Le sardine e il velo, perchè le critiche di MicroMega sono sbagliate

Pubblicata su Micromega.

Caro Direttore,

da collaboratore, seppur da pochi mesi, alla Rivista ritengo che l’editoriale che ha pubblicato qualche giorno fa sia profondamente sbagliato, nei toni oltre che nel contenuto. Lei scrive: «Sul “palco” delle sardine a san Giovanni a Roma ha preso la parola anche una donna con il velo islamico. Una sardina orgogliosa di esibire il velo», tuttavia, aggiunge: «le sardine non possono enunciare come programma l’attuazione della Costituzione e poi affidare questo messaggio a una donna che indossi il velo islamico». Tutto questo sintetizzato dal titolo La sardina con il velo no. Dai toni più pacati, ma di contenuto in parte simile è l’editoriale di Cinzia Sciuto: Care Sardine, non si risponde alla croce con il velo.

La sardina in questione sembra si chiami Nibras e ha affermato di essere musulmana.

Lascio da parte quello che mi appare come un inutile paternalismo verso un movimento giovane, senz’altro acerbo e che deve fare ancora tanta strada per crescere, e mi concentro sui veri problemi del Suo editoriale. Parto dal tono: era proprio necessario scimmiottare i peggiori rappresentati della destra e del populismo citando il Corano che “più o meno alla lettera” (sic!) confermerebbe la svalutazione della donna?

Inutile negare che alcuni concetti come libertà e democrazia hanno nell’Islam un senso molto diverso da quello della filosofia occidentale (ad esempio perché nel mondo musulmano la parola di Dio è sempre presente nel sociale) ma fare dell’Islam una dottrina compatta, come se dal suo inizio sino agli ultimi secoli non ci siano state scuole diverse, discussioni, scontri all’interno del mondo musulmano è operazione che andrebbe lasciata a quegli estremisti che amano citare pezzi del Corano, paragonarlo al Mein Kampf e richiamarsi alla superiorità dei valori occidentali.

Veniamo alla presunta laicità che Lei vede in pericolo perché una ragazza sale sul palco e con la sua sola presenza velata la metterebbe in discussione. Mettiamo da parte considerazioni giuridiche, per quanto importanti (quella ragazza è salita su un palco e ha preso la parola: a mia memoria non è previsto un codice di abbigliamento per i cortei e nessuno si è mai indignato se alle manifestazioni, anche più radicali o progressiste, abbia parlato un sacerdote, con o senza collarino) e proviamo a concentrarci sulla Sua accusa.

Se il movimento è espressione di una generazione, allora ne conterrà tutte le realtà, le potenzialità e persino le contraddizioni. Che nel nostro paese vivano oggi cittadine e cittadine musulmane e che alcune di esse decidano di indossare un velo può essere un problema quando decidono di accedere a ruoli pubblici (una professoressa può portare il velo? È questione di cui si discute in Germania) ma di certo non nella quotidianità della vita sociale. Se “noi” abbiamo scelto di indossare la croce o meno (e indossarla non è proibito), Nibras, come la mia collega e amica Marwa, sceglie di portare il velo perché è così che si autodetermina. Esiste, cioè, anche un uso libero del velo. E se avesse tempo di parlare con queste ragazze, potrebbe avere delle sorprese: la mia amica Marwa (il cui nome richiama una collinetta vicino alla Mecca molto importante per i fedeli), ad esempio, mi ha confessato che sua figlia, che nascerà in Germania, non porterà il velo fino a diciotto anni, solo allora deciderà se indossarlo o meno (e lei si augura che lo faccia) ma non prima.

Quella ragazza, caro Direttore, sembra preoccuparLa perché con la sua sola presenza scardina le Sue certezze sulla laicità: ma come, abbiamo fatto tanto (va detto, spesso, inutilmente) per togliere le croci e ora arriva questa qui con il velo? Si, quella ragazza indossa il suo velo perché la sua autodeterminazione e la sua libertà passano anche attraverso un discorso e una pratica ‘religiosa’, qualcosa che per “noi” può essere incomprensibile ma che non dovrebbe terrorizzarci. Mentre la croce per “noi” è un simbolo di cui possiamo fare a meno, per lei quel velo fa parte della sua identità. Ma per me è molto più importante che questo non le impedisca di far parte di una lotta, superando così il “noi” e il “loro” perché torniamo tutti a far parte di una comunità politica. Che per giunta reclama diritti.

Una comunità plurale, fatta anche di donne che non indossano il velo, di uomini, di cristiani e di musulmani, di atei, dalla quale Lei vorrebbe bandirla per il velo. Si dirà: ma è un simbolo di oppressione, di svalutazione della donna. In alcuni casi. Ma la nostra laicità consiste appunto nel non procedere solo per astrazioni: quella donna, quella lì, quella che Lei ha indicato al pubblico disprezzo (perché, Direttore, sotto un velo c’è sempre una donna in carne e ossa), è forse oppressa? A parte il fatto che sarebbe interessante stabilire quale tribunale popolare laico sia chiamato a stabilirlo ma a me pare proprio di no. La discussione, anche dal punto di vista della nostra Costituzione, finisce qui: che possano esserci altre donne che, invece, sono costrette a indossare il velo ci obbliga a trovare strade perché anche esse possano esercitare liberamente la loro scelta, assicurando, però, anche a Nibras di continuare a esercitare la sua e a vivere pienamente la sua comunità di sardine in lotta.

Cinzia Sciuto obietta che Nibras ha riaffermato la sua identità musulmana, contrapponendola a quella quella di Giorgia Meloni e che, invece, le sardine dovrebbero essere laiche. Ma non si tiene conto di un punto: che una ragazza con il velo salga su un palco e riaffermi la propria identità di appartenente a una minoranza che una parte di questo paese vuole criminalizzare è un fatto ovvio, connesso alla storia di tutti i movimenti politici: solo riaffermando la mia identità posso davvero politicizzarla, costruire alleanze, lottare. Salvini non criminalizza i cristiani o i religiosi, criminalizza i musulmani, i ‘bastardi islamici’ come pure un giornale (?) si è preoccupato di farci sapere. E quella ragazza, sul palco, mi sembra abbia voluto dire: eccomi qui, sono io la musulmana, sono io il mostro che tanti odiano. Del resto, è noto quanto i musulmani siano sotto pressione perché devono integrarsi, adattarsi; ma l’integrazione è sempre qualcosa di reciproco, che chiama in causa anche “noi”. La lotta contro Salvini può assumere un senso se diventa lotta contro ingiustizie, discriminazioni, per diritti, sociali e civili. Per farlo è necessario unire e politicizzare un campo che per sua natura è e resterà plurale.

Il gesto di Nibras è, a mio avviso, è potentissimo. Perché a realizzarlo è la donna cosiddetta oppressa. Che, invece, prende il microfono e come tanti suoi coetanei parla, denuncia, magari sbaglia, dovrà correggersi e ritentare. Che il movimento abbia successo è tutto da vedere, soprattutto perché ha scelto, sino ad oggi, come bersaglio polemico solo Salvini. E in Italia abbiamo già esperienza di movimenti nati contro il potente di turno. Di solito finiscono male. Ma anche qui Nibras ci avrà fatto fare un passo in avanti: anche le ‘povere’ donne ‘oppresse’ possono parlare. Hanno un’opinione. Se ci fermiamo al velo rischiamo solo di non ascoltarle.

Cordialmente

fd

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...