Tra vita e dignità umana: la chiarezza di Schäuble

Wolfgang Schäuble, classe 1942, attuale presidente del Bundestag, è un politico tedesco di grandissima esperienza. Nel resto del mondo è spesso associato alla rigidità che dimostrò, da ministro delle finanze, verso la Grecia. Paul Krugman nel suo libro Fuori da questa crisi, adesso! (Garzanti, 2012) descrive Schäuble come un politico che valuta l’economia da un punto di vista morale, che, cioè, confondeva le origini strutturali della crisi con i ‘vizi’ dei singoli popoli. Tant’è che il Premio Nobel ha confessato che sua moglie, nel corso di un discorso dell’allora ministro delle finanze tedesco, gli abbia sussurrato che, alla fine della conferenza, tenendo presente il penitenziagite ministeriale, avrebbero ricevuto delle fruste per autoflagellarsi (p. 33). Krugman, più di ogni altro, ha contribuito ad alimentare il mito della Germania capofila nell’austerità o dell’equiparazione tra colpa e debito.

Ma si tratta più di una caricatura che di una vera rappresentazione di un uomo che, nonostante il gravissimo attentato di cui è stato vittima nel 1990 (e che lo ha obbligato ad utilizzare una sedia a rotelle), ha continuato imperterrito a fare politica anche dopo che Angela Merkel lo superò nella sfida interna al partito per succedere a Helmut Kohl (persa anche per la questione legata ai fondi neri alla CDU). Prima dell’incidente Schäuble guidò le trattative sulla riunificazione con l’Est e anche in quella sede si fece la fama di rigido esecutore della definitiva vittoria dell’Occidente liberale sul mondo comunista, scontentando non pochi (che presto sarebbero diventati molti) a Est ma anche a Ovest. Un suo intervento sul Kerneuropa del 1994 (Überlegungen zur europäischen Politik) un progetto di Europa a due velocità, è tra i documenti europeisti più interessanti degli anni Novanta.

Domenica scorsa Schäuble ha rilasciato un’intervista al Tagesspiegel e, come al solito, non ha cercato il consenso. Ne sono emerse due cose: la centralità e l’autonomia della politica (la vera bussola di Schäuble, altro che moralismo, con buona pace di Krugman) e la necessità di cominciare a discutere sul profilo che il mondo dovrà assumere dopo la pandemia.

Partiamo dalla questione centrale: la lotta alla pandemia e la centralità della politica.

Ecco cos’ha detto Schäuble:

Non possiamo lasciare le decisioni solo ai virologi, dobbiamo valutare anche gli enormi effetti economici, sociali, psicologici. Tener tutto fermo per due anni: anche questo avrebbe conseguenze tremende. […] La politica deve decidere. Anche gli scienziati dicono: la politica deve decidere, noi possiamo solo dare consigli tecnici. E non esiste una decisione assolutamente giusta. C’è solo una discussione razionale di tutti i punti di vista, incluse le conoscenze scientifiche, e poi bisogna decidere. […] Quando sento che di fronte alla protezione della vita tutto deve retrocedere, affermo che questa categoricità non è corretta. I diritti fondamentali si limitano reciprocamente. Se c’è un valore assoluto nella nostra Costituzione, è la dignità dell’uomo. Che è inviolabile. Ma non esclude che noi moriremo. […] Lo Stato deve assicurare a tutti le cure migliori. Tuttavia, si continuerà a morire di Coronavirus. Guardi: con il mio stato e la mia età appartengo alle categorie a rischio. La mia paura, però, è limitata. E penso che i più giovani corrano un rischio molto più grande del mio. La fine naturale della mia vita è molto più vicina.

Il ragionamento è indubbiamente molto radicale: di fronte alla pandemia occorre fare ogni sforzo per assicurare cure a chi si ammala. Ma, d’altro canto, la vita è fatta di tanti aspetti che non possono convivere con una limitazione troppo prolungata degli altri diritti fondamentali. Occorre certamente essere prudenti, per evitare di dover in futuro reintrodurre misure simili o magari ancor più stringenti. Ma l’equilibrio è dato da una valutazione costituzionale di tutti i diritti fondamentali e, non a caso, la dignità dell’uomo non si accontenta della sola sopravvivenza (o della assurda contrapposizione tra salute e produzione della ricchezza) ma definisce anche il suo contenuto concreto, che diviene così anch’esso oggetto della tutela costituzionale. Non è quindi ‘moralismo’ o, come spesso si sente dire, un radicale luteranesimo (componente che pure esiste in Schäuble): non si tratta di accettare cinicamente e con rassegnazione la morte, ma di gestire ‘politicamente’, vale a dire bilanciando tutti gli interessi in campo, la pandemia (tra cui anche le misure relative alla cosiddetta fase due, vale a dire al superamento delle misure di quarantena).

In questo senso, mi sembra che Schäuble, salvaguardando correttamente l’autonomia del politico, non deleghi alla scienza la decisione finale perché gli Stati europei non sono tecnocrazie: la politica è chiamata, responsabilmente, a decidere e, di fronte a ipotesi contrastanti (come pure spesso, in questa pandemia, ci troviamo a registrare) la garanzia che la politica può offrire è data dalla chiara valutazione, esposta ai cittadini, di tutti gli elementi scientifici a disposizione e della coerenza tra gli obiettivi preposti, i dati in nostro possesso e le decisioni assunte. Atteggiamento che non esclude, anzi accetta, il rischio di decisioni errate. Ma impone ai decisori politici e alle istituzioni la trasparenza piena nella comunicazione dei dati.

Sul futuro, Schäuble è stato, se possibile, ancora più chiaro:

Non sono più ministro delle finanze e non voglio dare consigli al mio successore. Si avverte tuttavia al momento un’idea diffusa, quella secondo la quale possiamo risolvere ogni problema tramite risorse infinite dello Stato e rimettiamo in piedi l’economia con un programma congiunturale. Lo Stato, però, non può sostituire sempre il fatturato. Disporremo sempre meno di strumenti classici quanto più dura la crisi. Sperimenteremo modifiche strutturali dell’economia, della società e della politica. Spero che sfrutteremo questa possibilità per combattere meglio alcune esagerazioni. […] La pandemia non è il più nostro problema più grande, lo sono il cambiamento climatico, la scomparsa della biodiversità, tutti i danni che noi uomini e soprattutto noi europei facciamo sfruttando la natura. […] Negli ultimi decenni la distanza tra quelli che guadagno bene e quelli con bassi salari è diventata più grande. Perché questa situazione dovrebbe essere inevitabile se il benessere cresce? Perché non si dovrebbe poter fare altro? […] Anni fa abbiamo partecipato tutti alla liberalizzazione dei mercati finanziari. È arrivata la crisi finanziaria e abbiamo scoperto di aver esagerato. Correggere queste tendenze non è un errore. Allo stesso modo, dobbiamo regolare il rapporto tra stato, economia e società. Non sono favorevole all’abolizione del principio di concorrenza dell’economia di mercato. Ma fa parte dell’economia sociale di mercato anche ragionare, in questa situazione, di meccanismi di compensazione e limitazione più forti. […] Abbiamo probabilmente esagerato con questo tipo di globalizzazione. È certamente anche ingiusta. Finora, i lavoratori stagionali agricoli provenienti dall’Europa dell’Est hanno fatto un lavoro che noi non volevamo fare, per un salario che noi non avremmo mai accettato. Ora devono mostrarci come si raccolgono gli asparagi. La crisi del Coronavirus ci mostra quanto sia importante non solo guardare a noi stessi: siamo così collegati che non possiamo fare a meno di lavorare insieme. […] Il più grande è: come possiamo ottenere una vita più sostenibile e, per usare le parole di Ludwig Erhard, più sobria nell’economia e nella società? Come possiamo ridurre le disuguaglianze nel mondo in modo che siano sopportabili?

 Il riferimento al secondo cancelliere della storia della Repubblica federale e ‘padre’ del miracolo economico tedesco Ludwig Erhard vale come implicita stoccata alla tesi di uno Schäuble ‘moralista’: il modello che viene qui presentato è quello dell’economia sociale di mercato, in Germania oggi lodato tanto dai conservatori che persino dalla Linke. Si tratta, quindi, di innestare al presente la critica di Erhard e degli altri economisti tedeschi che, come aveva già intuito Foucault, non puntavano al superamento della disuguaglianza (per dirla con una battuta: non erano certamente dei socialdemocratici) ma ritenevano imprescindibile un ruolo estremamente attivo dello Stato nell’evitare che essa superasse limiti ben precisi. Schäuble resta, dunque, un conservatore (l’autocritica sulla crisi finanziaria, ad esempio, è appena accennata e certamente non intende essere ‘radicale’) ma se le forze progressiste tedesche vogliono sfidare la CDU dovranno farlo a partire da questa centralità della politica e dell’economia sociale di mercato.

E credo che Schäuble abbia citato non a caso due situazioni: da un lato i bassi salari (in particolare degli ‘eroi’ di questa pandemia: lavoratori dei supermercati e della logistica, stagionali) che devono tornare a crescere e la necessità di nuove regole per la globalizzazione e, in particolare, all’interno dell’Europa, che non può ridursi a un contenente di confini che si chiudono ad ogni emergenza.

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