Quindici anni di Angela Merkel

Quindici anni fa Angela Merkel giurava da Cancelliera federale. La fisica venuta dalla DDR – che al termine del giuramento pronunciò, forse consapevole dell’enormità dell’incarico, anche la formula “con l’aiuto di Dio” (so wahr mir Gott helfe) – sostituiva il socialdemocratico Schröder, che nel 1998 aveva preso il posto di Helmut Kohl, con il quale Merkel aveva mosso i suoi primi passi in politica. Nel 2005 negli Stati Uniti c’era George Bush, nel Regno Unito Tony Blair, in Spagna Zapatero mentre in Italia c’era ancora Berlusconi, ma sarebbe stato sostituito pochi mesi dopo da Prodi che avrebbe formato un (traballante) governo per i successivi due anni fino alla nuova vittoria di Berlusconi nel 2008. Un altro mondo.

La Cancelliera ha annunciato da tempo che questo sarà il suo ultimo mandato e non si ripresenterà alle elezioni federali del prossimo anno. Che saranno, dunque, le prime nella storia tedesca dal dopoguerra a non veder partecipare direttamente alla campagna elettorale il cancelliere in carica. E lei potrà uscire di scena senza essere mai stata sconfitta nelle urne.

Nonostante molti osservatori negli ultimi quindici anni l’abbiano descritta come costantemente in difficoltà, è stata la politica più longeva del dopoguerra, a dispetto delle tante crisi affrontate: appena in carica, si ritrovò la bocciatura della Costituzione europea da parte di francesi e olandesi. Se oggi l’Unione europea è ancora qui, lo si deve soprattutto alla Cancelliera tedesca e alla sua mediazione per definire i Trattati di Lisbona, testi in pieno stile ‘Merkel’: poca visione, molto pragmatismo.

In quindici anni ha cannibalizzato i suoi avversari nel partito (è odiatissima dalla destra interna, ormai minoritaria) e gli alleati, i liberali della FDP o i socialdemocratici. Ha guidato coalizioni diverse e ha fatto della CDU l’ago della bilancia della politica tedesca (sebbene, a fine anni Novanta, “stavamo per fare la fine della DC italiana”, ha ricordato al congresso del 2018). E, tuttavia, in un mondo di maschi convinti di dover passare da soli alla storia, la Merkel non ha mai pensato che la politica si riducesse alla propria figura. Ha rispettato il ruolo dei partiti (a cominciare dal suo, non avendo mai pensato di “bombardare il quartier generale” ) e quello delle forze sociali, a partire dai sindacati; con lei si sono formati tantissimi politici, non necessariamente a sua immagine, che guideranno la Germania del futuro: Ursula von der Leyen, diversissima dalla Cancelliera e oggi a capo dell’Europa, ne è un esempio.

La crisi economica del 2008, divenuta crisi dei debiti sovrani, il caso Grecia, quella dei migranti nel 2015 e quella che stiamo ancor vivendo, il Covid. Ad ogni crisi, veniva profetizzata la sua fine: nel 2015 scelse l’accoglienza, pagò con la crescita dei populisti di destra e ne accettò le conseguenze. Quando decise di dimettersi da presidente della sua CDU, in molti scrissero il suo coccodrillo. La cancelliera, invece, preparava la seconda fase del suo ultimo governo: libera dal partito e dalle mediazioni con gli alleati, avrebbe inaugurato uno stile più diretto e più ‘presidenziale’. Altro che ‘azzoppata’.

Esattamente come negli ultimi mesi, quando ha tenuto in piedi il sistema federale tedesco, responsabilizzando i Presidenti dei Länder e mantenendo ferme alcune scelte, imposte, con i giusti tempi, a tutto il territorio nazionale. Quella che appare indecisione è di solito pazienza, prudente attesa ed evitare di forzare subito la situazione: il tempo è stato di solito il suo alleato più prezioso. Così nel 2005 convinse la SPD a mollare Schröder che aveva escluso la Grande coalizione con i conservatori e nel giro di poche settimane si ritrovò da solo, rimettendoci la poltrona di Cancelliere. Così ha trattato con Putin sull’Ucraina, ha ricondotto Tsipras a più miti consigli, ha tenuto aperta una linea diretta con Erdoğan, così gestisce i rapporti con la Cina e con i sempre più lontani americani (nonostante l’ottimo rapporto personale con Obama).

Merkel è stata la cancelliera tedesca che, ben più di Schröder, ha dovuto fare i conti con la dimensione della Germania post riunificazione e inventarsi una politica che fosse tedesca ed europea allo stesso tempo. I suoi più grandi fallimenti restano le promesse di una mai realizzata politica sull’immigrazione e la situazione con gli Stati dell’Europa orientale, con i quali, nonostante l’egemonia economica tedesca, la Cancelliera non ha mai costruito un rapporto politico solido ed efficace.

Ancora oggi, la quasi totalità degli osservatori non è riuscita a inquadrare chiaramente la lunga stagione merkeliana. Nazionalista? Sovranista? Europeista? Angela Merkel ci farà impazzire anche quando sarà andata via per dare un giudizio sul suo lunghissimo cancellierato.

Tra meno di un anno, non sarà più cancelliera. Lo ha deciso lei. Ha capito che il momento è giunto: il suo stile di governo è invecchiato e, sebbene funzioni ancora molto bene, il paese e l’Europa devono liberarsi della sua confortante presenza. È ormai diventato un’abitudine, persino tra i suoi avversari, aspettare le decisioni di Merkel: di fronte a ogni crisi, tutti si aspettano che la cancelliera trovi una soluzione. Che un compromesso può essere trovato solo da Merkel. E questa fiducia allenta le responsabilità degli altri attori e determina soluzioni sempre più al ribasso. Merkel è stata un’artigiana che ha lavorato con il materiale che aveva a disposizione. Una ‘visione’ non l’ha mai avuta: fedele al pragmatismo del socialdemocratico Schmidt che, a chi gli parlava della necessità proprio di una visione, consigliava di andare dal medico! Questo approccio ‘a vista’ non basta più, dal prossimo anno la Mutti (la mamma) va in pensione. La Germania e l’Europa dovranno imparare a fare a meno di lei. E non può che essere un bene.

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