Chi ha paura della Germania?

Andreas Rödder, storico liberal-conservatore, già autore di una interessante ricostruzione della riunificazione tedesca, apre il suo nuovo libro con un chiarimento “lessicale”: ciò che i tedeschi chiamano “questione tedesca” (deutsche Frage), negli altri paesi è il “problema tedesco” (deutsches Problem). Ma perché (e come) la questione tedesca – e cioè la necessità, emersa con il nazionalismo ottocentesco, di una ‘casa’ comune per i tedeschi – diventa un problema per gli altri vicini europei?

L’esistenza di una deutsche Frage è, perlomeno dal 1871, cioè dalla nascita del II Reich, una circostanza comunemente accettata dalla storiografia: la proclamazione del Reich a Versailles determina la formazione, nel cuore dell’Europa, di una potenza, politica e militare, che cancella il vecchio ordine, definitosi con la guerra dei Trent’anni (1618-1648), al termine della quale il centro del continente era divenuto uno spazio politicamente “vuoto”, seppur oggetto costante delle mire espansionistiche dei vicini.

L’abilissima operazione di Bismarck, che nel 1871 al termine di tre guerre (contro la Danimarca, contro l’Austria e contro la Francia) riunifica parte dello spazio tedesco sotto la guida della Prussia a danno delle ambizioni austriache – che con la casa Asburgo aveva retto l’Impero – si rivela così un detonatore per l’equilibrio europeo. E la ragione è evidente: il cuore dell’Europa è stato per secoli il luogo principale delle ambizioni di tutte le potenze europee. Chi occupa la Mitte, il centro, può egemonizzare il resto del continente.

Ecco perché l’operazione di Bismarck costituisce uno spartiacque storico: la Mitte, unificata dalla Prussia, diventa un soggetto politico, forte e coeso, come non si vedeva da oltre tre secoli nel continente, che rompe l’equilibrio delle potenze creato tanto dopo il 1648 che dopo il Congresso di Vienna del 1815. Su questo, in verità, ci sarebbe da ribadire che a essere rotto era un equilibrio estremamente vantaggioso per la Francia, uscita sconfitta dal tentativo napoleonico di una egemonia continentale, e per l’Inghilterra, come aveva capito lucidamente Carl Schmitt tra le due guerre mondiali.

Le due guerre mondiali sono l’effetto di questa detonazione: se la Prima si conclude con una Germania sconfitta (e umiliata) ma ancora in possesso di un considerevole potenziale (politico ed economico), la Seconda rappresenta il ritorno all’ora zero, la Stunde Nulldel maggio 1945, quando il paese era ridotto ad un cumulo di macerie, completamente occupato da eserciti stranieri. Tornati dunque ad uno scenario pre-1871 (per certi aspetti analogo a quello post 1648), si dovrà aspettare il 1989-1990 per una Wiedervereinigung, una ri-unificazione, termine che non piaceva a Willy Brandt che intravedeva i rischi di un ritorno ad ambizioni di potenza bismarckiana, e per la nascita, nuovamente, di una potenza politica ed economica nel cuore del continente (dotata, con le parole di Mitterrand, di una propria “bomba atomica”: il marco tedesco, che francesi e italiani vollero imbrigliare in una moneta comune, l’Euro).

Il libro è, dunque, si occupa della questione tedesca per verificare la digeribilità a livello europeo di uno Stato unitario nel mezzo del continente, circostanza che dopo il 1871, si è ripresentata, come detto, con la riunificazione del 1989-90. In questo modo si ripresenta costantemente il tema del ruolo della Germania – e dei tedeschi – nel continente: fino alle recenti crisi dell’euro e dei rifugiati, il dibattito intraeuropeo è dominato dallo scetticismo fino all’aperta ostilità verso le politiche tedesche (in ragione di una loro presunta volontà di salvaguardare il proprio stato a danno degli altri partner dell’Unione).

In Italia questo problema è stato magistralmente affrontato in più occasioni da Gian Enrico Rusconi, che ha tracciato delle interessantissime valutazioni sulle “condizioni comuni” che Bismarck, Kohl e Merkel hanno affrontato (e nel caso della Cancelliera, continua ad affrontare ancora oggi). Il testo di Rödder compie un ulteriore passo in avanti e si concentra anche su periodi di solito trascurati dalle ricostruzioni sin qui condotte: ad esempio la fase weimariana e agli sforzi di Gustav Stresemann per una revisione degli accordi di Versailles dopo la Prima guerra mondiale in una cornice europea (quantomeno con la Francia) o alla Ostpolitikdi Willy Brandt.

Il merito di Rödder, al di là delle sue conclusioni sul futuro del processo di unificazione europea, è di aver provato ad allargare il campo dell’analisi, di solito limitata ad alcuni dei protagonisti della storia tedesca ed europea, e a individuare, oltre alle note “criticità” della storia tedesca, anche alcuni elementi positivi, dai quali ripartire per un ruolo positivo del paese nel continente, tanto verso ovest che verso est. Inoltre, lo storico si concentra anche sull’immagine che i tedeschi hanno avuto, nel corso di vicende così diverse ma spesso anche molto simili, tra i loro vicini: i Francesi, gli Italiani, i Greci e i Polacchi.

Il tentativo di Rödder, però, si espone a diverse critiche e ad una obiezione di fondo.

La prima critica è la ‘sottovalutazione’ della scelta bismarckiana: l’unificazione del 1870 è, in realtà, la vittoria finale (interna al campo tedesco) della Prussia sugli Asburgo. La soluzione cosiddetta piccolo-tedesca(perché lasciava fuori molti territori abitati da popoli parlanti il tedesco) è a tutti gli effetti una soluzione della sfida egemonica – apertasi a partire dal XVIII secolo – tra i due Stati. Tuttavia, l’Impero asburgico aveva una sua propensione verso Est, verso quei territori sui quali oggi si sono costituiti gli Stati della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, etc. Sarebbe altrettanto importante verificare anche le potenzialità o quantomeno la natura della soluzione grande tedesca. Anche perché non va mai sottovalutato che l’enorme peso della Prussia nell’edificio del Reich fu uno dei grandi problemi costituzionali tanto fino alla Prima guerra mondiale ma anche dopo, nella Repubblica di Weimar, come sapeva bene Hugo Preuss che materialmente scrisse la Costituzione del 1919. L’altra soluzione avrebbe potuto offrire un maggiore equilibrio nel quadro del federalismo tedesco? Un bilanciamento della potenza prussiana avrebbe garantito una maggiore stabilità istituzionale al Reich? E offerto anche un esempio interessante di integrazione funzionale e di vero federalismo nel cuore del continente? E come avrebbero reagito le altre potenze a questa novità, ancor più dirompente del ‘piccolo’ II Reich?

Inoltre, seppur la Ostpolitikdi Willy Brandt incontra alcune pagine interessanti, Rödder sembra non interessato ad una messa a fuoco dell’azione del cancelliere socialdemocratico, tanto nella dimensione di una politica autonoma ma inserita nel nuovo contesto avviato dall’Amministrazione americana di Nixon di un disgelo con l’Unione sovietica, tanto nell’inevitabile e strutturale ritorno ad Est della politica tedesca degli anni settanta. Che anticipa e per certi versi accelera la Riunificazione ma individua anche la necessità di un rapporto positivo non solo con l’est Europa ma anche oltre.

Infine, non si può non segnalare il pochissimo spazio dedicato alla politica estera come pure alla discussione nella Repubblica democratica tedesca. Rödder è uno storico nato e formatosi nella Repubblica federale, quindi liquida il problema con l’osservazione secondo la quale l’integrazione della Repubblica democratica nel blocco sovietico lasciava a Berlino est molta meno autonomia di quanto fosse assicurata a Bonn nel blocco occidentale. Ammesso che l’obiezione sia fondata, nella politica della Repubblica democratica non salviamo nulla? Nemmeno l’aperta ostilità ad ogni ipotesi di continuità con il vecchio Reich, che ha contribuito certamente ad una determinata forma di patriottismo nella vecchia Germania Est. Continuità che, invece, è fieramente rivendicata dalla Repubblica federale, non solo nelle aule delle facoltà di Giurisprudenza ma persino dallo stesso Tribunale costituzionale federale? Vicenda che ha avuto un’influenza non secondaria nella costruzione dell’identità nazionale della Repubblica federale, come tanti progressisti tedeschi sanno molto bene.

Qui arriviamo alla vera obiezione al testo di Rödder, quasi ‘metodologica’. Siamo proprio sicuri che sia possibile definire la deutsche Fragecome problema generale, senza invece criticare la stessa categoria in questione? Rödder si sforza di comprendere il punto di vista dei vicini europei, ricostruisce abilmente l’immagine dei tedeschi negli altri paesi negli ultimi due secoli, intervista persino intellettuali e giornalisti stranieri (il colloquio con Nikos Dimou è un piccolo gioiello del libro). E, tuttavia, si ha l’impressione che manchi qualcosa: non si può parlare della deutsche Fragecome se fosse sempre e solo un problema di comprensione dei tedeschi con gli altri. Occorre che gli stessi tedeschi mettano in discussione la nozione stessa. E lo facciano insieme a quelle forze continentali che sono disposte ad un avanzamento sul piano della comprensione reciproca e del superamento dei nazionalismi. In altre parole serve una visione ‘partigiana’, senza la quale l’analisi di Rödder risulta incompleta e acefala. E serve una sua proiezione a livello ‘europeo’, perché come ricordato all’inizio la questione tedesca è solo un aspetto di una più considerevole questione ‘europea’: non esiste una deutsche Fragese non come europäische Frage.

Lo aveva capito Willy Brandt – ed oggi lo ripete Jürgen Habermas – il quale sapeva perfettamente che nella storia tedesca ed europea esistono forze incapaci di riuscire a coniugare il progresso con l’estensione dei sui benefici per tutti e tutte. Che i limiti siano dati da una dimensione autoritaria (nel caso prussiano), razzista (nel caso del nazismo) o banalmente nazionale (come spesso può avvenire ancora oggi: non va mai sottovalutato il fatto che il partito della destra populista AfD nasce come organizzazione contro l’Euro – e in particolare contro italiani e greci – dall’unificazione di diversi movimenti che avevano contestato i trattati di Maastricht e di Amsterdam), è una situazione che può essere superata solo con una precisa strategia politica europea. Ecco perché Brandt si inginocchia a Varsavia nel 1971 di fronte al memoriale delle vittime della ferocia nazista, pur avendo combattuto il nazismo e preferendo l’esilio alla dittatura. Non è solo una scelta morale– come sembra suggerire Rödder – è piuttosto la consapevolezza della necessità di rappresentare e dare forza politica a un’altraGermania, che faccia dimenticare quella precedente, assumendosene comunque le responsabilità storiche e pronta a definire con i suoi vicini un nuovo modello di convivenza sul continente.

Tutto questo torna ancora oggi, nella vicenda attuale della crisi dell’Euro e dei rifugiati.

Ecco che qui la geopolitica, gli elementi trainanti la storia tedesca e le forze di lungo periodo incontrano la politica vera e propria, senza la quale rischiano di restare gusci vuoti e arnesi poco utili. Una politica che, però, avrebbe bisogno di una vera declinazione europea. E le forze in grado di prefiggersi questo compito sono solo quelle progressiste. Non è un caso che il loro declino, persino la loro scomparsa anticipi la crisi del progetto politico europeo. Del resto anche qui un’analogia: la politica tedesca degli ultimi due secoli (e ancor più la democrazia tedesca nel Novecento) è stata profondamente legata alla storia, alle vicende e al fato della socialdemocrazia tedesca.

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