La Germania che guarda all’Est, 50 anni dopo Brandt a Varsavia

Articolo pubblicato sull’Atlante Treccani

È il 7 dicembre 1970, un uomo, improvvisamente, s’inginocchia di fronte al monumento della rivolta nel Ghetto di Varsavia. È Willy Brandt, cancelliere tedesco da poco più di un anno. Il gesto è spontaneo, i suoi collaboratori sono stupiti, alcuni erano già nelle auto, per continuare la visita di Stato. La foto fa il giro del mondo. Nelle sue Memorie Brandt ricorderà: «Di fronte all’abisso della storia tedesca e sotto il peso di milioni di essere umani assassinati, feci quello che gli uomini fanno quando la parola viene a mancare».

Brandt si era recato a Varsavia dopo essere stato, nell’agosto del 1970, a Mosca. Era evidente che la sua Ostpolitik, la politica verso Est, termine che non piaceva allo statista tedesco, avesse bisogno del sostegno sovietico. Era indispensabile, certamente, anche il nulla osta di Washington, ma, come ha scritto Giovanni Bernardini: «La Ostpolitik […] si fondava su un postulato che la rendeva costitutivamente diversa dal progetto di Nixon e potenzialmente pericolosa per esso: la fiducia nel possibile mutamento del sistema sovietico in senso pacifico e pluralista».

Tuttavia, dopo Mosca la scelta di Varsavia non era casuale: la Polonia era la terra che, dopo l’Unione Sovietica, aveva sperimentato la ferocia del regime hitleriano. Auschwitz era in terra polacca. Ma era anche una delle terre dalle quali, alla fine della guerra, milioni di tedeschi erano scappati per rifugiarsi a Occidente. Una ferita ancora aperta, con parte della politica della Repubblica federale che continuava a reclamare quei territori (non a caso, la Bundesrepublik si diceva fosse ‘identica’ al vecchio Reich e che dunque vantasse diritti sulla vecchia ‘Prussia orientale’). Ecco perché l’immagine del cancelliere inginocchiato costituirà certamente una delle ragioni del conferimento a Brandt del premio Nobel per la Pace l’anno successivo, ma non sarà esente da critiche. In Polonia (perché il cancelliere tedesco, inginocchiandosi davanti al memoriale del Ghetto, avrebbe dimenticato le altre vittime della furia nazionalsocialista) e nella stessa Repubblica federale, con lo Spiegel che si chiederà se a Brandt fosse permesso di inginocchiarsi, vale a dire se un Capo di Stato, che rappresentava tutta la nazione, potesse compiere un gesto simile, equiparando così la nuova Germania alla vecchia dittatura di Hitler, ormai sepolta, evitando che il passato passasse davvero. Si evidenzia così, ancora una volta, quanto lunga, complessa, faticosa e contraddittoria sia stata ‘l’elaborazione del passato nazionalsocialista’ nella Repubblica di Bonn.

Come già nel viaggio moscovita, il cancelliere federale aveva firmato in Polonia un trattato (sui fondamenti per la normalizzazione delle relazioni reciproche), continuando così a tessere la tela della sua Ostpolitik e, proprio da Varsavia, in un memorabile discorso televisivo rivolto ai suoi concittadini, si rendeva conto delle tante ferite ancora aperte della storia, era consapevole della necessità di accettare l’eredità nazionalsocialista («Ciò che ad agosto vi dissi da Mosca, care concittadine e concittadini, vale anche per il Trattato con la Polonia: con esso non rinunciamo a nulla che non sia già andato perso»: e qui era chiaro il riferimento ai territori a est persi per le scelleratezze del nazionalsocialismo, a cominciare dall’aver scatenato la guerra), ma considerava la pace un obiettivo concreto da raggiungere e, soprattutto, la riconciliazione in un’Europa unita e solidale.

Il senso più autentico della Ostpolitik stava proprio, lontano da ogni sua riduzione a politica puramente idealista e, come tale, quasi irripetibile, nel suo profondo realismo. Brandt sapeva che la divisione del mondo in blocchi contrapposti, ideologici e geopolitici, che tagliava in due il vecchio continente, non poteva essere oggetto di trattativa tra la Germania federale e l’Est Europa. Tuttavia, qui la profonda distanza con i conservatori e con lo stesso Adenauer, Brandt riteneva possibile rendere quella divisione porosa, relativizzarla, definire un confronto con l’Est che puntava al suo pluralismo interno e che, dunque, ne rifiutava la definizione come puramente ‘totalitario’ (vale a dire dello stesso genere del nazionalsocialismo), come pure facevano moltissimi tra gli studiosi della guerra fredda (e che quasi vent’anni dopo saranno colti di sorpresa dalle rivoluzioni, in buona parte pacifiche, nei Paesi del socialismo reale). Guardare all’Est come una caratteristica quasi naturale della Germania e del resto d’Europa e farlo senza ambizioni di dominio ma in spirito di fratellanza e di pace.

Ma significava anche fare i conti con l’impossibilità di rimuovere il peso dell’eredità nazionalsocialista e della sua presenza nella fondazione e nel futuro della Repubblica federale. Altro che identità con il vecchio Reich, come pure sosteneva il Tribunale costituzionale federale, con cui lo scontro, ai tempi della coalizione social-liberale, guidata da Brandt, fu molto acceso.

Nonostante Richard von Weizsäcker, ex presidente federale tedesco, per i trent’anni del gesto avesse scritto che l’allargamento dell’Europa a est iniziò proprio quel giorno, la situazione attuale tra l’Est e l’Ovest dell’Europa è più tesa che mai e certamente non solo per le recenti polemiche sulla clausola dello Stato di diritto o il rifiuto di votare il Piano per la ripresa dell’Europa. Da più parti si richiede una ‘nuova’ Ostpolitik, rivolta in particolare verso la Russia, un tema che sta particolarmente a cuore a molti tedeschi, anche perché la stessa riunificazione tedesca del 1990 non sarebbe mai stata nemmeno concepibile senza l’assenso dell’allora URSS. O, addirittura, verso la Cina e alla sua Nuova Via della Seta.

Tuttavia, al di là di queste valutazioni quantomeno troppo ottimiste sul futuro dell’Europa, il rapporto con i Paesi dell’Est, il cosiddetto Gruppo di Visegrád, appare sino ad oggi il vero limite delle politiche tedesche di questi ultimi anni e il grande fallimento del cancellierato di Angela Merkel, a riprova che un’egemonia economica non si traduce automaticamente in quella politica. La cancelliera tedesca ha, nel corso degli ultimi anni, trascurato i rapporti con questi Stati, lasciando che il malcontento divenisse aperta ostilità. Pochi rammentano, però, che alla fine degli anni Novanta, l’allargamento a est dell’Europa voluto anche dalla Commissione europea di Romano Prodi, rappresentava per molti la grande sfida con cui il continente era chiamato a misurarsi. Ne parlò il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer nel suo celebre discorso alla Humboldt Universität di Berlino nel maggio del 2000, con il quale propose cambiamenti istituzionali specifici per affrontare l’allargamento e che in buona parte restarono lettera morta.

Quella sfida non fu raccolta, l’integrazione dei Paesi ex comunisti vissuta quasi come un automatismo da accettare per ragioni geopolitiche (in funzione antirussa o antiamericana, a seconda delle interpretazioni) e con il tempo essi si sono sentiti sempre più lontani da Bruxelles e dall’Occidente europeo. Con una significativa novità rispetto a cinquant’anni fa: se allora le tensioni tra l’Est Europa e la Russia erano di fatto celate e politicamente disattivate dalla ‘fratellanza’ socialista, per cui come abbiamo già ricordato, Brandt iniziò la sua Ostpolitik proprio da Mosca, oggi, al contrario, un miglioramento delle relazioni con la Russia di Putin passa necessariamente dal pieno coinvolgimento dell’Est Europa. Qui Angela Merkel è venuta meno al suo tradizionale pragmatismo, ha ignorato il crescente malcontento nell’Est, forse convinta (o sperando) che si sarebbe integrato ‘istituzionalmente’ nel tortuoso meccanismo giuridico dell’Unione Europea. Chiunque entrerà nella cancelleria tedesca dopo le lezioni del 2021 dovrà necessariamente tenerne conto.

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