La variabile curda, tra Iraq, Siria e Turchia

In una lettera dal carcere di pochi mesi fa, Abdullah Öcalan chiedeva ai Curdi in Siria di insistere per una soluzione democratica e costituzionale del conflitto, vale a dire capace di tenere insieme Curdi e arabi e di salvaguardare l’integrità del Paese, e a quelli in Turchia di concludere lo sciopero della fame contro l’isolamento in carcere proprio del leader curdo e di altri attivisti e di non occuparsi delle elezioni a Istanbul, perse nuovamente dalla coalizione del presidente Erdoğan dopo che un primo voto era stato annullato dall’Alta commissione elettorale.

Öcalan riesce così ad esprimere una tendenza presente davvero in tutto il movimento curdo, come sempre diviso su tutto il resto. Di fronte a un panorama internazionale complicato e in continua evoluzione, segnato dalla tensione crescente tra Stati Uniti e Iran, i Curdi, nonostante le divisioni e i loro obiettivi spesso divergenti, sono disposti a trattare.

In Iraq, in Siria, in Turchia, le forze curde, con estremo realismo, si rivelano pronte ad avviare, dopo la sconfitta militare dello Stato islamico, una fase nuova, a discutere con i loro tradizionali nemici. Certo, c’è in qualche caso una buona dose di ipocrisia e di opportunismo, come nel rapporto tra Arbil e Baghdad, ma questa diponibilità non andrebbe sottovalutata e, anzi, sarebbe necessaria una strategia europea nell’intera area, sino ad oggi del tutto assente.

Continua sull’Atlante geopolitico Treccani.

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