricerca, sviluppo, scienza, con la politica e le istituzioni chiamate a indirizzare e favorire questo sforzo di trasformazione dell’intero sistema economico e produttivo.

Quanto questa soluzione, per molti insufficiente, sarà apprezzata dai movimenti ecologisti è cosa da verificare, ma è probabile – anche stando alle primissime reazioni dopo la presentazione del piano – che saranno proprio i Grünen a dover fare i conti con le maggiori contraddizioni che emergeranno tra le ambizioni dei movimenti e le politiche del governo.

Indubbiamente, l’accordo fra tre partiti è di per sé una novità importante ed è un bene che la democrazia tedesca dimostri questa capacità di elasticità e adattamento. Ma, d’altro canto, c’è il rischio che si ripresenti un fenomeno già osservato con la Grande coalizione: gli accordi, essendo particolarmente fragili, vanno discussi e conclusi soprattutto in sede extraparlamentare, per evitare l’emergere di crisi di sistema, con la conseguente progressiva marginalizzazione del Bundestag.

Il programma è indubbiamente innovativo sotto il profilo dei diritti civili: è una delle parti che per chiarezza difficilmente non si può invidiare. Abbassare l’età per il voto, semplificare le pratiche per la cittadinanza – questa una scelta che continua e migliora il lavoro fatto da Schröder e Fischer vent’anni fa – riconoscere il contributo degli ex Gastarbeiter allo sviluppo della società – un riconoscimento non solo formale ma sostanziale con procedure più semplici per la doppia cittadinanza – e poi gli interventi per le persone transessuali, la vendita legale della cannabis e l’eliminazione dell’odioso articolo del Codice penale che vieta, persino ai medici, di informare sulle pratiche di aborto, divieto che rende per una paziente impossibile sapere se il proprio ginecologo o la propria ginecologa praticano l’interruzione di gravidanza fino a quando non dovessero trovarsi nella malaugurata condizione di averne bisogno.

Si tratta di misure che rappresentano un riallineamento del Paese legale a richieste che ormai vengono da gran parte della società. Ed era quasi scontato che un governo senza i conservatori e con forze politiche su questi aspetti estremamente avanzate come Verdi e Liberali ci fosse uno scatto rispetto agli ultimi anni. Probabilmente sarà la «pancia» della Spd quella più scettica rispetto ad alcune di queste misure.

È interessante notare, invece, l’attenzione quasi ossessiva per il cambiamento del sistema produttivo e tecnologico. La svolta «verde» dovrebbe realizzarsi qui: elettrificazione di tutta l’industria, investimenti per il passaggio a un’economia di fonti rinnovabili, iniziando dall’idrogeno. Ancora l’impegno a raddoppiare nazionalmente il trasporto di persone su ferro, ad aumentare del 25% quello delle merci e a elettrificare il 75% del sistema ferroviario. E ancora: 80% di tutta l’energia elettrica necessaria e 50% della produzione di calore tramite rinnovabili entro il 2030, uscita dal carbone idealmente entro il 2030, neutralità climatica completa entro il 2045. Il programma è molto interessante e non a caso Christian Lindner della Fdp ha detto in conferenza stampa: «È il piano più ambizioso di un Paese industriale». Tuttavia, è un piano che su alcuni aspetti tace.

Sulle ricadute geopolitiche, ad esempio, che si vanno ad affrontare scegliendo alcune risorse e i Paesi con i quali trattare. Non è questione da poco, perché presuppone un’analisi dei partner e delle relazioni internazionali e anche di quelle continentali, sulle quali lo scontro nel governo potrebbe essere considerevole: agli Esteri andrà Annalena Baerbock che ha spesso mostrato un approccio molto ideologico alle questioni di politica internazionale. Si prenda, ad esempio, la singolare formulazione scelta per le questioni digitali (che pure costituiscono un elemento centrale, visto che la digitalizzazione attraversa tutti gli aspetti, dalla salute, ai diritti dei cittadini, alla mobilità e per le quali il diritto europeo andrà modificato per consentire l’intervento dello Stato in settori rilevanti per la sicurezza): «Escluderemo dalle parti critiche delle infrastrutture imprese alle quali non è possibile prestare fiducia», che oltre ad un’affermazione ovvia, non permette di capire quanto su questi aspetti ci si separerà dalla linea sin qui seguita. Vale a dire camuffare i progetti che hanno anche ricadute politiche e geopolitiche (il Nordstream 2, vista «l’irrinunciabilità» del gas naturale, e il 5G con la presenza di Huawei) esclusivamente come questioni imprenditoriali. Una soluzione che fino ad oggi ha avuto un discreto successo, ma che difficilmente potrà essere adottata nel lungo periodo.

C’è poi l’aspetto della sovranità strategica europea (in particolare per salute, materia prime, energia e digitale) che merita qualche considerazione. Il programma si caratterizza per definire alcuni progetti per la Germania – e in subordine per il resto del continente – come, ad esempio, la produzione autoctona (il riciclo e lo smaltimento) delle batterie e dei semiconduttori e delle reti 5G (tramite un Consorzio europeo).

Qui da un lato c’è una ovvia necessità della disponibilità in Europa di determinati beni, emersa in modo drammatico con la pandemia, ma lo stesso Governo federale avrà da discutere, quando da questi principi dovranno essere sviluppate politiche concrete, per evitare i rischi di un ritorno al protezionismo su scala globale e, per certo aspetti, anche su quello continentale. Il patto si sofferma su alcuni aspetti di trasformazione istituzionale: avviare una fase addirittura «costituente», un sistema elettorale unico europeo, il sostegno tedesco al sistema dei capilista per l’elezione del presidente della commissione, un vero ministro degli Esteri europeo e generiche proposte di implementare Next Generation, dove il nodo sembra essere una Corte di giustizia più attenta al rispetto dei Trattati.

In realtà è proprio sugli interventi di convergenza industriale e produttiva che sarebbe lecito attendersi nei prossimi anni un aumento dell’integrazione europea. Tra le righe, sembra emergere la consapevolezza tedesca di dover avviare e guidare il processo – anche in ragione della propria struttura industriale – e in questo senso va anche letta la riaffermazione dell’idea dell’Europa a due velocità: come se sulla questione della sovranità la Germania sia disposta a condividere ma non può accettare ritardi. Che sia un cancelliere socialdemocratico a dover spingere proprio su questi aspetti – e che probabilmente lo metterà anche in conflitto con alcuni partner europei – rappresenta forse da un lato la classica ironia della storia ma anche il più grande cambiamento rispetto alla fase della «concertazione permanente» che ha contraddistinto i sedici anni di Angela Merkel. Se da un lato è lecito attendersi le nuove antiche polemiche contro la «germanizzazione» dell’Europa, è altrettanto necessario capire, per un Paese come l’Italia, così incardinato nella catena di valore tedesca, le profonde ripercussioni che questa trasformazione del sistema produttivo della Germania avrà anche per noi: evitare polemiche sterile e andare a vedere le «carte» del governo tedesco potrebbe rappresentare anche per noi un’opportunità.

Infine, se il giallo dei Liberali appare il colore dominante del patto, scompare il rosso più acceso della sinistra Spd. Non c’erano dubbi: Cancelliere sarà quell’Olaf Scholz che era stato sconfitto nel congresso interno del suo partito. Tuttavia, il programma, al di là di alcuni elementi interessanti, come le pensioni e un impegno straordinario sulla casa (il patto puntata tutto sul costruirne di nuove, con interventi poco più che cosmetici sulla parte normativa a tutela degli inquilini), sembra fermarsi al salario minimo (a dodici euro). Persino la parte sui Consigli di azienda e sulla riqualificazione della Mitbestimmung pare poca cosa. La sinistra interna della Spd dovrebbe seriamente riflettere se sia stata una buona idea puntare tutto su un aumento del salario minimo – misura, comunque, a carattere residuale – e non su un serio intervento nel diritto del lavoro in quello sindacale, pietra angolare di tutto il sistema delle relazioni industriali tedesche. Una lezione dalla quale forse anche le sinistre europee dovrebbero riflettere.

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