Costruire muri non basta

Testo pubblicato su Micromega.

Nessun amico se non le montagne”, adattamento di un detto curdo che dà il titolo al libro per add editore di Behrouz Boochani, un giovane curdo iraniano, che dopo essere scappato dal suo paese nel 2013, ha tentato di raggiungere l’Australia dall’Indonesia. Dopo un naufragio, soccorso da una nave militare, è stato tenuto prigioniero sull’isola di Manus in un campo per immigrati irregolari del quale ha raccontato le torture e la vita impossibile, denunce che sono arrivate anche all’attenzione della stampa e del Parlamento australiano. Se il campo è stato chiuso nel 2017, il merito va anche a questo coraggioso giornalista che è riuscito, grazie soltanto a un cellulare, a comunicare con l’esterno – il libro è stato scritto tramite messaggi WhatsApp di Behrouz al suo traduttore – e a mostrare l’orrore del campo, nel quale anche lui era tenuto prigioniero.

Di solito diffido dal genere che si è affermato negli ultimi anni, un ibrido tra il saggio accademico, il pamphlet di denuncia e il romanzo, con l’autore di turno impegnato a raccontare i fatti attraverso le proprie emozioni. Con il rischio di non distinguere quelli da queste e contribuendo ad aumentare la confusione. Ammessa la mia diffidenza, devo riconoscere che Behrouz Boochani evita questo rischio. Per quanto egli stesso, infatti, sia un prigioniero del campo ed è quindi inevitabile una componente autobiografica nel racconto, il suo è innanzitutto un tentativo di restare libero e di continuare il proprio lavoro, lo stesso che portava avanti anche in Iran, il giornalista, descrivere quello che gli sta intorno, provare a raccontare e spiegare agli altri quello che succede. Le montagne, che per i curdi sono una difesa e uno strumento di lotta contro eserciti meglio equipaggiati, rappresentano per Behrouz anche il mondo dei fucili, della guerra, dalla quale lui, però, voleva scappare, perché la sua vera arma era la scrittura. È stato così anche a Manus.

È difficile non impazzire in una prigione che usa diverse pratiche di tortura perché i prigionieri chiedano di tornare a casa. Ma chi sfida il mare, l’oceano come Behrouz, quando la paura ti fa dimenticare le regole più elementari dello stare insieme (su una nave che rischia di affondare «i deboli si sentono sempre forti, quando vedono gli altri soffrire. Il crollo di un essere umano fa leva sull’oppressore che è in ognuno di noi», p. 66), difficilmente chiederà di essere rimpatriato. Organizzare il campo su un’isola serve proprio a trasmettere l’idea che per la prigione non c’è fretta e che, dunque, l’unica porta che può aprirsi subito per i prigionieri è quella del viaggio di ritorno. Che non è per Behrouz un’opzione possibile: «La mia vita passata era un inferno. Sono fuggito da quell’inferno in terra. Non sono pronti a pensarci, nemmeno per un istante. Pensare ad un eventuale ritorno in Iran (…) mi da coraggio, mi sprona ad andare avanti», p. 88.

L’operazione, intellettuale e politica, di Behrouz merita di essere letta: perché non si arrende alla logica della prigione, comincia a sezionarla, a capirne le connessioni e gli scopi. Credo sia stato proprio questo tentativo di studiare il campo e le sue regole a ‘liberarlo’, ben prima della sua effettiva uscita dal campo. Ad un certo punto ha avuto chiaro quale fosse il ruolo che gli veniva richiesto: «Siamo ostaggi…ci hanno trasformati in esempio per incutere paura negli altri, per spaventare la gente in modo che non venga in Australia», p. 122. Non è quindi un caso che Behrouz sia curdo: un popolo che ha patito tantissimo, senza uno Stato è da sempre prigioniero in terre altrui. Moltissimi sono emigrati e la diaspora curda ha prodotto intellettuali raffinatissimi, che provano a mediare tra l’Occidente, nei quali sono molto integrati, e l’Oriente, dal quale provengono.

Sull’isola, quindi, le parti man mano si rovesciano, certo mai fino in fondo, ma il libro testimonia il fallimento degli sforzi del Governo australiano perlomeno sul giovane curdo. Il colto prigioniero diventa spietato analista della prigione nella quale è rinchiuso: raccontando Behrouz decodifica il sistema, a cui da persino un nome, kyrarcale ricorrendo alle nozioni del femminismo. Non è un vezzo accademico, ma la voglia di dare un nome alle cose, di rovesciare il rapporto di potere del campo, «di stabilire un senso di autorità» a proprio vantaggio, come nota acutamente il traduttore del libro dal persiano all’inglese Omid Tofighian nel Racconto del traduttore in appendice.

Behrouz denuncia la logica perversione del sistema, come l’assurda scritta su un corridoio, opera dei secondini, “vietato giocare” (a carte) perché proprio il gioco potrebbe distogliere i prigionieri dal seguire senza indugi il processo di annichilimento e di addomesticamento a cui sono sottoposti. Processo che non disdegna di usare ogni tipo di arma, ad esempio la stessa fame, che cresce in prigionieri malnutriti, costretti a una concorrenza terribile ad ogni pasto e che li spinge ai peggiori gesti anche perché: «Le persone che in prigione si comportano in modo più spregevole e brutale hanno uno stile di vita più confortevole», p.215. Un sistema che col tempo prova a cancellare ogni tipo di identità: «Chiunque conosca i curdi, capisce il livello di rispetto che hanno li uni per gli altri, ma il rispetto intrinseco nella loro cultura comincia a svanire quando comincia a farsi sentire la fame, giorno dopo giorno. Lenta ma inseparabile, la fame tira giù dal pennone la loro bandiera», p. 257.

Behrouz ha usato la scrittura – quella passione che lo portava via dalle montagne e dalla guerra perché sapeva non voleva combattere, perlomeno con quelle armi – proprio per restare lucido e svelare agli altri, al mondo, quello che aveva vissuto. In questo modo, persino in quel sistema annichilente, ha trovato uno scopo, una ragione per non arrendersi. Ha usato la sua cultura, le sue letture, i suoi studi come armi per restare vivo. E ci è riuscito visto che poche settimane fa è stato liberato.

Molti in Italia, elogiano l’Australia, ne hanno fatto un modello da imitare. È inquietante vivere in un’epoca che trova (di nuovo) di moda le frontiere e i confini, che sembra non poterne fare a meno, perché senza non c’è più sicurezza. È sempre Behrouz a chiedersi: cosa sia una frontiera: «Quale crimine ho commesso per giustificare che ammanettino stretto e mi mettano su un aeroplano?», p. 111. Nel 1979, un politico inascoltato, Willy Brandt, ammoniva a prendere in considerazione la necessità di nuove regole economiche, di nuovi aiuti ai Sud del mondo, di una nuova cooperazione internazionale per combattere la fame e la guerra. Altrimenti, anche il numero di quelli che avrebbe tentato di superare le frontiere, i profughi, sarebbe aumentato. Le sue parole furono accolte da grasse risate. Erano gli anni Ottanta e puzzavano troppo di socialismo, ormai in declino. Oggi è un giovane a ricordarci, nuovamente, che costruire muri non basta.

(6 dicembre 2019)

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