La vittoria di AKK

Amburgo. L’elezione di Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK, come ormai la chiamano i tedeschi) è indubbiamente una vittoria per Angela Merkel, che ha imposto al partito la sua ‘delfina’ e potrà adesso puntare con più fiducia all’obiettivo di restare cancelliera fino al 2021, scadenza naturale della legislatura. La Merkel ha cambiato in profondità il partito che guida dal 2000, gli ha dato la sua personalità, la sua impronta.

La vecchia guardia, incarnata da Friedrich Merz, che paradossalmente voleva essere l’uomo del rinnovamento, ha cercato di resistere, lo scontro si è concluso con uno scarto minimo: la maggioranza per essere eletta era di 500 voti, AKK ne ha ottenuti 517, appena il 51,7%. Merkel e AKK si sono, quindi, imposte: il rinnovamento è anche generazionale con il capo dei giovani dell’Union, Paul Zemiak (1985), proposto da AKK ed eletto oggi dal congresso Segretario generale del partito, carica lasciata libera proprio da AKK.

L’intervento di ieri di Merkel è stato proprio una difesa di questi diciotto anni: Merkel ha rivendicato di aver salvato il partito travolto, alla fine degli anni novanta, dallo scandalo dei fondi neri. E di averlo ricostruito dalle fondamenta. La maggioranza dei delegati, dopo averla applaudita e aver esposto i cartelli Danke, Chefin, non se l’è sentita di votare un candidato, Friedrich Merz, che rappresentava un’alternativa radicale a Merkel: per le idee, per metodo, per stile. Soprattutto la sua elezione avrebbe determinato non pochi problemi al governo federale: una coabitazione con la stessa Kanzlerin sarebbe stata molto complicata. Lo stesso Merz ha provato, invano, nel suo intervento finale a smorzare queste polemiche e a ribadire la sua fedeltà al governo per i prossimi tre anni.

Adesso inizia l’era AKK: l’ex Ministerpräsidentindel Saarland(dal 2011 al 2018) ha una lunga carriera politica, è stata ministra nel suo Land (dal 2000 al 2007 agli interni, poi fino al 2009 alla formazione, e fino al 2011 per il lavoro) e dal febbraio di quest’anno era Segretaria generale della CDU. La sua sarà una transizione morbida con la guida di Angela Merkel: AKK continuerà a collocare il partito saldamente al centro, trasversale a diversi strati e ceti sociali. Nessun cedimento eccessivo alla socialdemocrazia – sono esclusi interventi radicale per trasformare l’Hartz IV – ma attenzione alla disuguaglianza crescente nel paese. Come per Merkel, la guida non sarà Ludwig Erhard, l’ex ministro tedesco, padre del miracolo economico, e la sua idea di formierte Gesellschaft degli anni cinquanta e sessanta, ma un approccio estremamente pragmatico che coniughi rigore finanziario e interventi sociali.

Soprattutto, nessuna tentazione leaderistica alla Macron: la CDU resta un partito vero (l’ultima Volkspartei del continente, come hanno orgogliosamente ripetuto inquietante in questi giorni i delegati), che ha celebrato conferenze e congressi in ogni Länder, che ha eletto delegati per un congresso, che hanno discusso (in modo anche duro) e alla fine hanno deciso. Soprattutto è un partito che non intende procedere da solo: i corpi sociali restano decisivi, a partire dai sindacati e dalle organizzazioni dei lavoratori (lo ha ricordato Merkel nel suo intervento quando ha parlato di come si è arrivati a definire il salario minimo, proprio tramite un accordo tra le forze sociali). In questo senso, davvero la Germania di Merkel non è la Francia di Macron: la conferma, cioè, che la politica ha ancora un senso e una sua rilevanza e non si riduce necessariamente alle volontà (o ai capricci) del leader di turno. Quello di Macron è un populismo di centro, nel quale il centro è del tutto spoliticizzato, perché chi decide è davvero l’uomo solo al comando. Merkel ha, invece, radicalizzato il centro, la Mitte come luogo in cui interessi diversi s’incontrano e trovano una mediazione, ne ha fatto quindi un corpo estremamente politico, del quale è stata rappresentante, in modo tale che i tedeschi di diverse condizioni sociali si siano potuti identificare nella sua azione. La tenuta dello stato sociale tedesco ha fatto poi il resto.

In questo senso, Merkel intende continuare a ad avvalersi di questa impostazione, nonostante i risultati elettorali non l’abbiano sempre premiata: questa idea di una Mitte capace di rappresentare l’intera società, pur se momentaneamente in crisi, continua a essere la stella polare di Merkel. Merkel e AKK contano, così, di ‘sgonfiare’ Alternativ für Deutschland: una buona politica, un buon governo, che ascolti e intervenga. Potrebbe funzionare: AfD ha già raggiunto il suo massimo consenso elettorale e potrebbe essere un fenomeno destinato, nel medio periodo, a ridimensionarsi e a creare più problemi a sinistra che alla CDU.

Tuttavia restano due questioni aperte. La prima è relativa agli effetti di questo approccio sul sistema politico tedesco. La CDU si confermerebbe unica Volkspartei, capace di costruire coalizioni variabili, con (quasi) tutti i partiti. Al centro dello schieramento, sarebbe davvero un partito egemone. In questa variante, però, poco o niente resterebbe ad opzioni progressiste, se non quella di eterno partner minoritario in coalizioni di governo. Soprattutto in una situazione come quella attuale, nella quale le forze progressiste sono divise in tre partiti, di cui i Verdi disponibili anche a coalizioni con la CDU e i liberali. Angela Merkel può tranquillamente affermare di essere stata l’artefice della crisi e della irrilevanza della socialdemocrazia tedesca. Che nel lungo periodo sia un bene per il paese, è questione aperta. La sfida di Angela Merkel e AKK alla socialdemocrazia è molto più sottile (e letale) di quella di Friedrich Merz: la sua vittoria avrebbe permesso di assumere al partito un confortante classico profilo socialdemocratico. Con la Merkel e AKK, le forze progressiste sono chiamate a una più profonda  rivalutazione della propria natura e del proprio ruolo.

In secondo luogo l’Europa. L’elezione di AKK garantisce alla Merkel di tornare a Bruxelles indubbiamente rafforzata, tuttavia le prossime elezioni potrebbero comunque confermare uno scenario molto complicato per le istituzioni europee. Ad oggi Merkel, vista anche la debolezza di Macron, è stata incapace di avviare una riforma delle istituzioni. È possibile che punti a uscire rafforzata dalle elezioni e poi a imporre il tedesco Weber alla guida della commissione. A quel punto una riforma – nel modello proposto da Schäuble, intergovernativo – delle istituzioni sarebbe possibile. Che possa davvero funzionare, è questione aperta.

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