Un punto di vista alternativo sugli Eurobond

Il report della riunione dell’Eurogruppo del 9 aprile non contiene alcun riferimento agli Eurobond ma, secondo il Presidente del Consiglio italiano, la questione verrà riproposta durante la prossima riunione dei capi di Stato e di Governo. La discussione sembra ancora aperta. Tuttavia, il Presidente Conte non ha avvertito l’esigenza di spiegare come dovrebbero essere istituzionalizzati gli Eurobond, quale meccanismo, cioè, intenda proporre agli altri Capi di Stato. Un titolo europeo richiede una competenza, un governo e garanzie pienamente europei: cose che al momento non esistono.

Soprattutto, non è chiaro come verrebbero distribuite le risorse ricavate dalla vendita dei titoli, che dovrebbero essere distribuite dalla Presidente von der Leyen. Sulla base di quali criteri? Per quali scopi? Si tratta, con tutta evidenza, di questione democratica di primo piano. Il Presidente Conte non lo ha detto e, molto probabilmente, non lo sa nemmeno lui.

Anche molte forze politiche, soprattutto a sinistra, chiedono, come già negli anni passati, l’attivazione di questo strumento. Anch’esse tacciono sul meccanismo, ma il loro ragionamento è più sottile di quello di Conte: gli Eurobond permetterebbero di sanare un errore costitutivo dell’Unione Europea. Se c’è una delle caratteristiche degli Stati moderni che ne esprime la sovranità, si tratta proprio del potere di battere moneta. In Europa questo pezzo di sovranità è stato tolto agli Stati senza assicurarlo ad un’autorità centrale e federale, obbligando così a politiche di risparmio e di austerità che avrebbero contribuito allo smantellamento dei sistemi pubblici (d’istruzione, sanitario, etc.).

In questa seconda variante, gli Eurobond raccolgono sostegno, come già nel 2015, anche in Germania: l’appello di Habermas e Honneth (per uno strumento simile, i Coronabond, ma limitato nel tempo e negli scopi), l’editoriale dello Spiegel e i sondaggi di opinione dimostrerebbero un sostegno rilevante della popolazione tedesca a questa opzione. Lo scontro, dunque, non sarebbe tra Nord e Sud ma tra idee diverse di Europa.

Politicamente questa impostazione, però, è errata e controproducente, soprattutto per quello che resta delle forze politiche di sinistra e per la rappresentanza del mondo del lavoro. Si tratta di una riedizione della infelice battaglia della Grecia nel 2015, il cui esito non è mai stato sufficientemente discusso e analizzato.

Le attuali trattative tra gli Stati per la gestione della pandemia, soprattutto delle sue conseguenze economiche, non potevano prescindere dal problema della diversità dei sistemi economici, delle culture politiche e giuridiche, dell’incompletezza delle istituzioni europee. Si tratta di ostacoli di prim’ordine perché il solo modo per superarli è accelerare la strada verso una più stretta Unione politica, un vero soggetto federale. Che presuppone, però, ulteriori cessioni di sovranità da parte dei singoli Stati membri verso l’Europa: è questo quello che più di un sostenitore degli Eurobond e il Presidente del Consiglio Conte dimenticano. Questa trasmissione di sovranità verso l’Europa, a scapito di quella nazionale appare molto difficile, limitandoci al nostro paese, per la presenza di forze chiaramente euroscettiche (dalla Lega al Movimento 5 Stelle).

In sintesi: se l’Europa crea titoli per i quali garantisce, è l’Europa che gestisce le risorse che ne derivano. Tuttavia, non c’è un governo europeo con un mandato democratico che possa farlo. Dunque, l’obiezione agli Eurobond è una questione reale e non ha nulla a che fare con una mancanza di “solidarietà”. Lo scontro non è tra solidali e avari, tantomeno tra idee diverse di Europa. La proposta degli Eurobond cela, in realtà, l’intenzione di accentuare lo scontro all’interno dell’Unione Europea, magari proprio per provarne la presunta irriformabilità.

Meglio ancora: dietro la richiesta degli Eurobond si nascondono scopi nazionalisti e sciovinisti che andrebbero denunciati pubblicamente e rifiutati. Il Presidente Conte nasconde la solita incapacità del sistema italiano (politico, economico, imprenditoriale) di autoriformarsi: il richiamo alla solidarietà europea non serve al Presidente Conte a gestire gli effetti della pandemia ma, questione assai più concreta, ad assicuragli il posto che occupa e a permettergli di operare le enormi spese di bilancio senza chiedere sacrifici alla parte più ricca del paese. Che, infatti, nelle ultime settimane, temendo probabilmente la crescente rabbia sociale, si è più volte mostrata in attività di donazioni e prodigalità, senza però mai accettare un sistema di intervento dello Stato nell’economia o di forme più intense di tassazione: siamo così tornati a forme di pura carità, premoderne, e al rifiuto di ogni attività redistributiva dello Stato. Il ricorso ad una patrimoniale, ad esempio, è stato decisamente smentito da Conte, per il quale la solidarietà è qualcosa che devono esercitare solo i popoli europei e non i benestanti italiani.

L’idea che l’Eurogruppo costituisca un luogo dove “imporre” le proposte italiane e dove avviare una trasformazione in senso sociale dell’Europa (guidata per giunta da Governi ‘nazionali’ e non da forze politiche unite da un programma comune: la nazionalizzazione della questione sociale, l’incubo di ogni progressista), quindi, è una falsa rappresentazione che permette al Presidente Conte e al malmesso sistema politico ed economico italiano di sfuggire alla legittima rabbia degli Italiani di fronte a una gestione del tutto errata della pandemia, come stiamo scoprendo giorno dopo giorno in Lombardia, una delle regioni più ricche d’Italia, da sempre cuore produttivo del paese, oggi condannata a dover letteralmente contare i morti.

È evidente che il Governo non sa più come uscirne e che la maggioranza sta nuovamente entrando in una fase critica: nel nostro paese persino le pandemie non evitano, perlomeno non a lungo, le crisi politiche e Conte teme di perdere il suo posto. Ma questa è una vicenda tutto sommato secondaria.

Il problema vero sta nel fatto che Conte è riuscito quasi ad unificare il paese dietro la richiesta degli Eurobond. Lo scontro tra Stati all’interno dell’Europa, dunque, non diminuirà, ma si accentuerà, aizzando vecchi nazionalismi, rancori e sentimenti che non andrebbero mai evocati. In particolare, come già successo negli anni passati e anche nelle ultime settimane, il conflitto tra tedeschi e italiani, pericolosissimo se si tiene conto delle profonde connessioni dei due sistemi produttivi (che non a caso le due Confindustrie hanno ricordato in questi giorni) per non parlare di quelle politiche e culturali.

Nell’indentificare le riunioni europee come una lotta tra idee diverse di Europa si sbaglia del tutto bersaglio: la questione sanitaria impone una battaglia politica nazionale che non andrebbe traslata sul piano della solidarietà europea. Che poi significa, per Conte, assicurarsi risorse che continuerebbero a garantire l’esistenza del sistema sin qui sperimentato, senza alcuna necessità di riforma, vale a dire, ad esempio, una sanità completamente fuori controllo, anche e soprattutto per via di un malsano rapporto pubblico privato. Cosa ancor più grave, lo scontro con l’Europa consentirebbe al Governo e alla classe politica di nascondere le sue mancanze e le sue inefficienze. L’insieme di interventi europei definiti nelle ultime settimane fino all’ultimo incontro dell’Eurogruppo mettono già a disposizione risorse utili (altre potrebbero essere definite con lo strumento del Recovery found, sul quale Conte è stato volutamente ambiguo), e il Presidente del Consiglio (Conte o quello che prenderà il suo posto) ha il dovere di indicare chiaramente come e in che direzione saranno spese.

Credere che la semplice solidarietà possa salvare l’Europa significa, infine, leggere in modo ingenuo i rapporti tra Stati: esistono distanze enormi tra paesi che non possono essere colmate dall’oggi al domani. Tantomeno si può bollare come nazionalisti tutti quelli che avanzano critiche legittime alla proposta degli Eurobond.

Occorre, dunque, rovesciare il vecchio motto dell’ex ministro conservatore Wolfgang Schäuble: prima le riforme. Lo si prenda in parola: alle forze politiche progressiste tocca adesso indicare quali siano le riforme immediate di cui il paese ha urgente bisogno, nella fiscalità, nella sanità, nel rapporto Stato-Regioni, nella ricerca scientifica, la messa in sicurezza delle aziende strategiche. Un’enorme battaglia politica, nazionale e, cioè, che coinvolga tutto il paese, perché i danni di questo virus non siano passati invano. Occorre immediatamente definire priorità politiche chiare.

Attivati gli interventi politici di questo tipo, sarà possibile costruire una vera solidarietà tra popoli europei: non si tratterà di una semplice richiesta di sostegno alla nostra economia ma allo sforzo dei lavoratori e delle lavoratrici alla rifondazione nazionale. Una rifondazione che assicurerebbe ai popoli e agli Stati Europei un’Italia pienamente dentro il progetto di costruzione dell’Unione Europea, garante di un nuovo patto politico e sociale. Solo questa Italia può essere davvero protagonista in Europa, perché le altre saranno sempre riedizioni di un unico obiettivo che da Berlusconi a Renzi fino a Conte tenta solo di salvare dalla catastrofe quanto ci hanno condotto sin a qui. Solo questa Italia può essere davvero europea.

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