Una terra per tanti popoli. Storie dal crocevia tra Siria, Turchia e Iraq

Articolo pubblicato sull’Atlante geopolitico Treccani.

«Dall’altro lato del fiume c’è la Siria, quella è la Turchia, se vai per questa strada torni a Duhok e se prendi l’altra ad Arbil». Gailan, il giovane curdo che mi ha accompagnato al confine, mi indica l’incastro dei tre Paesi con la mano, come se fossero davvero dietro l’angolo. Abbiamo guidato da Arbil per circa tre ore fino a Faysh Khabur, la porta tra Iraq e Siria, lungo il corso fiume Tigri. Da qui si entra in Siria o, meglio, nell’Amministrazione autonoma del Nord-Est, il progetto di democrazia avviato dai Curdi in questa parte del Paese. La prima volta che attraversai il fiume mi tornò alla mente la scuola elementare: il Tigri e l’Eufrate, i Sumeri, i Babilonesi, gli Assiri la nascita della civiltà. Una zona del mondo attraversata per millenni da popoli e conflitti.

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Il muro corre lungo il confine tra Turchia e Siria, qui nella parte più orientale (foto F. D’Aniello)

L’idea di essere su un confine, una linea che indica la divisione tra un di qua e un di là, è qualcosa di relativamente recente. Dopo la fine dell’Impero ottomano, quando gli europei decisero che a occidente del fiume sarebbe nata la Siria e a oriente l’Iraq. Ma per la gente che ci abita, Curdi, arabi, Assiri, turcomanni, Yazidi, è un confine solo perché bisogna attendere per i controlli. E il fiume segna soltanto il passaggio tra Iraq e Siria, poi prosegue verso sud-est, entrando in Iraq. Il vero confine tra i due Paesi è solo una linea sulla sabbia, tracciata dalle dita di inglesi e francesi.

Prima c’era l’Impero, poi sono arrivati i confini dei nuovi Stati nazionali, sui quali vivono anche i Curdi, ai quali fu promesso, dopo la Prima guerra mondiale, il loro Stato. Una delle tante promesse non mantenute. Proprio i Curdi iracheni sono stati vittime delle persecuzioni più atroci di Saddam; sin dalla prima guerra in Iraq godono di una autonomia enorme – tanto grande che sono riusciti a combattersi in una guerra civile – e, insieme ai Curdi siriani, sono stati indispensabili nella lotta contro lo Stato islamico. Se la principale città produttrice di petrolio, Kirkuk, nel centro dell’Iraq, non è finita sotto l’occupazione del Califfato, lo si deve ai Peshmerga curdi della Regione autonoma dell’Iraq.

A occuparsi della mia richiesta di passare il confine, sono, su entrambi i lati, giovanissimi. È una delle cose che mi ha sempre colpito di quest’angolo del mondo. Avrò letto un’infinità di articoli e statistiche sul numero di giovani uomini e donne in Medio Oriente. Ma vederli al lavoro, sbrigare pratiche amministrative, gestire campi per i profughi, dirigere uffici, mi fa capire davvero perché questa parte del mondo non smetta di mobilitarsi, di chiedere democrazia e libertà.

Da ottobre, quest’angolo del confine è di nuovo in agitazione: l’attacco turco, annunciato da tempo, ha provocato l’improvvisa partenza di migliaia di Curdi. L’esercito di Ankara è penetrato da nord, costringendo i Curdi a lasciare i loro villaggi e trasferirsi nelle zone più orientali. Il confine tra Siria e Turchia è un muro che corre lungo la pianura: è vicinissimo, quasi lo tocco; mi ricorda le foto del muro che correva a Berlino e, quando cammino per la capitale tedesca, ne incontro ancora qualche pezzo qua e là, attrazione per turisti. Non qui, dove i muri non sono cose su cui scherzare: anche nella regione della Siria più a oriente, per ora risparmiata dall’attacco di terra, i turchi hanno bombardato, di notte, negli stessi giorni in cui iniziava l’attacco. Per intimidire e far capire che, prima o poi, arriveranno. Il vecchio custode di una Chiesa ortodossa mi indica il muro e mi racconta: «C’erano molte famiglie qui, adesso siamo rimasti io e mia moglie. Ma non vado via, non ho paura e poi dove potrei andare?». Quando arrivo al confine, la tregua ottenuta dalla mediazione russa ha reso più gestibile il flusso di profughi. La paura, però, è che tutto possa ricominciare.

Il governo di Ankara punta a mandare via i Curdi e sostituirli con gli arabi, persino con gli islamisti, nemici giurati di Assad. Con la mediazione di Mosca, i Curdi si sono ritirati e le truppe lealiste di Assad sono entrate nel territorio dell’Autonomia. Che il patto tra Mosca, Ankara e Damasco possa funzionare, resta da vedere. Nel frattempo, ci sono tutti i presupposti per una nuova crisi umanitaria. Già ora gli sfollati sono migliaia. E di solito questi esperimenti di ingegneria demografica finiscono malissimo: l’esempio è sempre Kirkuk, dove Saddam mandava l’esercito a distruggere le case curde, che poi ricollocava nel Sud del Paese, e a insediare arabi. La questione è ancora oggi una bomba a orologeria: secondo la Costituzione del 2005 il problema doveva essere risolto entro il 31 dicembre del 2007.

La maggior parte dei Curdi, per ora, è rimasta in Siria ed è ospitata in strutture d’emergenza. Alcune scuole sono state adibite ad ospitare i profughi. I bambini parlano qualche parola di inglese, qualcuno più intraprendente mi fa fare il giro dell’edificio. Sono arrivati qui il 9 ottobre, all’inizio dell’offensiva, da Ras al-Ayn, proprio sul confine. «Erdoğan vuole eliminare il Kurdistan dalla faccia della terra»: questa è la sintesi di Salah, settant’anni, contadino, accampato con la sua famiglia al primo piano. Poi aggiunge: «Non vogliamo i soldati di Damasco qui e non vogliamo potenze straniere. I soldati dell’Autonomia possono difenderci, la Siria può restare unita, ma ogni area deve avere una sua amministrazione». Praticamente il manifesto politico dell’Autonomia del Nord-Est: queste frasi me le ripeteranno tutti, come un ritornello. I più piccoli, invece, sono più diretti: «Non so perché Erdoğan sia arrivato. Vorrei solo tornare a casa. Qui non posso fare nemmeno una doccia».

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Tende nel campo di prima accoglienza di Bardarash, Regione autonoma curda, Iraq (foto F. D’Aniello)

Altri hanno cercato di raggiungere la regione autonoma dell’Iraq: il campo di Bardarash è pieno, il responsabile per la Fondazione Barzani, Botan Salahaddin Ahmed, anche lui giovanissimo, me lo dice chiaramente: «Non ne possiamo ospitare di nuovi. Siamo oltre il limite». I Curdi iracheni hanno già gestito un’emergenza enorme con la comparsa dello Stato islamico. Allora la Regione si trovò a fare i conti con oltre 2 milioni di rifugiati, quasi un terzo della popolazione totale. Molti sono ancora lì. Quando gli chiedo dei rischi di ex combattenti dello Stato islamico infiltrati, alza gli occhi al cielo; deve aver sentito questa domanda un migliaio di volte: «Non lo so. Non escludo che qualcuno ci possa essere, non è semplice capire chi sta arrivando, indentificare e selezionare». In effetti, convengo che la domanda sia abbastanza stupida: come se fosse davvero possibile identificare con certezza assoluta chi ha fatto parte, chi ha sostenuto, chi era un simpatizzante e chi ha semplicemente obbedito alle regole del Califfato.

La partenza dei Curdi è stata improvvisa. «Non ho fatto in tempo a prendere la mia tastiera. Ma devo esercitarmi, voglio tornare a casa, perlomeno per prenderla». Mohammed, vent’anni, anche lui contadino, ma con la passione fortissima per la musica, che mi fa sentire dal cellulare. Questo è un tratto comune a tutti i profughi: vogliono tornare a casa. Prima possibile. Questo atteggiamento a volte è malinconico, a volte produce speranza.

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Il campo di prima accoglienza di Bardarash, Regione autonoma curda, Iraq (foto F. D’Aniello)

Me lo spiega Daham, un mio amico curdo, meno di trent’anni, ingegnere, che lavora per la Fondazione Barzani: «La questione è come si affronta il futuro. Chi conserva la speranza, cerca di rendere anche la sua vita nel campo migliore. E allora vedi le tende e i blocchi prefabbricati cambiare, diventare accoglienti, chi ci abita vuole sentirsi per un po’ come se fosse a casa. Se la speranza non c’è, allora anche la vita nel campo è infernale. Persino le tende diventano più brutte». Tutti vogliono tornare. Ma non è così semplice: se sei arabo e vuoi tornare a Mosul fino ad oggi hai dovuto fare i conti con le milizie sciite che occupavano la città insieme alle truppe regolari dell’esercito iracheno. E, piuttosto che incontrarle, meglio restare nei campi della Regione curda. Del resto, il grande successo dello Stato islamico fu determinato proprio dall’intuizione dei terroristi di organizzare il risentimento degli arabi sunniti, che costituivano sotto Saddam la classe dirigente del Paese, contro quelli sciiti, divenuti dopo il 2005 i padroni del nuovo Iraq.

Le milizie sciite dovrebbero ritirarsi e integrarsi nell’esercito iracheno. «Ma risponderanno al comando del governo centrale?» mi chiede con un sorriso Hemin Hawrami, giovane vicepresidente del Parlamento e fedelissimo della famiglia Barzani. Non si tratta solo di una valutazione di politica estera: la classe politica della Regione autonoma spera di trarre vantaggio da questa nuova emergenza, proprio ora che l’Iraq è di nuovo attraversato da manifestazioni enormi, mentre la Regione curda appare stabile e pacificata. Un motivo in più per trattare, con il sostegno occidentale, con il governo centrale di Baghdad. E tornare ad occupare un ruolo centrale, dopo la batosta del fallimentare referendum del 2017, che di fatto isolò la Regione autonoma, i cui politici non hanno mai apprezzato le scelte dei Curdi siriani. Vecchie ruggini: la solidarietà fra Curdi è certamente sentita a livello popolare, ma alleanze politiche tra partiti sono da escludere. In queste zone i conflitti, persino all’interno degli stessi gruppi etnici e nazionali, durano da decenni. Ogni tentativo di risolverli con un colpo di mano, si è sempre rivelato fallimentare.

Arrivo in Siria quando la cosiddetta tregua è in vigore, ma le facce che incontro, soprattutto tra i responsabili, sono segnate inevitabilmente dalla delusione. L’impressione è che il progetto a cui hanno lavorato negli ultimi anni rischi di scomparire. Vidi la stessa delusione di oggi sui volti dei Curdi iracheni alla fine del 2017 quando, dopo l’inutile referendum sull’indipendenza, l’esercito iracheno si riprese Kirkuk e i Curdi dovettero ritirarsi. «Ho avuto paura che arrivassero, di nuovo, fino a Arbil», mi dice Muaiad, che ha l’età per ricordare le lotte contro gli iracheni di Saddam e che proprio a metà anni Novanta scappò in Turchia, poi in Grecia, Albania e infine arrivò in Italia, sui barconi.

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Alcune donne attendono la distribuzione di cibo nel campo di Bardarash, nella Regione autonoma curda, Iraq (foto F. D’Aniello)

I Curdi siriani hanno dovuto accettare l’intervento di Damasco e adesso possono contrattare con il governo centrale da una posizione molto meno vantaggiosa. I Curdi iracheni non hanno mai più visto soldati iracheni nella Regione e, di fatto, gestiscono un proprio Stato. Questo era l’obiettivo dell’Amministrazione autonoma. Adesso il programma si fa più complicato, ma non demordono, seppur segnati dallo sconforto: «Siamo da sempre a favore di una Siria unita e democratica. Per noi, tornare al passato, quando il regime non ci riconosceva neppure come cittadini, è impossibile. Vogliamo mantenere in piedi le strutture dell’Autonomia nel Nord-Est e continuare a governare in modo democratico» è la sintesi di Hikmet Habib del Consiglio democratico siriano quando gli chiedo se non sia stato un errore non aver cercato un accordo con il regime già nei mesi precedenti. Mentre beviamo il tè, un po’ più rilassati, non risparmia una frecciata agli americani: «Saremo noi a scrivere la Costituzione della nuova Siria, non come è accaduto con gli iracheni, quando (Lewis Paul, n.d.r.) Bremer la scrisse e la fece approvare. Ad oggi il Paese non ha mai conosciuto la stabilità».

Continuano a ribadirmi un concetto: «Senza di noi lo Stato islamico non sarebbe mai stato sconfitto, abbiamo pagato il prezzo più alto. E adesso la Turchia riporta i terroristi in Siria: lo sappiamo perché li abbiamo combattuti, conosciamo le loro facce e sono di nuovo qui», sempre Hikmet. È vero. Persino dopo la morte di al-Baghdadi, proprio i Curdi hanno immediatamente annunciato di essere stati determinanti. Quasi a voler continuare a ricordare, anche dopo la decisione di Trump, il credito maturato con l’Occidente. Nonostante le tante volte in cui sono stati lasciati soli. Per questo ripetono di non avere amici, solo montagne. Ma, se gli americani vanno via, purtroppo non basta. Anche per i Curdi occorre cambiare strategia. L’Europa potrebbe fare qualcosa: in quei giorni si diffonde la notizia della proposta tedesca di una forza internazionale di pace. Qualcuno ci spera, qualcun altro sbuffa: «Riuscirete a mettervi d’accordo con la Russia? E comunque non c’è tempo, non c’è tempo…».

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                                 Il campo di Bardarash, Regione autonoma curda, Iraq (foto F. D’Aniello)

L’esperienza del Rojava, in curdo la parte occidentale di un ipotetico Kurdistan, è stata sicuramente importante perché veniva dopo una dittatura come quella di Assad. Le scuole sono diverse. «Finalmente!» mi dice il responsabile di una scuola elementare, arabo. Viene da Homs, una delle città dove è iniziata la resistenza ad Assad. Ma è scappato, perché non voleva combattere per nessuna delle fazioni: «Prima la scuola era un’appendice del regime, c’era un sistema paramilitare. Oggi è davvero libera e i bambini imparano a essere liberi». Nelle zone dell’Autonomia campeggia ovunque il volto di Abdullah Öcalan, il leader curdo, che, però, negli ultimi tempi ha spinto per evitare una sovrapposizione delle lotte dei Curdi in Siria con quelli in Turchia, che non a caso negli ultimi tempi sono rimasti molto calmi, nonostante l’azione militare di Ankara. Oggi uno degli eroi per la nuova generazione è Mazloum Abdi, il comandante generale delle Forze democratiche siriane dell’Autonomia. Negli ultimi tempi è circolata la voce che ad Ankara si ragioni anche della sua eliminazione. Una follia criminale. Sarebbe l’inizio di un’ulteriore radicalizzazione per migliaia di giovani. Del tutto insensata: Ankara esercita già un’enorme egemonia economica e commerciale sui Curdi iracheni e su quelli siriani. Persino adesso, con una guerra in corso. La parabola di Erdoğan, la cui esperienza era iniziata molto diversamente, rischia di travolgere la Turchia stessa, lasciandola assai più divisa e in crisi.

Sul Rojava, molti arabi non la vedono così: con Assad erano una minoranza privilegiata, servivano al governo di Damasco per tenere unito il Paese. È inevitabile che non tutti siano contenti e che qualcuno veda persino di buon occhio il ritorno dello Stato centrale. Molti ragazzi siriani che ho conosciuto negli ultimi anni, fieramente ostili a Assad, non hanno mai nascosto una certa insofferenza per il progetto dei Curdi: «Vogliono dividere il Paese, vogliono il loro Stato, noi volevamo la libertà». E ora che in Europa abitano tante comunità, che si affiancano a quella, già numerosa e più antica, turca, l’unica cosa da evitare è l’accentuazione del carattere nazionale di questi conflitti. Non è mai una buona idea credere di risolvere conflitti così profondi, pensando che solo qualcuno abbia ragione. Il rischio è che la situazione possa peggiorare.

Per ora la crisi è stata frenata. Mosca tiene a bada i turchi. Le forze curde si sono ritirate e sono state rimpiazzate dalle forze lealiste di Damasco. Ad oggi non è chiaro se l’accordo con il regime terrà o meno. La maggior parte dei politici curdi mi è sembrata scettica: non c’è dubbio che di Assad non si fidano. E che considerano l’ingresso delle truppe del regime nelle zone amministrate dall’Autonomia come una dolorosa necessità, di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

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        Effetti di un bombardamento turco a poche centinaia di metri dal confine nord-orientale della Siria (foto F. D’Aniello)

Aspettano qualcosa dall’Europa. Magari proprio una forza internazionale. Ma l’Europa attende, discute, si diverte a fare comunicati contro i Turchi, accusati di essere la quintessenza di un mai meglio definito fascismo islamico. Radicalizzando e accentuando così i conflitti nazionali. Dimenticando come abbiamo trattato proprio i Turchi negli ultimi anni – che ancora aspettano la liberalizzazione dei visti per i viaggi brevi – e quanti profughi siriani hanno accolto. L’opposizione alle politiche di Erdoğan si sta trasformando in un giudizio senza senso su tutto il popolo turco, quasi che marciasse all’unisono con il suo presidente.

La capacità europea di gestire la globalizzazione, le sue sfide e persino le sue scorie è imbarazzante. Eppure, che il Medio Oriente, direttamente ai nostri confini, sia attraversato da una straordinaria vitalità di giovanissimi uomini e donne che vogliono finalmente decidere del proprio futuro, è una realtà che dovrebbe spingere a farsi qualche domanda. I giovanissimi Curdi non vogliono uno Stato, non sanno che farsene, vogliono altro: lavoro, servizi, trasporti pubblici. Magari strade migliori e treni. Soprattutto: democrazia e libertà. Altro che conflitti tribali. E lo stesso può dirsi degli altri che hanno animato le mobilitazioni nel Sud dell’Iraq.

Una forza internazionale di pace potrebbe segnare la vera distanza con la tentazione americana di voler fare da soli, che risale quantomeno al 2001. Una nuova costituzione garantirebbe tutti i gruppi siriani, magari tramite un modello federale, per quanto la corrispondente parola araba non sia utilizzabile, perché sinonimo di caos. Un’assicurazione dell’unità dello Stato, che tranquillizzerebbe anche la Turchia, e un federalismo non su base etnica e tuttavia rispettoso di ogni minoranza nelle singole aree del Paese. Ma c’è in Europa qualcuno pronto ad avviare questa discussione?

Quando sto per andare via, a Amjad Otham, dirigente curdo che mi chiede, con enorme rassegnazione, se la Germania davvero invierà le truppe, non ho saputo cosa rispondere. «Non lo so», ho mormorato. La stessa risposta che ho dato in un campo ad Arbil ad un ragazzo arabo: «Mi fate tornare a Mosul?». Non lo so. Non so dire se la tregua reggerà e su che basi il governo di Damasco negozierà con i Curdi. Mi dice semplicemente: «Non dimenticateci». Quando viene a riprendermi sulla sponda irachena, Gailan mi rifà il gesto con le mani: «Quella è la Turchia, tu vieni dalla Siria e di lì torniamo a Arbil». Una terra troppa stretta e tanti popoli ad abitarla.

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Edificio semidistrutto a Qamislo, Rojava, Siria nord-orientale (foto F. D’Aniello)
Immagine di copertina: Tende nel campo di prima accoglienza di Bardarash, Regione autonoma curda, Iraq (foto F. D’Aniello)

© Istituto della Enciclopedia Italiana – Riproduzione riservata

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