Un profilo di Ursula von der Leyen

Per la rivista Italianieuropei ho scritto un breve profilo della neo Presidente della Commissione Europea von der Leyen.

Qui l’articolo in pdf direttamente dal numero 1 della rivista.

 

La scelta di Ursula von der Leyen per la presidenza della Commissione europea – in assoluto la prima donna e, dopo quasi cinquant’anni, una tedesca al seggio strategico della politica continentale (prima di lei c’era stato Walter Hallstein dal 1958 al 1967) – rappresenta di per sé una svolta che contribuisce ad aumentare le aspettative e l’interesse degli osservatori come dei cittadini. Tutto lasciava credere, infatti, che la Ger­mania puntasse alla presidenza della Banca centrale europea, dopo gli anni di Mario Draghi, il cui conflitto con parte del mondo tedesco e, in particolare, con Wolfgang Schäuble non è mai stato nascosto.1 Anche stavolta, però, Angela Merkel è riuscita a sorprendere: prima ha aval­lato la scelta di Manfred Weber, bavarese, esponente della CSU, quale Spitzenkandidat, capolista, del Partito Popolare Europeo, privilegiando così un metodo più democratico e trasparente (il coinvolgimento di partiti politici pienamente europei prima e dei cittadini poi nella scelta del presidente della Commissione), successivamente, quando il sistema dei capilista è stato sciaguratamente affossato da più parti e, in partico­lare, dal presidente francese Emmanuel Macron, ha mantenuto ferma l’idea di un maggiore coinvolgimento tedesco nelle questioni europee, dando il via libera alla nomina prima e all’elezione poi di von der Leyen.

STUDENTESSA, DOTTORESSA, MADRE E POLITICA

Leggendo le biografie edite in Germania di Ursula von der Leyen si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una donna predestinata per la po­litica: non perché si sia impegnata sin da giovane, tutt’altro, ma perché appare tra i protagonisti di una lunga saga familiare della ricca borghesia tedesca del Nord della Germania (commercianti e funzionari di Stato). E qui il riferimento va subito alla celebre saga dei Buddenbrook. Tuttavia, a differenza della famiglia narrata da Thomas Mann, quella di von der Leyen appare come una famiglia sempre in ascesa e votata al succes­so, secondo i suoi critici «una famiglia che si crede predestinata a salvare il mondo».2 Per limitarci solo al Novecento, il “patriarca” è in questa storia il padre di Ursula e di altri cinque figli (un’altra figlia morirà mol­to giovane), Ernst Albrecht (1930-2014), economista e impegnato sin da giovanissimo in questioni di Stato, figlio di un medico, nipote di un console, pronipote di un ricco commerciante di Brema. Del resto, pro­prio l’immagine di una grande famiglia, coesa, unita e, soprattutto, di successo, che si snoda lungo le generazioni, è lo strumento con il quale la futura presidente della Commissione ha costruito il suo personaggio pubblico. Due giornalisti, autori di una biografia tutto sommato favo­revole, hanno scritto con enfasi che «per lei parole come “fallimento” o “sconfitta” non esistono».3

Ursula von der Leyen è per idee e atteggiamenti una conservatrice, ma attiva nella CDU certamente non per convinzione, dato che proprio con il partito ha spesso polemizzato; madre di sette figli, ha proseguito e ampliato l’opera del padre, scalando in pochissimi anni i vertici del par­tito. Crescere sette figli, una vera impresa, è con il tempo divenuta anche l’occasione per offrire costantemente un’immagine positiva di sé, donna in carriera e madre di fami­glia, fatto che ha regolarmente scatenato le reazioni dell’opposizione. Inutilmente: da quando ha deci­so di impegnarsi in politica ai primi del Duemila la carriera di Ursula von der Leyen è stata in costante ascesa, tant’è che si è parlato di lei anche come pos­sibile presidente federale, nel 2010, e come futura Cancelliera dopo Angela Merkel.

Nata nel 1958 proprio a Bruxelles (ci resterà fino al 1971), dove la famiglia si trovava per via del lavo­ro del padre, Ursula Gertrud, “Rosetta” (Röschen) come la chiamavano i fratelli e i genitori, è figlia di Heide Adele ed Ernst Albrecht, che, dopo essersi laureato in Economia con una tesi dal titolo “L’unione monetaria è il presupposto dell’unio­ne economica?”, ad appena 24 anni dirigeva il Segretariato tedesco per le trattative sul mercato comune europeo, collaborando con Konrad Adenauer e proprio con quello che sarebbe stato il primo presidente ­ della Commissione della Comunità economica europea, Walter Hall­stein (motivo per cui la futura presidente nacque proprio a Bruxelles); nel 1967 lavorò lui stesso per la Commissione europea per le questioni relative alla concorrenza. Successivamente Ernst Albrecht fu per molti anni Ministerpresident della Bassa Sassonia: eletto per la prima volta nel 1976 lascerà solo nel 1990 quando, sconfitto da Gerhard Schröder, si ritirerà dalla politica. Proprio la figlia Ursula contribuirà alla sconfitta dei socialdemocratici nel 2003 e al ritorno dei conservatori alla guida del Landtag.

Nel 1976 Ursula comincia i suoi studi universitari a Göttingen, in Bassa Sassonia; sceglie Archeologia, per poi passare alla facoltà del padre, Eco­nomia. Due anni dopo, però, si trasferisce in Inghilterra, alla London School of Economics, dove è iscritta con il nome di Rose Ladson, so­prattutto per ragioni di sicurezza: il padre, allora presidente della Bassa Sassonia, teme azioni della RAF, che ha da poco dimostrato tutta la sua capacità organizzativa assassinando il capo degli industriali, Hans-Mar­tin Schleyer. Dopo tre anni, interrompe di nuovo gli studi e si iscrive a Medicina, che termina con successo nel 1987. Nel frattempo ha cono­sciuto il suo futuro marito, Heiko von der Leyen, anche lui un medico, al tempo iscritto alla SPD e attivo nel movimento contro gli armamenti atomici, che sposerà nel 1986. Un matrimonio dal quale nasceranno quattro figli (il primo, David, sarà battezzato con acqua del Giordano che sua nonna Heide Adele porta con sé da un viaggio in Israele) e tre figlie. Nel 1991 si addottora, mentre lavora all’ospedale universitario di Hannover. Segue negli Stati Uniti il marito, che ha ottenuto una borsa di studio per collaborare con la prestigiosa Università di Stanford, que­sto le impedirà di specializzarsi in ginecologia e, di fatto, rappresenterà la fine della sua carriera come medico. Nel 1997 comincia a studiare, sempre ad Hannover, Public Health, conseguendo una nuova laurea a 43 anni.

Nel 1999 si avvicina alla politica, diventa collaboratrice di Christian Wulff, capo dell’opposizione conservatrice nel Parlamento della Bas­sa Sassonia e futuro presidente federale, nel 2003 è eletta al Landtag, strappando il seggio al collega di partito von der Heide, che accuserà la famiglia Albrecht di aver tramato ai suoi danni. Nel nuovo Landtag la CDU ha la maggioranza ed esprime il governo guidato da Wulff: Ursula von der Leyen diventa così ministro per gli Affari sociali, le donne, la famiglia e la salute. Nel 2005 entra nella direzione federale della CDU, applauditissima, è la più votata dopo Wolfgang Schäuble, e pochi mesi dopo, con la nascita della Grande coalizione entra nel governo federale, prima come ministro della Famiglia (2005-09), poi come ministro del Lavoro nella coalizione tra conservatori e liberali (2009-13) e, infine, ministro della Difesa (anche in questo caso è la prima donna), incarico che assumerà con la nuova Grande coalizione del 2013, conserverà nel governo nato nel 2018 e lascerà solo quando sarà nominata presidente della Commissione europea.

IL RAPPORTO CONFLITTUALE CON LA CDU

Come il padre, Ursula von der Leyen ha visto nella politica soprattutto uno strumento per governare e amministrare: la scelta della CDU non è mai stata dettata da una profonda convinzione ideologica ma, soprat­tutto, dall’appartenenza di classe (una famiglia di funzionari di Stato, il cosiddetto Bildungsbürgertum), da una buona dose di pragmatismo e, infine, di opposizione alla socialdemocrazia (che nella Germania fede­rale di Bonn costituisce l’altra metà del cielo, radicalmente opposta ai conservatori). Non è un caso che i rapporti tra la futura presidente della Commissione e il suo partito non siano mai stati, come si vedrà a bre­ve, particolarmente idilliaci ma sempre molto conflittuali, in particolare con l’ala più conservatrice e tradizionalista. In effetti, già Ernst Albrecht era stato un conservatore “anomalo”, molto più legato all’amministra­zione della cosa pubblica che alle questioni di partito; allo stesso modo tutti i biografi hanno evidenziato la distanza tra il partito e Ursula von der Leyen (un «amore deluso»),4 i cui primi successi sono dovuti so­prattutto alla sua storia, vale a dire essere la figlia dell’ex presidente della Bassa Sassonia, che a un radicamento, fatto di amicizie, reti e contatti, nella CDU.

Per provare a indagare chi sia la nuova presidente della Commissione europea è necessario però soffermarsi brevemente su quello che è diven­tata la CDU con la presidenza di Angela Merkel (2000-18): un partito molto diverso da quello di Helmut Kohl. Da quando è stata eletta alla guida dell’Unione cristiano-democratica, Angela Merkel l’ha lentamen­te trasformata. La futura Cancelliera conosce il partito ma non lo sente suo, perché è iscritta solo dopo la caduta del muro e la crisi irreversibile del regime della SED. Nel 2002 accetta persino di fare un passo indietro e CDU e CSU candidano alla cancelleria il bavarese Edmund Stoiber, sconfitto poi da Schröder. Angela Merkel ha modificato la CDU facen­done un partito collocato nella Mitte della politica e della società, in grado di intercettare diversi strati sociali, recuperando così pienamente la tradizione delle Volksparteien tedesche; un partito flessibile, disposto a guidare qualunque coalizione possibile pur di assicurare maggioranze stabili e “riformatrici” (negli ultimi anni si è addirittura ipotizzata la possibilità di una coalizione con la Linke). In sintesi tre elementi: nessu­na preclusione ideologica, dunque, purché si delinei un governo capace di guidare il paese negli anni difficili della crisi, senza dimenticare le fasce sociali più in difficoltà, il costante dialogo sociale (il rapporto tra i sindacati e la Cancelliera è stato sempre molto positivo e di reciproca correttezza) e l’impegno per mantenere aperta la costruzione europea (come dimostra il tacito avallo a tutte le proposte di Draghi).

Quello della Cancelliera è il progetto politico più longevo sul continen­te: di fatto è entrato in crisi solo con la questione dei migranti del 2015 e la decisione di Angela Merkel di accoglierli, scelta che ha costituito il successo elettorale dei populisti di destra nelle elezioni federali e locali successive. Da quel momento, la CDU non è più riuscita a proporsi come unico rappresentante di una Mitte tanto estesa: il partito è rimasto al centro ma il “popolo” si è radicalizzato, frantumato, mostrando una polarizzazione molto più forte di quello che la stessa Angela Merkel sospettava.5 Tuttavia, del progetto Merkel resta ancora molto, è stato il contesto migliore nel quale la mai del tutto allineata alla CDU von der Leyen poteva costruire il suo successo e questa impostazione potrebbe ancora esserle utile: un ancoraggio ad alcuni valori universali nella defi­nizione delle politiche estere e interne, la connessione delle questioni e degli interessi nazionali alla dimensione europea (che in pratica significa continuare ad accettare il multilateralismo, almeno in Europa, come strumento di governo), la necessità di definire alleanze programmati­che con partiti “democratici” (al di là delle evidenti contraddizioni nel campo conservatore), uno spiccato pragmatismo nell’individuazione delle risposte da dare ai problemi del paese. Ecco perché, quando la diseguaglianza è aumentata, toccando livelli preoccupanti per la tenuta del paese, Angela Merkel non ha esitato a venire incontro alle proposte della SPD (ad esempio sul salario minimo, la disciplina del lavoro inte­rinale, il pacchetto formativo) tanto da meritarsi a lungo l’appellativo di Cancelliera “socialdemocratica”. E non è un caso che anche il successo dei populisti di destra si sia interrotto, e sono già evidenti segni di cri­si, mentre molto forte resta lo scontro nella CDU, sebbene Annegret Kramp-Karrenbauer, delfina di Merkel si sia imposta nel dicembre del 2018 contro Friedrich Merz, capofila dell’opposizione interna alla Can­celliera, successo ribadito nel novembre 2019. Va pure segnalato che proprio Kramp-Karrenbauer ha sostituito von der Leyen al ministero della Difesa quando si è dimessa.

LA FAMIGLIA, LE POLITICHE PER LE DONNE E PER IL LAVORO

Di particolare rilievo è l’impegno di Ursula von der Leyen al ministero della Famiglia, il suo “battesimo” nella politica federale. Non è possibile qui analizzare i singoli provvedimenti ai quali von der Leyen si dedica, come pure le reazioni che scatenano, spesso anche tra i conservatori. È importante, però, tener presente alcuni aspetti. Von der Leyen (che sceglie di non definirsi mai femminista, sebbene per motivi molto di­versi dalla Cancelliera)6 tenta di mescolare una certa impostazione tra­dizionale della centralità della famiglia – che per i conservatori tedeschi più radicali è un luogo nel quale lo Stato non dovrebbe assolutamente intervenire – con l’esigenza di tutelare le nuove forme che la famiglia sta assumendo: donne lavoratrici, che vogliono fare carriera e, al tempo stesso, non rinunciare alla maternità. A questa critica, che resta certa­mente in una dimensione comunque conservatrice, del tradizionalismo tedesco, che sarebbe incapace, a giudizio di von der Leyen, di affronta­re i nuovi problemi che la contemporaneità pone alle famiglie, Ursula perviene soprattutto grazie alla sua permanenza all’estero, in Belgio, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Inoltre, nel 2017 è tra i 75 deputati con­servatori che votano insieme a SPD, Verdi e Linke il disegno di legge Ehe für Alle (matrimonio per tutti).

Senza intervenire sulle principali cause di esclusione sociale, von der Leyen, che ha spesso confermato i funzionari vicini o addirittura mem­bri della SPD nei ministeri che ha diretto, si è battuta per più asili, per poter detrarre dalle tasse le spese per il mantenimento dei bambini, per i Vätermonate, momenti di pausa retribuiti dal lavoro per i giovani padri e per altre misure che servano a modernizzare la Germania: si tratta di un’impostazione ricorrente nella CDU di Merkel, di un mix di tradi­zionalismo conservatore (privo del classico paternalismo conservatore), attenzione alle nuove sfide e alle fasce sociali più deboli e uno spiccato pragmatismo nell’affrontare i problemi. Se, ad esempio, i dati demo­grafici suggeriscono che le famiglie a basso reddito sono quelle nelle quali i figli hanno poche opportunità di concludere (spesso anche solo di iniziare) con successo gli studi, occorre individuare politiche e risorse ad hoc per superare questo immobilismo sociale. È la versione del Mo­del Deutschland aggiornata e corretta da Angela Merkel: «L’approccio solidale-solidaristico dei partiti conservatori di ispirazione cristiana, la cui teoria sociale, a differenza di quella dei partiti anglosassoni (…), pur privilegiando la difesa dell’individuo-persona (…) contro la pretesa di un primato dello Stato giustificato in nome del progresso sociale, non per questo rinunc(ia) a intervenire politicamente per correggere me­diante l’azione delle istituzioni la naturale tendenza del mercato a creare diseguaglianza sociale e posizione di monopolio economico».7 Ursula von der Leyen era favorevole anche al salario minimo e a una maggiore tutela dei lavoratori interinali: misure, tuttavia, che da ministra non riuscirà a realizzare, per via dell’opposizione dei liberali all’interno del governo. Le misure arriveranno solo con la nuova Grande coalizione insieme alla SPD del 2013.

LE POLITICHE DI DIFESA E INTERNAZIONALI

Centrali per comprendere l’azione politica di von der Leyen sono, però, i suoi anni al ministero della Difesa, carica alla quale accede alla fine del 2013 e che conserva fino alla sua nomina a presidente della Commissio­ne europea. Si tratta di anni molto importanti per la politica di difesa tedesca, che sin dalla metà degli anni Novanta è in costante evoluzione.

È noto come nei primi anni dopo la riunificazione la Germania ambisse a preservare e proseguire il ruolo da “potenza civile”, vale a dire di «nazione che mirasse a ‘‘civilizzare’’ i rapporti fra Stati raf­forzando le norme internazionali».8Inizialmente, questo tipo di potenza era obbligata a evitare tas­sativamente l’uso dell’opzione militare. Negli anni questa impostazione è stata progressivamente ero­sa dall’evoluzione del contesto internazionale. Le guerre nei Balcani segnano l’inizio di un ritorno dell’opzione militare, il cosiddetto interventismo umanitario, che Joschka Fischer sintetizza nello slogan “Mai più Auschwitz” e che Schröder con­densa, invece, nella formula della nazione “norma­le”, capace cioè di perseguire il proprio interesse nazionale e quello continentale. Com’è stato fatto notare, «la Germania poteva continuare a ritenersi una “potenza civile”, giacché continuava a perseguire il multilateralismo, anzitutto all’inter­no dell’Unione europea e della Nato».9 Nel Libro bianco della Difesa del 2006, gli interventi militari all’estero della Bundeswehr sono ormai considerati come normalità e un necessario strumento della politica di difesa, anzi la condizione critica delle relazioni internazionali sembra radicalizzarsi e diventare così patologica: l’edizione precedente del Libro bianco (1994) ancora li considerava come straordinari e non mancaro­no polemiche per gli interventi militari, spesso anche solo logistici o di supporto, nel corso degli anni Novanta.

Quando arriva al ministero, dunque, Ursula von der Leyen trova una si­tuazione molto diversa da quella degli anni Novanta: la Germania è già impegnata in più fronti (in Afghanistan, nel Corno d’Africa, in Siria), la nuova ministra intuisce che occorre dare a questo nuovo impegno una cornice politica, normativa e, soprattutto, risorse adeguate. Il discorso che tiene il 31 gennaio del 2014 alla Conferenza sulla sicurezza di Mo­naco rappresenta l’inizio di questo impegno: «In Europa regnano oggi pace e stabilità e la maggior parte degli Stati europei hanno trasmesso parte della loro sovranità alla Comunità europea. Ma pace, libertà, sicu­rezza e diritto non sono un’ovvietà. (…) Se noi europei vogliamo restare un attore credibile nella politica di sicurezza, dobbiamo pianificare e agire comunemente. Gli Stati europei devono impegnarsi ad assumere una parte congrua del peso transatlantico (…). Attendere non è un’op­zione: se disponiamo dei mezzi e delle capacità, allora dobbiamo anche assumere una certa responsabilità. Questo non significa che dobbiamo tendere a utilizzare tutto il nostro potenziale militare. Giammai. (…) Ma abbiamo l’obbligo e la responsabilità di fare la nostra parte per una soluzione graduale delle crisi e dei conflitti attuali. L’indifferenza non è un’opzione per un paese come la Germania, né dal punto di vista della politica di sicurezza né da quello umanitario».10 In particolare, si tratta di individuare gli strumenti per interventi all’estero in situazio­ni giuridicamente “grigie”, vale a dire non chiaramente coperte da un mandato internazionale (come nel caso della esplicita richiesta di uno Stato, come disciplinato dalla Carta dell’ONU) che, però, potrebbero aumentare in futuro in ragione della trasformazione della guerra da un fenomeno prettamente tra Stati a una condizione di perenne “guerra civile”. Non solo: le sfide alla sicurezza arrivano ora da più fronti e sono autenticamente globali, ad esempio il terrorismo internazionale, quello cibernetico e le emergenze legate alle pandemie. Tutto questo trova la sua sintesi nel nuovo Libro bianco del 2016 sulla politica di sicurezza e il futuro della Bundeswehr: «Il nostro impegno può avere successo solo se procede all’interno di una rete: una rete dentro e insieme alle Federa­ zioni e alle organizzazioni internazionali, una rete con i nostri alleati e i nostri partner».11

Per fare fronte a questa nuova impostazione è necessario disporre di ri­sorse adeguate (l’insistenza della von der Leyen sulle risorse da destinare all’esercito sarà oggetto di critica da parte di Jürgen Habermas e settori della sinistra l’accuseranno di essere una ministra “guerrafondaia”) per aumentare gli effettivi della Bundeswehr, migliorarne l’equipaggiamento e renderlo capace di prevedere e rispondere alle nuove minacce globali. Proprio per le necessità di previsione e pianificazione, nel giugno del 2018 Ursula von der Leyen inaugura il German Institue for Defence and Strategic Studies. Sempre alla conferenza di Monaco, il 15 febbraio 2019, nel corso di quello che sarà il suo ultimo intervento da mini­stro della Difesa, ribadisce: «La Nato è più che una alleanza militare, è un’alleanza politica. E come tale è necessaria per quanto sta emergendo nel quadro della sicurezza internazionale: il ritorno della concorrenza tra le grandi potenze».12

In sintesi, dopo gli anni Novanta e i primi Due­mila, durante i quali era in discussione la possibi­lità stessa di un impegno militare tedesco, gli anni di von der Leyen al ministero della Difesa sono contraddistinti dalla codificazione dell’inevitabi­lità dell’interventismo, anche militare, e, dunque, dalla consapevolezza della necessità di disporre di politiche, norme e risorse adeguate. Von der Leyen si muove ancora all’interno di un multila­teralismo che potrebbe apparire anacronistico con la presidenza Trump e che, tuttavia, impone allo stesso alleato statunitense di fare i conti con una Germania che accetta la condivisione dei costi della sicurezza comu­ne e della NATO. Nel corso dei suoi anni al ministero, il giudizio di von der Leyen è apparso molto ottimistico sulle ragioni di convergenza della NATO e molto duro sulla valutazione della politica russa. Tutta­via, il rapporto con Mosca sembra segnato più dal pragmatismo che da una ostilità preconcetta in ragione di un’adesione a un atlantismo oggi messo in discussione proprio da Washington. L’azione della ministra è stata segnata da due intenti: evitare, da un lato, la frantumazione della vecchia alleanza occidentale e, quindi, il cammino solitario degli statu­nitensi, dall’altro costruire una politica tedesca ed europea che sappia proporsi come strumento di intervento nelle crisi globali, per evitare una polarizzazione degli interessi geopolitici coinvolti, sia delle potenze regionali che di quelle mondiali. In quest’ultimo senso il multilatera­lismo è più che altro sinonimo di disponibilità in Europa a una guida collegiale, fatto che dovrebbe tranquillizzare i riottosi alleati, a partire proprio da Parigi.

La prima questione conflittuale, infatti, più che atlantica è interamente europea: alla Germania ancora non è riuscito un coordinamento con­tinentale delle politiche difensive e di sicurezza, anche per l’attivismo solitario del presidente francese Macron, come dimostra l’assoluto silen­zio dei partner europei di fronte alla proposta della nuova ministra della Difesa tedesca, Kramp-Karrenbauer, di una missione in Siria (ottobre 2019).

In conclusione si può certamente affermare che la scelta di Ursula von der Leyen sia quella di una politica di primo piano della Repubblica federale tedesca. Lei stessa ha sufficiente ambizione personale come pure un sincero rapporto con le istituzioni europee e gli altri paesi per voler attribuire alla sua presidenza un significato particolare, vale a dire di autentica riforma dell’Unione. D’altro lato, nonostante i suoi sponsor siano stati proprio Macron e Orban, la nuova presidente dovrà inter­venire proprio con Parigi e i paesi dell’Europa orientale per recuperare uno spazio di manovra sia nella definizione di una nuova politica estera continentale sia per mettere mano a quelle indispensabili riforme isti­tuzionali. Inoltre, il pragmatismo di von der Leyen potrebbe costituire anche uno strumento efficace per introdurre nuove e più valide politi­che sociali (ad esempio un salario minimo continentale differenziato per paese o un’assicurazione continentale contro la disoccupazione). È certo che Ursula von der Leyen metterà fine al modello paludato di Commis­sione di Junker e Barroso e accentuerà il suo protagonismo, cosa che l’ha messa al centro di aspre critiche in Germania ma ha obbligato gli interlocutori a rincorrerla e ha spesso prodotto risultati considerevoli. Non è detto che sia un male.


[1] Si veda, ad esempio, l’intervista di Paolo Valentino a Wolfgang Schäuble, Draghi, l’ex ministro Schäuble: «Avevamo pareri diversi, ma lui ha salvato l’euro», in “Corriere della Sera”, 27 novembre 2019.

[2] U. Demmer, D. Goffart, Kanzlerin der Reserve. Der Aufstieg der Ursula von der Leyen, Berlin Verlag, Berlino 2015, p. 61.

[3] Ivi, p. 74. Ancora si racconta che von der Leyen scherzi sul fatto che due sue figlie sono nate negli Stati Uniti e che hanno anche la cittadinanza americana, pertanto potrebbero correre per la presidenza degli Stati Uniti. Si veda P. Dausend, E. Niejahr, Operation Röschen. Das System von der Leyen, Campus Verlag, Francoforte sul Meno 2015, p. 187.

[4] P. Dausend, E. Niejahr, Operation Röschen. Das System von der Leyen cit., p. 123.

[5] Intervista di Jana Hensel a Angela Merkel, Parität erscheint mir logisch, 23 gennaio 2019, disponibile anche in inglese su www.zeit.de/2019/05/angela-merkel-bunde­skanzlerin-cdu-feminismus-lebensleistung.

[6] Se Merkel ha dichiarato di non aver vissuto quegli anni e quella fase in prima perso­na, perché non ci fu nella Repubblica democratica un movimento analogo al fem­minismo occidentale, e, dunque, di non volersi adornare di un titolo che non ha meritato, riconoscendone implicitamente il significato, Ursula von der Leyen sem­bra comunque volersi tenere lontana dal femminismo storico proponendo la propria esperienza come esempio tangibile di felice mix di familismo e carriera.

[7] A. Bolaffi, Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea, Donzelli, Roma 2013, p. 232.

[8] H. Kundnani, L’Europa secondo Berlino. Il paradosso della potenza tedesca, Le Monnier, Firenze 2015, p. 28.

[9] Ivi, p. 58.

[10] Si veda U. von der Leyen, Rede der Bundesministerin der Verteidigung, Dr. Ursula von der Leyen, anlässlich der 50. Münchner Sicherheitskonferenz, 31 gennaio 2014, disponibile su http://www.hardthoehenkurier.de/index.php/alle-nachrichten/352-rede-der-bundesministerin-der-verteidigung-dr-ursula-von-der-leyen-anlaesslich-der- 50-muenchner-sicherheitskonferenz.

[11] Si veda Weißbuch 2016, p. 8 disponibile su http://www.bmvg.de/de/themen/weissbuch.

[12] Si veda Keynote der Bundesministerin der Verteidigung Dr. Ursula von der Leyen, 15 febbraio 2019, disponibile su http://www.bmvg.de/resource/blob/32536/c2698fc469931 889aafdb65ac0b31101/20190215-rede-ministerin-msc-data.pdf.

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