La SPD e il Socialismo democratico: un ossimoro?

Kevin Kühnert è da due anni il presidente dei giovani socialdemocratici (gli Jusos) ed è stato tra gli ispiratori di una campagna contro l’accordo di SPD e Union per una nuova Grande coalizione. Con Franziska Drohsel (2007-2010) prima e poi con Johanna Uekermann (2013-2017) l’organizzazione giovanile assumeva posizioni sempre più critiche con “gli adulti”. Già nell’inverno del 2013 Uekermann invitava gli iscritti della SPD a votare contro il Patto di coalizione (raccogliendo il 24%, balzato nel 2018 al 34%): gli Jusossi sono, quindi, andati configurando come una voce estremamente critica, destinata a sostituire, prima o poi, l’attuale, sbiadita dirigenza del partito.

Qualche settimana fa Kühnert ha rilasciato un’intervista alla Zeit, un ulteriore passo di questa ‘lunga marcia’ degli Jusos, spiegando cosa significhi, a suo avviso, essere socialista. Le reazioni sono state furiose: il presidente del Forum economico della SPD, Michael Frenzel, ne ha addirittura chiesto l’espulsione (quasi tornando al 1961, quando il partito decise l’espulsione del SDS, l’organizzazione studentesca), l’ex Segretario del partito, Sigmar Gabriel, scorge nelle sue dichiarazioni i metodi di Trump (!).

Che cos’ha detto Kühnert di cosi scandaloso?

Essere socialista connota la pretesa di poter non solo pensare, ma realizzare un mondo migliore. Un mondo di persone libere, che metta in primo piano i bisogni collettivi e non i profitti.

E ha aggiunto:

Il principio fondamentale è lo stesso [dai tempi di Marx]: ciò che determina la nostra vita deve stare nelle mani della società e da essa democraticamente determinata. Un mondo nel quale le persone possano provvedere ai loro bisogni. Una democratizzazione di tutti gli ambiti della vita. […] L’obiettivo è il controllo democratico di come lavoriamo e di cosa produciamo. […]  La divisione dei profitti deve essere controllata democraticamente. Questo esclude che ci sia un capitalista proprietario di queste aziende: senza la collettivizzazione non è pensabile un superamento del capitalismo.

Si è tentato – lo hanno fatto soprattutto i conservatori – di riportare le frasi di Kühnert ad una nostalgia per la DDR (è nato nel 1989, ma l’argomento è sempre efficace per chi vuole evitare di entrare nel merito) e alla pianificazione sovietica (Kühnert, che oltre all’esproprio di case ha citato, su suggerimento di chi conduceva l’intervista, il caso della ‘collettivizzazione’ della BMW, ha detto chiaramente che un ordinamento socialista come lui lo immagina non si è ancora realizzato e che ‘socialismo democratico’ è una coppia concettuale indivisibile).

È davvero inquietante il livello delle accuse, ignobili e vergognose, piovute da parte della stampa e dalla destra tedesca, non solo all’intervista ma alla storia stessa della SPD. Si può essere d’accordo o meno con Kühnert ma non si può accettare la critica sommaria al ruolo che il socialismo democratico ha giocato nella storia tedesca: a partire dalla fine dell’Ottocento passando poi allo straordinario compromesso della Costituzione di Weimar, alla lotta al nazionalsocialismo, persino alla condanna subita nella Repubblica democratica per mano dei comunisti nella SED, la Ostpolitik di Brandt, solo per citare alcuni esempi. In fondo, era Willy Brandt che ricordava con orgoglio come i socialisti democratici non avessero ami sostenuto regimi autoritari o totalitari e che, anzi, ne fossero stati sempre le vittime predilette: probabilmente non avrebbe apprezzato il silenzio dei suoi compagni di fronte alle accuse di questi giorni, perché chiamano in causa il senso stesso del partito

Una condanna così radicale e sommaria rappresenta un ritorno alla (peggiore) tradizione dei conservatori della Germania Ovest e apre scenari inquietanti su quello che potrebbe avvenire quando Angela Merkel lascerà la Cancelleria.

Se, invece, si tenta di contestualizzare l’intervista, Kühnert parte da un dato di realtà e dalla migliore tradizione del socialismo democratico tedesco: cosa che rende ancor più inquietanti le accuse da parte socialdemocratica. Senza un’idea alternativa di società, senza poter anche solo immaginare rapporti sociali non completamente dipendenti da quelli economici, la socialdemocrazia non può esistere.  Se i conservatori, per definizione, puntano a preservare i rapporti sociali dati, la socialdemocrazia dovrebbe avere quella fantasia – anche qui un’intuizione di Brandt – per immaginarne di nuovi, fondamentalmente diversi. Ecco perché persino (soprattutto) la messa in discussione delle forme attuali del mercato non dovrebbe essere un tabù per una forza socialdemocratica. Tornamo a Kühnert.

Il dato di realtà del suo intervento è la crescita delle disuguaglianze e, tra le tante altre cose, quella della precarietà nei luoghi di lavoro e degli affitti. Proprio sulla questione casa si registrano sempre più mobilitazioni, non ultima quella berlinese per l’esproprio delle grandi impresi immobiliari. Kühnert ragiona allo stesso modo:

avere un tetto sulla propria testa è un diritto, il mercato non è in grado di assicuralo.

Per questo motivo, prima dei profitti delle aziende, vengono i diritti delle persone: «perché alcuni dovrebbero fare profitti con ciò che è necessario ad altri per vivere?». C’è qui una chiara identificazione del partito come rappresentante di determinati interessi, in particolare di coloro che escono svantaggiati dalla competizione globale e dalla crisi dell’economia sociale di mercato.

Questa analisi è corretta, a tal punto che Marcel Fratzscher dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), pur considerando sbagliate le soluzioni avanzate da Kühnert, non ha potuto negare che

L’economia sociale di mercato tedesca non funziona più […] e l’analisi dei problemi suggerita da Kühnert è spesso corretta.

Va dato merito a Fratzscher di essere stato uno dei pochi ad aver preso sul serio l’intervista di Kühnert e a tentare di avviare un ragionamento sulle attuali disfunzioni (che il leader degli Jusos attribuisce allo spirito neoliberale degli anni novanta che, dopo la caduta della cortina di ferro, ha messo in discussione le conquiste dello Stato sociale) di quel particolare tipo di capitalismo che è l’economia sociale di mercato tedesca.

Quest’attenzione ai bisogni delle persone e agli effetti di un capitalismo senza freni ha indubbiamente una connessione con tutta l’esperienza novecentesca della SPD e con le sue migliori intuizioni: democratizzare tutti gli aspetti della vita sociale fu il motto con cui Willy Brandt aprì il suo cancellierato nel 1969 (mehr Demokratie wagen). Kühnert ha cercato di avviare una discussione di sistema, riportando il partito ad un ragionamento che non sia finalizzato solo all’amministrazione o alla gestione del capitalismo, ma ad un suo superamento: essere socialisti significa esattamente porsi questo tipo di problema, e la risposta non può che essere democratica, cioè con la piena partecipazione dei soggetti coinvolti

Perché i migliaia che hanno costruito un’automobile devono essere liquidato con un salario e non essere proprietari, in parti uguali, di quell’impresa?

 e con l’obiettivo, dunque, di aumentare gli spazi di libertà e la giustizia sociale.

L’idea che si possa rimettere in discussione l’idea stessa di proprietà, stabilire democraticamente cosa e come si produce, controllare il mercato (è giusto ad esempio che un’enorme quantità di dati sensibili debba stare in mani provate?): tutte sfide che si ripropongono necessariamente per un partito che si dice socialista. Il socialismo, dunque, è l’unico modo per evitare una riduzione della politica a semplice amministrazione dell’esistente e, anzi, a tentare di modificare la realtà non sulla base di un modello predeterminato ma di alcuni valori fondamentali. Il problema, cui i critici di Kühnert nemmeno prestano attenzione, preoccupati come sono di dimostrarsi regierungsfähig, responsabili diremmo noi, è che senza questa ‘fantasia’ di cui parlava Brandt non esiste nemmeno un’analisi delle trasformazioni del capitalismo contemporaneo, delle nuove forme di concentrazione economica e degli sviluppi futuri. Non esiste un (solo) capitalismo, tantomeno una sua forma statica: di fronte alle sfide delle grandi aziende del Web (Amazon, Google, Facebook), sono immaginabili nuove forme di gestione delle possibilità aperte negli ultimi anni? Davvero una socialdemocrazia non ha niente da dire a Jeff Bezos quando dice che la sua azienda non ha bisogno dei sindacati? Questa affermazione è compatibile anche solo il livello attuale dei Trattati europei?

Il problema è che Kühnert pone una sfida, radicale e sempre meno superabile alla dirigenza della SPD, dimostrando uno straordinario fiuto politico. Dopo le polemiche seguite alla sua intervista, ha dichiarato, soddisfatto e un po’ beffardo, che i populisti di AfD sono stati del tutto esclusi dal dibattito: quando si parla di questioni vere e decisive per il futuro di milioni di persone, i populisti non hanno nulla da dire. Kühnert è rimasto nella SPD anche quando le sue proposte sono state bocciate e il patto di coalizione che è stato approvato era lontanissimo dalle richieste iniziali del suo partito. Non ha ceduto nemmeno ai richiami di Sahra Wagenknecht per costruire un movimento esterno e trasversale ai partiti progressisti, sconfessandone più volte le tesi su Europa e migranti e preferendo continuare a dare battaglia dall’interno.

Ecco perché non sorprende che qualcuno ne chieda l’espulsione: chi non riesce ad andare oltre la Grande coalizione come esperienza di governo, difficilmente è in grado anche solo di pensare un superamento del capitalismo come ordinamento economico e sociale. Ogni altro ‘esperimento’ è categoricamente escluso: la cosa è tanto più sorprendente se si considera che ormai il sistema politico tedesco si sta stabilizzando su una condizione di multipartitismo, che favorirà proprio le forze più dinamiche e capaci di offrire soluzioni innovative e alternative alla Grande coalizione. Nella CDU lo hanno capito, la maggior parte della SPD evidentemente ancora no.

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