A proposito del nuovo movimento tedesco

Del progetto di una Sammlungsbewegung di Oskar Lafontaine e Sahra Wagenknecht si sa ancora poco. Sui giornali se ne è parlato a lungo e dal 4 agosto è online il sito, che, però, per il momento non è di grande aiuto: una serie di video nei quali persone comuni raccontano le loro paure e aspettative. Bisognerà aspettare il 4 settembre, giorno di lancio ufficiale del movimento, per saperne qualcosa di più. E, tuttavia, qualcosa si può già intuire e, purtroppo, c’è ben poco da stare allegri.

Nelle tante interviste e nelle dichiarazioni dei due leader, il movimento viene presentato come un modo per tornare a parlare con quegli uomini e quelle donne che, delusi dalle politiche delle forze progressiste tradizionali (in particolare SPD e Linke) hanno optato per Alternativ für Deutschland.

Un movimento che, dunque, nasce per unire e non per dividere il campo già compromesso della sinistra tedesca. Ma questa non è certo una rassicurazione efficace: del resto nella storia centenaria della sinistra tedesca le scissioni sono state realizzate sempre in nome dell’unità e, raramente, hanno prodotto il risultato sperato. Anzi.

Innanzitutto è bene chiedersi se davvero ci sia bisogno di una nuova forza politica che, inevitabilmente, vorrà dire la sua alle prossime elezioni europee (dove, va considerato, non c’è più la soglia di sbarramento al 5%, eliminata dal Tribunale costituzionale federale e, quindi, una possibilità in più per formazioni più piccole). La risposta è, a mio avviso, negativa.

Certamente Linke e SPD affrontano una fase difficile: la SPD, in caduta libera nei sondaggi per l’insipienza della sua politica (che a volte si tramuta in inesistenza), vede crescere al suo interno l’opposizione all’attuale gruppo dirigente. Gli Jusos negli ultimi dieci anni hanno fatto un lavoro straordinario e stanno modificando profondamente le categorie con le quali il partito intrepreta il proprio ruolo. Indubbiamente la nuova Grande coalizione rappresenta un problema per quanti speravano in un rinnovamento radicale. Ma un’opposizione all’attuale gruppo dirigente esiste ed è sempre più consistente. La Linke, invece, affronta il problema opposto: il partito è all’opposizione ma il gruppo dirigente non trova una sintesi comune, plasticamente diviso tra la segretaria Kipping e la capogruppo al Bundestag, proprio Sahra Wagenknecht.

Dunque, la Sammlungsbewegung di Wagenknecht e Lafontaine sembra essere la più classica mossa del cavallo per evitare lo scontro interno (che perderebbe, come l’ultimo congresso del partito ha evidenziato) e provare a costruire una nuova forza politica, a undici anni dalla fondazione della Linke.

Tuttavia, la Linke nacque grazie ad una reale e popolare contestazione alle riforme del governo Schröder. Agenda 2010 (il complesso piano di riforme) determinò una profonda divisione della socialdemocrazia e dei sindacati: le mobilitazioni contro quel piano furono reali e spaccarono partito e sindacato. Ad oggi un movimento reale, progressista, contro le politiche di Angela Merkel non esiste, per quanto esistano centinaia di vertenze, sui luoghi di lavoro come nelle città, che andrebbero messe in rete. Si tratta, quindi, di un’operazione di vertice, come ha evidenziato Andrea Ypsilanti. Questa Sammlungsbewegung, più che dare una nuova speranza ai sedotti da AfD, darà un’opportunità a dirigenti in minoranza della Linke di trovare nuovi orizzonti e indebolirà l’opposizione interna nella SPD e, in parte, nei Grünen.

Veniamo poi ai contenuti. Per ora ne sappiamo poco, le interviste di Lafontaine e Wagenknchet hanno fatto parlare di un socialismo ‘nazionale’ per via dei toni contro le scelte del governo sull’immigrazione. Lafontaine ha ricordato che quello dei ‘confini aperti’ è uno slogan non solo sbagliato ma anche pericoloso ed è alla base dell’estraniamento della sinistra tra i ceti popolari e tra i lavoratori, che hanno iniziato a volgersi altrove e, cioè, a votare AfD. Ad avviso di chi scrive questa tesi ha due errori fondamentali, uno teorico e l’altro eminentemente pratico. Partiamo da quest’ultimo.

Lafontaine e Wagenknecht affermano ripetutamente che l’errore è stato commesso nel 2015 quando Merkel ‘aprì’ i confini e ammise nel territorio nazionale un numero enorme (poco meno di un milione, ma secondo alcuni i numeri andrebbero corretti visti gli ingressi illegali e non registrati) di rifugiati, prevalentemente siriani. Senza voler commentare qui quella scelta di Merkel (in parte davvero emergenziale, visto il collasso della Siria, che ha indubbiamente trasmesso un senso di insicurezza generale, sul quale la politica ha poi speculato) il punto è che quelle persone hanno ricevuto o stanno ricevendo uno status che gli permetterà di restare in Germania. Si può certamente convenire che una situazione simile non vada ripetuta e che bisogna prepararsi a gestire le emergenze in modo più razionale ma insistere nel dipingere il 2015 come una sorta di anno zero, l’inizio di ogni successivo sbaglio, è controproducente.

Perché, quell’evento ha, nel bene e nel male, prodotto un cambiamento che non può essere più resettato: proprio in ragione della presenza di tante uomini e donne che hanno e avranno bisogno di misure di integrazione. A che serve continuare a dire che quello fu un errore? A che serve continuare a dire che ‘si è perso il controllo’? A che serve continuare ad accarezzare una lettura allarmista e spesso infondata dell’arrivo di masse di uomini e donne ‘non integrabili’ nei cosiddetti ‘valori occidentali’? Si può avere dell’immigrazione ogni genere di giudizio, ma bisogna essere consapevoli che la Germania è, grazie al 2015, cambiata. Adesso si può scegliere di gestire il cambiamento o soccombere ad esso.

C’è poi il piano teorico. Indubbiamente a sinistra il problema della convivenza tra comunità diverse, quelle autoctone e quelle insediatesi per diverse ragioni, è stato sottovalutato. E, certamente, non ci si può accontentare dello slogan di accogliere tutti e tutte, anche perché la principale motivazione di una forza internazionalista dovrebbe essere la lotta allo sfruttamento ovunque esso si realizzi. Ed è, quindi, anche una responsabilità dell’attuale classe dirigente della Linke aver impostato la discussione interna al partito su una assurda polarità: o si sta con la politica dei ‘confini aperti’ o con AfD. Un atteggiamento semplicemente infantile.

Ma c’è dell’altro. La polemica sui migranti e sulle frontiere ‘nazionali’ è funzionale, direi quasi costituiva, dell’altra grande polemica che Lafontaine e Wagenknecht intendono aprire: quella sull’Europa ‘neoliberista’. La cui natura sarebbe irriformabile e, come tale, sarebbe compito delle forze di sinistra lavorare per una sua rapida implosione (magari una scomposizione ‘ordinata’ (ammesso sia fattibile) per poi ricostruire su basi differenti una nuova cooperazione europea. Gli accenni nazionali, quindi, servono soprattutto a prendere di mira l’europeismo, malattia originaria del centrosinistra anni novanta, e a individuarne nell’azzeramento l’unica strada possibile anche solo per ipotizzare politiche progressiste: in questo senso l’obiettivo del nuovo movimento sarebbe quello di egemonizzare tanto la SPD (a partire dalla critica del neoliberismo anni ’90) che la Linke (sulla questione rifugiati).

Ovviamente la politica delle due fasi (implosione e ricostruzione) semplicemente non può esistere: all’implosione seguirebbe il ritorno di vecchie e nuove forme di nazionalismo sfrenato, temprato, paradossalmente, solo da interessi industriali e imprenditoriali che si sono andati costituendo negli ultimi trent’anni in Europa, superandone i confini interni. Una simile prospettiva relegherebbe le forze di sinistra a semplici spettatrici di una nuova costruzione dell’equilibrio in Europa, garantito dal comune nemico indentificato nei migranti. E cosa ne sarà, ad esempio, di quei particolari migranti, europei, che si muovano tra un paese e l’altro dell’Unione? Saperlo.

 

Foto tratta dal Tagesspiegel: https://www.tagesspiegel.de/politik/linke-sammlungsbewegung-lafontaine-wuetet-gegen-die-eigenen-genossen/20907140.html

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