Sulla Ostpolitik – Recensione a “Was nun?”

Recensione apparsa su ARO.

A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, lo storico Peter Brandt cura e pubblica un documento di Egon Bahr, l’‘architetto’ della Ostpolitik di Willy Brandt, redatto tra la fine del 1965 e l’inizio del 1966. Un reperto interessantissimo che enuclea una road map relativa a una nuova politica per l’unificazione della Germania della BRD. È da questa prospettiva che si coglia tutta la distanza tra la politica dei conservatori e quella dei socialdemocratici, che potrà realizzarsi a partire dalla risicata vittoria elettorale di Brandt nel settembre 1969.

Nell’Introduzione, non a torto, Brandt ricorda la svolta in politica estera della SPD alla fine degli anni Cinquanta, con l’abbandono del Deustchlandplan, e la presa d’atto della nuova costellazione internazionale, in particolare del tentativo da parte degli Stati Uniti di avviare una fase di coesistenza con l’Unione sovietica. Ecco perché, a partire dagli anni Sessanta, sono i conservatori a entrare in crisi, paradossalmente anche a causa del Muro che cementifica la divisione tedesca e allontana sine die la prospettiva di una riunificazione. Tant’è che nelle prime pagine, Bahr sintetizza efficacemente: «Nessuno può dire quando terminerà la divisone tedesca. … È comico parlare di una provvisorietà della Repubblica federale».

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Sin dall’inizio, la polemica di Bahr è rivolta alla passività della politica di Adenauer, vale a dire l’idea che, quanto prima, la divisione tedesca sarebbe stata superata (da qui la provvisorietà) e, dunque, sarebbe stato sufficiente aspettare questo momento. Recentemente, Robert Kagan, nel saggio The New German Question. What happens When Europe Comes Apart? (apparso sulla rivista «Foreign Affairs», 3/2019)   ha definito la politica di Adenauer come  segnata da un pro Western idealism (io direi piuttosto ‘ideologica’) contrapponendola proprio al ‘pragmatismo’ di Brandt, perché incastrava la questione tedesca nel più generale scontro, ideologico e geopolitico, tra Est e Ovest, tra Occidente liberale e Oriente comunista. In questo senso, la DDR doveva continuare a essere non riconosciuta, come postulato dalla dottrina Hallstein. È dunque, più che condivisibile il giudizio di Brandt secondo il quale se è vero che la politica di Adenauer di una piena integrazione della BRD nel mondo occidentale si sia rivelata efficace, va anche ricordato che essa non avrebbe mai potuto reggere per quarant’anni la prova di una doppia statualità della nazione tedesca.

La critica di Bahr a Adenauer è radicale: alla domanda che apre lo scritto «E adesso?» La risposta («creare nuovi rapporti e legami umani») deriva direttamente dall’esperienza maturata con Brandt nel dicembre 1963, due anni dopo la costruzione del Muro, quando, nonostante le tante difficoltà, si arrivò a un accordo per la concessione di lasciapassare affinché le famiglie berlinesi potessero riabbracciarsi. È necessario, dunque, attivarsi: senza disconoscere le alleanze internazionali esistenti, come pure senza dimenticare la consapevolezza che la questione tedesca chiama in causa le quattro grandi potenze che hanno combattuto insieme la guerra contro il nazionalsocialismo, occorre prendere atto della crescente autonomia della DDR dalla politica dell’Unione sovietica (per cui la stessa nozione di zona occupata dall’Armata rossa era divenuta riduttiva e controproducente, per quanto forte fosse il legame tra Mosca e Berlino Est) e dell’esistenza di uno spazio d’azione anche per Bonn per allievare, ridurre e superare la divisione tedesca.

Questa impostazione, celata dietro la necessità di nuove responsabilità che la politica federale dovrebbe assumere, costituisce la premessa per una ‘nazionalizzazione’ della questione tedesca, diverge radicalmente dalla politica di Adenauer e sarà poi alla base del successo della Ostpolitik, che, dunque, non può essere rappresentata soltanto come una declinazione tedesca del clima internazionale di disgelo. Ad esempio, commenta lucidamente Bahr, continuare a isolare la DDR si rivela un errore, perché non fa altro che aumentarne la dipendenza da Mosca: una Germania Est capace di reggersi sulle proprie gambe rappresenta il presupposto della riunificazione, non la sua negazione.

La proposta di Bahr si addentra nelle complesse indicazioni del Tribunale costituzionale federale, guardiano di un obbligo alla riunificazione che impegnava tutti i poteri costituzionali e che aveva definito la BRD identica – dal punto di vista del diritto internazionale e di quello costituzionale – al Reich, dunque unica casa nazionale legittima del popolo tedesco. Questa impostazione giuridica impediva ogni alternativa alla politica di opposizione totale alla DDR (e venne ancora usata a metà degli anni Settanta per depotenziare la Ostpolitik). Per aggirare la ferrea giurisprudenza costituzionale, Bahr suggerisce di rendere progressivamente superflue le alleanze esistenti, tanto la NATO (che proprio in quella fase viveva, come del resto oggi, una tensione tra Washington e Parigi, che porterà all’uscita della Francia dal Comando integrato) quanto il Patto di Varsavia (ma, ovviamente, non la superiorità militare delle due Superpotenze), tramite un sistema di sicurezza collettivo europeo e di avviare un processo per tappe che abbia come termine e presupposto proprio la riunificazione. Bahr dedica molto spazio all’Europa, senza risparmiare una critica pragmatica: se l’Europa è la Comunità economica, allora un suo allargamento non può che essere, al momento, dannoso, soprattutto verso i paesi dell’Est, che vivrebbero quell’allargamento – e così anche Mosca – come una chiara annessione. Un monito che gli europei e gli statunitensi avrebbero dovuto seguire negli anni Novanta e fino ai giorni nostri, ad esempio, con l’allargamento della NATO.

Il quinto passaggio della road map prevedeva elezioni pantedesche e la redazione di una nuova Costituzione, così come sancito dall’articolo 146 del Grundgesetz. Quest’ultima proposta risulta interessante perché permette anche di cogliere la diversità di fase tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. Se nel 1965 Bahr può criticare l’idea di un Anschluss, vale a dire di un’annessione della DDR alla BRD, lo fa in nome di una piena sovranità dei due Stati. Nell’inverno del 1989, tuttavia, il regime della SED non solo non era riuscito a perfezionare la propria autonomia da Mosca, ma aveva anche perso la fiducia e il sostegno del proprio popolo, dissolvendo quanto restava della propria pretesa di sovranità. Era dunque difficile, come ricorda Brandt nell’Introduzione, che il processo del biennio 1989-1990 assumesse forme diverse da quelle, criticate da Bahr negli anni Sessanta, proprio dell’Anschluss o dell’ingresso dei nuovi Länder nella BRD.

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