“L’Iraq confederale è la soluzione migliore per i curdi”

L’intervista è disponibile sul sito di Limes.

È dal 2006 il ministro degli Esteri della regione autonoma curda, la voce oltreconfine dei curdi iracheni. Politico di lungo corso, Falah Mustafa, classe 1964, rappresenta la congiunzione tra la vecchia e la nuova generazione di politici curdi. Lo incontriamo pochi giorni dopo l’insediamento di Nechirvan Barzani quale nuovo presidente della Regione curda. Masrour Barzani ha ricevuto l’11 giugno 2019 l’incarico di formare il governo che, secondo la legge, deve insediarsi entro trenta giorni. Falah Mustafa non risponde sul suo prossimo impegno nel futuro governo, ma dovrebbe essere lui a continuare a guidare ancora la diplomazia curda. In questa intervista illustra gli impegni del nuovo governo, spiega e difende la scelta del referendum sull’indipendenza del settembre 2017, conferma l’enorme distanza politica con i curdi in Siria del Pyd e con il Pkk. La priorità, ora più che mai, è il rapporto tra Arbil e Baghdad.


LIMES Una nuova generazione di politici curdi inizia a rimpiazzare i leader peshmerga. Lei ha lavorato con entrambi: quale crede sia la priorità che deve guidare la politica nella Regione autonoma?


MUSTAFA “Prima le persone”. Abbiamo bisogno di pace e stabilità, di creare posti di lavoro e combattere la corruzione. La prima questione, quindi, è un accordo politico tra le forze curde per lavorare in questa direzione. E siamo ormai prossimi a raggiungere l’obiettivo, il nuovo governo arriverà nella prima metà di luglio. Occorre poi migliorare le nostre relazioni con Baghdad: vogliamo dialogo con il governo centrale, per gestire comunemente le ricchezze del paese per il bene di tutto il popolo e per garantire finalmente sicurezza a tutti gli iracheni. Terzo, cooperare con i nostri vicini per assicurare la pace.


LIMES Nel suo discorso di insediamento, il neopresidente Nerchivan Barzani ha annunciato una roadmap per i rapporti con il governo centrale di Baghdad. Su quale base intendete discutere?


MUSTAFA Non bisogna dimenticare che nel 2003, prima della guerra, la regione curda era di fatto indipendente. Dopo la caduta del regime di Saddam decidemmo di tornare a far parte dell’Iraq, purché fosse un paese libero. Per questo abbiamo lavorato con tutti gli iracheni perché la Costituzione sancisse chiaramente che il paese è federale, democratico e pluralista.

La carta fondamentale riconosce le istituzioni curde. Tuttavia, molte norme – sulle aree contese, sulla gestione del petrolio, eccetera – non sono state attuate. Crediamo che un negoziato con Baghdad debba risolvere definitivamente questi problemi. Si tratta di definire, sulla base dello spirito della Costituzione, il sistema di relazioni tra il governo centrale e quello curdo. È un problema istituzionale: deve essere chiaro che non vogliamo essere ospiti nel nostro paese, ma partecipare attivamente al processo decisionale. Il problema delle aree contese può essere risolto con le previsioni della stessa Costituzione (stabilizzazione dell’area, censimento, referendum). Infine, la questione dei peshmerga: la Costituzione li riconosce come forze di sicurezza regionali nell’esercito iracheno. Pertanto, devono essere equipaggiate e pagate dal governo centrale.


LIMES Nel 2017, però, avete indetto e tenuto un referendum sull’indipendenza. Oggi sembra che la questione nazionale curda sia stata accantonata e che la priorità del nuovo governo della regione sia quella costituzionale irachena.


MUSTAFA Non vedo una contraddizione. La priorità del governo resta la questione nazionale curda e quella federale di tutto l’Iraq. Il referendum del 2017 è stata una scelta obbligata: Baghdad in questi anni non ha mai dato seguito alle previsioni costituzionali relative alla regione autonoma. Quando abbiamo indetto e tenuto il referendum, il governo centrale, i nostri vicini, soprattutto Iran e Turchia, e il resto della comunità internazionale hanno deliberatamente ignorato che mai abbiamo proposto di dichiarare unilateralmente l’indipendenza: il referendum serviva ad avere un mandato per trattare con Baghdad e per discutere le questioni colpevolmente disattese in questi anni. Ecco perché il popolo del Kurdistan, e non solo i curdi, ha votato al referendum: perché Baghdad non intendeva dare seguito alla Costituzione. L’ascesa dello Stato Islamico (Is) è esattamente la conseguenza di politiche errate del governo centrale. Il federalismo è una risposta non solo per i curdi, ma per tutto l’Iraq.


LIMES Quindi uno Stato curdo non è all’ordine del giorno.


MUSTAFA Come ho detto, il referendum non serviva a un’indipendenza unilaterale e violenta ma a spingere Baghdad alla discussione. Abbiamo sempre guardato a modelli pacifici di convivenza o di secessione: magari un giorno potremo avviare un processo simile a quello condotto da cechi e slovacchi. Io stesso sono convinto che, anche per il futuro, una confederazione irachena sia la soluzione migliore per gli stessi curdi. Per noi la priorità era e resta l’attuazione della Costituzione; a questo scopo serve il dialogo con Baghdad.

Carta di Laura Canali, 2017.


LIMES Lei parla di dialogo, ma come si risolve la questione di Kirkuk? Allo stato attuale nelle aree contese ci sono le Milizie di mobilitazione popolare filo-iraniane.


MUSTAFA Kirkuk è una questione irachena e se il governo di Arbil e quello di Baghdad trovano una soluzione, i nostri vicini l’accetteranno. Io credo che se ci sedessimo attorno a un tavolo, cominciassimo a discutere di tutte le questioni e le difficoltà su Kirkuk, una soluzione si potrebbe trovare. Innanzitutto va riconosciuto che parliamo di una città nella quale convivono diverse popolazioni e diverse religioni. Poi ci sono gli attuali dati demografici che vanno letti, però, tenendo conto della storia. E proprio la storia ci dice quale fosse la popolazione maggioritaria nella città prima che questa situazione fosse arbitrariamente modificata con la violenza. La Costituzione dice stabilizzazione, normalizzazione e referendum. Questa è ancora oggi una base della trattativa.


LIMES Ma sinora non ha funzionato.


MUSTAFA Noi curdi vogliamo essere generosi e aperti: il nuovo presidente e il nuovo governo intendono definire precise regole istituzionali perché su Kirkuk i processi decisionali siano davvero condivisi tra tutte le componenti che ci vivono. Offriamo una soluzione costituzionale che assicuri regole chiare e certe, definite e accettate da tutte le comunità locali e delle altre aree contese, che garantiscano la loro partecipazione ai processi decisionali. Il Kurdistan è oggi orgoglioso di aver mostrato la propria tolleranza, la propria apertura: qui da noi convivono in pace tante minoranze. La storia dice che Kirkuk è sempre stata una città curda, ma noi vogliamo trovare i meccanismi istituzionali perché anche le altre componenti siano sicure di poter vivere in pace e di prendere parte ai processi decisionali.


LIMES Chiederete a Baghdad di ritirare le Milizie di mobilitazione popolare?


MUSTAFA La presenza di Hashd ash-Shaʿabi a Kirkuk, nella piana di Ninive, a Mosul e nelle altre zone è indubbiamente un problema. Perché si tratta di milizie non previste dalla Costituzione. Sono nate quando l’ayatollah al-Sistani chiamò a raccolta le forze sciite per difendere il paese [nell’estate 2014, dopo la presa di Mosul da parte dello Stato Islamico, n.d.r.]. Ma adesso che la guerra contro l’Is, almeno sul piano militare, è finita, la presenza di quelle milizie non è più necessaria. E proprio perché noi vogliamo che la Costituzione sia attuata, quelle milizie vanno integrate nell’esercito iracheno: c’è bisogno di una sola forza di sicurezza, con un comando centralizzato. Il tentativo di legittimare la presenza di queste milizie con una legge del parlamento iracheno è sbagliato: l’unica forza di sicurezza prevista dalla Costituzione è l’esercito iracheno e, nella regione curda, i peshmerga, che come ho detto vanno integrati nelle Forze Armate. Per cui non si può e non si deve legittimare la presenza di altri gruppi armati sul territorio iracheno. È un errore.


LIMES La guerra contro lo Stato Islamico è finita, sul piano militare. Ma esistono i presupposti perché un conflitto civile divida di nuovo il paese. Il federalismo è una risposta anche a questa eventualità?


MUSTAFA L’Iraq è uno stato binazionale, con una società multietnica, multireligiosa e pluralista. Abbiamo scelto una Costituzione federale proprio per gestire questa situazione, a differenza del passato in cui il sistema era estremamente centralista e tutto il potere era nelle mani dei sunniti iracheni, escludendo sciiti e curdi. Il nostro, poi, è un federalismo asimmetrico perché diverse sono le competenze che le regioni possono assumere. [Tuttavia finora l’unica regione autonoma è quella curda, preesistente alla Costituzione. Nuove regioni, tramite l’accorpamento di governatorati, non sono mai state create. Ragion per cui non è mai stata convocata la Camera di rappresentanza delle regioni, n.d.r.] Per tornare alla sua domanda: militarmente abbiamo sconfitto lo Stato Islamico, non c’è più il califfato. Benché restino gruppi armati sul territorio ancora in grado di compiere atti di terrorismo, ora il punto è affrontare le questioni che hanno permesso all’Is di ascendere. Occorre condividere il potere tra tutte le componenti del paese e fare progressi politici, economici e sociali. Se i sunniti continueranno a credere di essere esclusi dal governo dell’Iraq e che la loro condizione non è destinata a migliorare, allora lo Stato Islamico potrebbe tornare. Adesso che le città sunnite sono state distrutte, che le loro infrastrutture sono state in gran parte abbattute, la maggior parte dei loro abitanti vive in campi per rifugiati. È il momento di mostrare che in Iraq è possibile condividere il potere per il bene di tutti i cittadini. Perché se questi ultimi si sentiranno con le spalle al muro, reagiranno. È innanzitutto una sfida per il governo centrale: dovrà discutere con tutte le parti della società irachena, non solo con noi curdi.


Carta di Laura Canali


LIMES Torniamo all’Iran. La preoccupa un’escalation militare contro Teheran?


MUSTAFA Ci sono alcune cose che non si possono modificare. La geografia dice che siamo un paese senza porti e privo di accesso al mare. Ecco perché costruire buone relazioni con i nostri vicini – Iran, Turchia, Siria – è una priorità. Dobbiamo sempre sforzarci di trovare terreno comune per vivere in pace: non vogliamo assistere a una nuova guerra in questa parte del mondo. Crediamo che le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran siano una questione seria. Per questo, nell’interesse di tutto il popolo iracheno, siamo preoccupati e guardiamo con molta attenzione allo sviluppo della situazione. Perché essa non riguarda solo l’Iran, ma avrà effetti sulla stabilità dell’Iraq e del resto del Medio Oriente, direttamente o indirettamente. Per esempio, le Milizie di mobilitazione popolare sono in Iraq ma vengono gestite dall’Iran e si rivolgeranno contro interessi americani. Come in Siria, Libano e Yemen. Noi concretamente possiamo fare poco, ma speriamo si possa evitare un’intensificazione delle tensioni e individuare una soluzione pacifica: è nell’interesse di tutti gli iracheni, che vogliono stabilità, pace e sviluppo.


LIMES L’altro vicino è la Turchia, che attacca i curdi in Siria e persino il vostro territorio in operazioni contro il Pkk.


MUSTAFA Il governo della regione autonoma è responsabile per i curdi della regione e non per quelli di altre aree, per esempio in Siria o in Iran. L’attacco ad Afrin ha una storia tutta sua: Ankara disse chiaramente che non avrebbe mai accettato il Pkk in quella zona e tutti sanno che il Pyd è affiliato al Pkk e che non ha fatto nulla per coinvolgere tutte le realtà curde nell’amministrazione del territorio. Negli ultimi anni, ci siamo sforzati di favorire un accordo tra tutte le componenti curde siriane. Il presidente Barzani si è fatto promotore di incontri nella nostra regione affinché queste ultime si unificassero. Sul campo la situazione è diversa: il Pyd ha sbagliato a non condividere la gestione del governo. Anche noi abbiamo questioni aperte con il Pkk. La sua presenza a Sinjar è un problema perché scatena la reazione turca. Ecco perché abbiamo chiesto spesso al Pkk di lasciare il nostro territorio, finora senza successo. Anche l’interruzione del processo di pace fra Turchia e Pkk è problematica per noi, perché certamente non vogliamo vedere curdi combattere contro altri curdi. Da parte nostra, ad Ankara diciamo che non crediamo possibile risolvere questo problema militarmente e, come ho detto, chiediamo al Pyd di aprirsi anche alle altre forze curde siriane.


Carta di Laura Canali, 2017.


LIMES In che senso? La mancata condivisione del potere non giustifica un attacco turco.


MUSTAFA No, certamente. Come ho detto, speriamo possano prevalere soluzioni pacifiche. Io stesso mi auguro che la Turchia tenti la strada del dialogo ed eviti nuovi attacchi. C’è bisogno che tutti facciano la propria parte. Il Pyd deve cambiare, integrare tutte le forze curde e dire chiaramente che vuole essere una forza siriana e restare in Siria. Ma non sarà possibile se continuerà ad aderire a vecchie formazioni politiche. Se continuerà a esporre le bandiere di Öcalan, alla Turchia sembrerà comunque di fronteggiare il Pkk. E reagirà.


LIMES Öcalan stesso ha fatto esplicito riferimento in una lettera di poche settimane fa alla necessità di trovare una situazione pacifica al conflitto curdo in Turchia.


MUSTAFA Certo, ma lui è in prigione e la situazione sul campo in Siria è diversa. Come ho detto, il Pyd deve cambiare: se lo farà, sosterremo qualsiasi accordo che sarà trovato tra tutti i curdi siriani e le altre forze siriane.


LIMES Crede che un sistema federale sul modello iracheno possa funzionare in Siria?


MUSTAFA Da parte nostra, sosteniamo ogni sforzo per la condivisione del governo di una nuova Siria democratica. Se il modello iracheno può essere un esempio, ben venga.


LIMES Qual è al momento il vostro rapporto con la Russia? Mosca è diventata la prima investitrice nella regione ed è stata protagonista dell’accordo politico tra Baghdad e Arbil lo scorso anno.


MUSTAFA Abbiamo storicamente buoni rapporti con la Russia, del resto il nostro generale Mustafa Barzani aveva ottimi rapporti con l’Unione Sovietica. Inoltre, Mosca non è intervenuta sulla questione del referendum ma si è limitata a ribadire che il dossier fosse di competenza esclusiva di Arbil e Baghdad. Certamente le compagnie petrolifere russe sono qui e vogliamo avere solidi legami con chi intenda investire nella regione. La nostra politica, però, è quella di avere relazioni con tutti: abbiamo ottimi rapporti con gli Stati Uniti, ovviamente, con la Francia, con la Cina. La Germania ci ha sostenuto in modo rilevante sia nella guerra contro lo Stato Islamico, assicurandoci la fornitura di armi, sia nell’organizzazione e nella gestione dei campi per i rifugiati. E l’Italia è stata una protagonista della coalizione contro l’Is. Proprio per quanto dicevo all’inizio, per gli obiettivi che il governo si è dato, intendiamo continuare a coltivare sinergie con tutti i paesi che vogliano aiutarci a raggiungerli.

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