Un nuovo ministro degli esteri per la Regione curda

Dopo ben tredici anni Falah Mustafa lascia l’incarico di Ministro degli esteri della Regione autonoma curda, con un breve tweet: servire il popolo della Regione del Kurdistan per gli ultimi 13 anni è stato il più grande onore della mia vita.

Non posso negare di essere rimasto sorpreso: poco più di un mese fa, dopo l’intervista mi aveva concesso ad Arbil negli uffici del ministero, aveva confermato di voler continuare a «fare gli interessi del popolo curdo» e, quindi, a guidare la diplomazia della Regione.

Falah Mustafa (1964) è uno dei politici curdi più esperti: proprio in quell’intervista illustrava le sfide che il nuovo Presidente della Regione e il nuovo Premier erano chiamati a sostenere, a partire dall’attuazione del federalismo costituzionale insieme al governo centrale di Baghdad. Avevo provato a incalzarlo sul cambio di strategia della politica curda, dal referendum per l’indipendenza all’intesa con Baghdad, ma aveva pacatamente risposto che a suo avviso non c’era contraddizione: si trattava di un’evoluzione quasi naturale. E aveva soprattutto insistito sui rischi di un ulteriore inasprimento dei rapporti tra Iran e Stati uniti, che potrebbe avere effetti molto pericolosi anche in Iraq, per via della presenza delle Milizie di mobilitazione popolare.

Da politico navigato, Falah Mustafa non si è mai lasciato andare a giudizi affrettati e, per tredici anni, ha provato a ribadire la centralità della compagine curda anche all’interno di un’Iraq federale: per questo mi aveva confessato di non essere mai stato del tutto persuaso dell’opzione indipendentista. A suo avviso, la Regione autonoma curda dovrebbe diventare un perno per la stabilità in tutta l’area, mercato aperto per gli investitori internazionali, passaggio obbligato tra Est e Ovest e tra Nord e Sud, tra il Golfo persico e la Turchia. Per realizzare questo obiettivo, sarebbero indispensabili buone relazioni, innanzitutto con Baghdad, poi con Ankara e Teheran.

Adesso Falah Mustafa lascia l’incarico, sostituito da Safeen Dizayee. Si tratta, certamente, di un avvicendamento fisiologico, dovuto alla volontà di mostrare ulteriormente che in Kurdistan il cambiamento è iniziato per davvero. Nechirvan Barzani e Masrour Barzani hanno bisogno di una legittimazione nuova, diversa da quella carismatica del vecchio Barzani, figlio del leggendario Molla Mustafa.

Lo si è visto già nella cerimonia d’insediamento di Barzani e la controprova è rappresentata dalla drammatica crisi che ha colpito l’Unione patriottica, afflitta da una cronica assenza di leadership dopo la morte nel 2017 di Jalal Talabani, tra gli ultimi esponenti della generazione dei leggendari peshmerga impegnati nella lotta contro il regime di Baghdad.

E, tuttavia, qualche perplessità sulla autenticità del rinnovamento resta se è vero che Safeen Dizayee non è esattamente espressione di un ricambio generazionale ed è legatissimo alla famiglia Barzani e, in particolare, a Nechirvan, di cui è stato ex capo dello staff quando era primo ministro.

I Barzani sanno di non poter fare ulteriori passi falsi, dopo il referendum del 2017: una nuova generazione di curdi, che già nel 2009 mise in discussione il vecchio duopolio PDK-UPK dando vita a Gorran(cambiamento), chiede occupazione, trasporti, un sistema sanitario efficiente, un’equa gestione del petrolio, riforme. Sventolare il vessillo dell’indipendenza non basta più: il nuovo governo è consapevole di doversi confrontare con le richieste di una nuova generazione, che non ha mai conosciuto, se non indirettamente, il conflitto con Baghdad. Se a Mas’ud Barzani era riuscito di unificare il popolo con il referendum del 2017, provando così a restare in carica per guidare le (prevedibilmente infinite) trattative con Baghdad, la questione nazionale si è esaurita nell’ottobre dello stesso anno, quando le forze irachene occuparono le aree contese e, soprattutto, Kirkuk. Serve altro: per restare al potere i Barzani dovrebbero imparare a condividerlo e, cioè, a farsi interpreti di realizzare davvero questo cambiamento, guidandolo dall’alto.

In più, nei giorni scorsi, i Barzani hanno dovuto affrontare una crisi diplomatica con il suo tradizionale alleato, la Turchia (alleanza difesa anche da Falah Mustafa nel corso della nostra intervista), che dimostra quanto ancora critica e delicata sia la situazione nella Regione. Il 17 luglio nel corso di un attacco armato in un ristorante ad Arbil sono state uccise due persone, tra cui un funzionario dell’ambasciata turca. Due giorni dopo, in Turchia, alcuni turisti curdi, provenienti dalla Regione autonoma, vengono arrestati perché avrebbero sventolato la bandiera della Regione con i classici colori nazionali curdi. Nei giorni scorsi i turisti curdi sono stati rilasciati e le forze di sicurezza della Regione hanno arrestato due uomini per il duplice assassinio del 17. Sempre secondo le forze curde i due avrebbero legami con il PKK: la situazione resta tesa e, sebbene i curdi abbiano fatto subito luce sul caso, la presenza di forze curde ‘turche’ in Iraq potrebbe presto ricevere un giro di vite (anche questa ipotesi era stata accennata da Falah Mustafa nel corso dell’intervista).

Dunque, se si trattasse solo di un fisiologico ricambio, anche in considerazione di una consapevolezza della famiglia Barzani di dover promuovere un processo di svecchiamento e rinnovamento dell’élite politica, la sostituzione di Falah Mustafa potrebbe anche essere vista positivamente. E, tuttavia, c’è dell’altro, che non può non preoccupare.

Rimuovendo il ministro più esperto, Masrour Barzani si fa interamente responsabile della gestione del governo, del quale resta protagonista assoluto. Masrour, che proviene dai servizi di sicurezza, ha bisogno ancor più di Nechirvan, di una nuova e piena legittimazione, sia in patria che all’estero. Di fatto, c’è ormai una diarchia nella Regione, che dovrà trovare un punto di equilibrio e, soprattutto, promuovere un rinnovamento, certamente guidato dall’alto ma autentico e non solo di facciata. L’esclusione di Falah Mustafa potrebbe essere l’inizio di questo processo, ma anche l’avvio di un pericoloso congelamento della questione, una sorta di avvitamento su se stessi dei due Barzani. Che potrebbe essere fatale non solo per la tenuta del loro partito, il PDK, ma anche per lo sviluppo della Regione autonoma.

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