La svolta a sinistra della SPD e il futuro della Große Koalition

Articolo pubblicato il 9 dicembre 2019 su Micromega.

Dopo il Congresso di Berlino dei giorni scorsi, la Socialdemocrazia tedesca torna alla formula della doppia presidenza, che esisteva sin dalle sue origini e che oggi serve soprattutto a salvaguardare la parità di genere; viene così confermato dai delegati il risultato del referendum tra gli iscritti del partito e al vertice del partito siedono adesso Saskia Esken (eletta con poco oltre il 75%) e Norbert Walter-Borjans (che sfiora il 90%).

Il congresso è all’insegna del compromesso: il duo che si è imposto è stato investito nell’ultima settimana dal fuoco incrociato della stampa e degli altri partiti. Si teme una SPD ‘troppo’ di sinistra, troppo radicale, che potrebbe persino abbandonare la Grande coalizione. È la reazione di chi non si attendeva la sconfitta, nel referendum tra gli iscritti, dell’altra coppia, quella costituita da Klara Geywitz e, soprattutto, da Olaf Scholz, Vicecancelliere e Ministro delle finanze e che avrebbe costituito il naturale proseguimento dell’esperienza di governo e dell’attuale linea della Socialdemocrazia.

A essere singolare è proprio la sorpresa degli addetti ai lavori: non che la sconfitta di Scholz fosse scontata, anzi. Ma è stata proprio la sua candidatura a fare della scelta sulla nuova presidenza della SPD un ballottaggio sulla Grande coalizione. Che il vicecancelliere difendesse il governo in carico è un’ovvietà, che non fosse in grado di proporre una linea diversa da quella segnata negli ultimi anni (e che ha condotto il partito al 13% nei sondaggi) e che polarizzasse così il giudizio tra gli iscritti tra una ‘sinistra’ e una parte ‘realista, fedele alla coalizione al governo, è altrettanto scontato. Soprattutto, che l’insofferenza degli iscritti della SPD verso la CDU crescesse, era qualcosa di ugualmente evidente: bastava vedere la crescente opposizione ai patti di coalizione con i conservatori nei referendum tra gli iscritti nel 2013 e nel 2018. Scholz credeva di poter ancora una volta appellarsi al senso di responsabilità, alla necessità di stare al governo per ottenere risultati: e ha comunque ottenuto quasi la metà dei voti anche perché la SPD è un partito che è stato al governo, negli ultimi vent’anni, persino più della CDU e quasi non riesce più a concepire il proprio ruolo se non all’interno dei ministeri. Ma, anche a dispetto di chi credeva che la Socialdemocrazia fosse un partito ormai anestetizzato, soprattutto gli Jusos, i giovani, hanno dimostrato che quella rappresentazione era davvero parziale.

In fondo, la vittoria di Esken e Walter-Borjans è innanzitutto la richiesta di un cambio di linea, di una trasformazione radicale, che richiederà inevitabilmente tempo. Ecco perché, questo congresso si chiude sostanzialmente con un compromesso: dalla vicepresidenza – allargata a ben cinque figure per evitare una conta interna e uno scontro tra la sinistra e i rappresentanti della socialdemocrazia al governo – alla riconferma di Lars Klingbeil, politicamente formatosi con Schröder, quale Segretario generale e, infine, alla valutazione della Grande coalizione. Sulla quale, il Congresso ha elaborato un lungo documento, evidenziando quanto fatto e quanto, invece, sia andato perso nelle trattative con i conservatori. Sarà sulla base di questo documento che si discuterà con gli alleati conservatori. Le ‘svolte’ più radicali, ad esempio su Hartz IV e patrimoniale, approvate in altri documenti, segnano certamente un cambio di passo, che tuttavia richiederà tempo per realizzarsi: per ora l’orizzonte resta quello della Grande coalizione.

Nel primo documento, la SPD chiede, dunque, di rivedere l’accordo con in conservatori (ipotesi esplicitamente prevista dal patto sottoscritto nel 2018): la delegazione socialdemocratica chiamata a discutere con i conservatori sarà costituita dalla nuova presidenza del partito e dai rappresentati al Governo e il capogruppo al Bundestag. Dunque, una delegazione nella quale Scholz continuerà a giocare un ruolo centrale. I due nuovi leader della SPD sanno che, per ora, non possono accelerare troppo nella loro svolta a sinistra: la maggioranza del gruppo parlamentare come pure i rappresentati al Governo sono stati i loro principali avversari e il partito non può spaccarsi proprio ora. La trattativa, dunque, serve a prendere tempo, indispensabile a tutti.

Anche il documento approvato è, per ora, una vittoria di Scholz: i toni sono sicuramente quelli usati da Esken e Walter-Borjans, ma, nel concreto, ci sono margini sufficienti per una discussione con i conservatori e, persino, per un loro parziale accoglimento: più investimenti, soprattutto per comuni e Länder, (e qui risulta difficile che l’attuale Ministro delle finanze Scholz non sappia di disporre del margine per accontentare le richieste dei propri compagni), la rinegoziazione del patto per il clima (in parte bocciato persino dal Bundesrat, il Senato federale, e dunque una necessità) e correttivi sulle politiche del lavoro (evitare del tutto contratti a tempo determinato, riforma del sistema Hartz IV, imposta da una recentissima sentenza del Tribunale costituzionale federale) mentre il salario minimo a 12 euro è un obiettivo «in prospettiva».

Già dal secondo giorno di congresso, molti delegati hanno rumoreggiato contro l’estenuante mediazione, dalla quale è sparita, nuovamente, l’idea di un’assicurazione di cittadinanza, che dovrebbe sostituire per i socialdemocratici l’attuale sistema sanitario, spesso ingiusto vero i lavoratori autonomi e le fasce deboli della popolazione.

Il governo, dunque, non corre pericolo nell’immediato, ma i due nuovi presidenti dovranno dare molto presto agli iscritti, che li hanno sostenuti, qualcosa di concreto: certamente entro settembre 2020, quando mancherà solo un anno alla scadenza naturale della legislatura, e potrebbe essere possibile anche un governo di minoranza della CDU, magari guidato da Annegret Kramp-Karrenbauer che potrebbe così presentarsi alle elezioni dell’anno dopo come Cancelliera in carica. Tuttavia, si tratta per ora solo di speculazioni.

Terminata la discussione su come mettere termine alla ‘fase neoliberista della SPD’ come l’ha definita Saskia Esken, la nuova leadership socialdemocratica dovrà rendersi conto di essere a capo del più antico partito del continente. E che occorre avere, anche per rispondere alle ansie e alle preoccupazioni dei tedeschi, una linea molto più particolareggiata e lungimirante su altre questioni, prima fra tutte quelle internazionali. Su questo la nuova presidenza si è mostrata del tutto incapace di definire un’analisi politica adeguata: Norbert Walter-Borjans ha preferito rifugiarsi in un pacifismo integralista per criticare nuovamente i conservatori. Una scelta che se può essere giustificata per ragioni tattiche dettata dalla contingenza, appare del tutto inadeguata già per i prossimi mesi, quando il governo dovrà ridiscutere la proposta di una missione di pace in Siria.

Qui è il limite della proposta politica, sin qui ascoltata, di Esken e Walter-Borjans: non basta un ritorno al 2003, alla critica aspra e radicale dei provvedimenti di Schröder. Per quanto legittima, non è sufficiente.

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