Di ritorno dalla Regione autonoma curda – luglio 2018

Nove mesi dopo il referendum per l’indipendenza e otto dopo il blocco degli aeroporti, reazione del Governo centrale all’insubordinazione della Regione autonoma, Arbil è una città che, lentamente, si sta riprendendo. Già schiacciata dalla crisi economica e sfiancata dalla guerra contro lo Stato islamico, la Regione, dopo i festosi giorni del referendum, ha dovuto subire la durissima reazione di Baghdad. Aeroporti chiusi e occupazione di tutte le aree contese, tra cui la città, ricchissima di petrolio e simbolo della resistenza curda, di Kirkuk.

Ma da quando Arbil e Baghdad hanno siglato un timido accordo, con il beneplacito della Russia e del suo gigante petrolifero Rosneft, il governo federale ha sbloccato i fondi per la Regione e Barzani, dimessosi alla fine dello scorso anno, e il suo Partito democratico del Kurdistan (PDK) hanno potuto respirare. L’accordo ha permesso, inoltre, la riapertura dello spazio aereo, che è stata accolta con grande sollievo dalla popolazione: gli aeroporti, inaugurati da meno di dieci anni, hanno garantito collegamenti molto più agevoli e immediati con l’Europa, una scelta particolarmente felice soprattutto per i tanti curdi nel mondo, che possono così entrare nel Kurdistan meridionale senza dover passare per le lungaggini burocratiche di Baghdad o evitare il (lungo) percorso via terra dalla Turchia. Un’autonomia enorme quella a disposizione dei curdi, che induce a ritenere quantomeno azzardata la scelta della leadership curda di indire il referendum.

Ma, soprattutto per i più giovani, la riapertura è stata vissuta come l’inizio di una fase nuova, di una ritrovata libertà che cancellava, almeno in parte, i difficili mesi precedenti. Se con il blocco la crisi economica si era fatta sentire ancor di più, il governo era stato costretto a tagliare ulteriormente gli stipendi dei dipendenti pubblici. La cosa aveva scatenato nei mesi scorsi manifestazioni e scioperi. Di insegnati, medici e altri lavoratori. L’accordo con Baghdad ha ridato ossigeno al governo che già scontava il fallimento del referendum. E ha permesso all’attuale sistema di potere di uscire addirittura rafforzato dalla prova fallita del referendum, come hanno dimostrato le elezioni irachene. E ha nuovamente spiazzato le opposizioni asserragliate a Suleimaniyya.

La mossa del referendum di Barzani è stata catastrofica: cercava di entrare nella storia del Kurdistan, come sua padre, del resto, dopo la morte di Jalal Talabani, è l’ultimo grande esponente della generazione che impugnò le armi contro Saddam. Nelle sue roccaforti di Arbil e Dohuk aveva convinto tutti, meno a Suleimaniyya, che il suo partito non ha mai controllato. Referendum vinto, ma a che prezzo? Baghdad ha risposto subito, in modo quasi rabbioso: l’esercito e le milizie sono entrati a Kirkuk e nelle altre zone contese, dove immediatamente sono state eliminate tutte le bandiere curde.

A Suleimaniyya, le opposizioni attaccano l’ex presidente senza mezzi termini:

«Il referendum non andava fatto, perché non era una priorità. Dobbiamo preoccuparci di combattere la corruzione e di dare al paese le riforme di cui ha bisogno»

Così Kadhim Faruq Namiq, dottorato in Inghilterra e giovanissimo portavoce del partito Newey Nwe(Nuova generazione), fondato dal costruttore edilizio Shaswar Abdulwahid, che ha animato nei giorni del referendum la campagna per il no (not for now, per adesso no!) e che presenta una piattaforma economica liberista. Ragionamento più articolato da Gorran(Cambiamento) che aveva avvertito Barzani delle reazioni di Baghdad e, soprattutto, dei rischi legati a Kirkuk.

«Ogni Curdo sogna l’indipendenza nazionale. Ma un referendum va preparato e, soprattutto, va organizzato insieme al Governo federale. L’obiettivo di Barzani era distogliere l’opinione pubblica dal fallimento delle sue politiche e della sua presidenza»

A parlare è Omar Ali Hoshwar, responsabile del dipartimento diplomatico di Gorran.

La situazione non è certamente migliorata con le elezioni irachene del maggio scorso: il PDK di Barzani si conferma la prima forza curda, ma a Suleimaniyya le opposizioni gridano ai brogli, confermati anche dalla decisione del Tribunale supremo federale di ricontare i voti. Sempre da Gorrane da Nuova Generazione (che insieme ad altri partiti hanno firmato una lettera comune per denunciare i brogli elettorali) ci si attende che il riconteggio attribuisca ai partiti di opposizione ben più dei seggi ufficialmente assegnati dopo le elezioni. Nel frattempo l’attuale Parlamento va prorogato: il nuovo doveva insediarsi il primo luglio ma il riconteggio prenderà tempo. Anche in questo caso, Gorransa di essere stata vittima di una manipolazione. Non tanto da Baghdad ma da Arbil.

Il tempo passa, ma la situazione politica resta sempre la stessa: Arbil e Suleimaniyya divise, radicalmente. E Barzani, dopo la morte di Talabani, sa che i suoi storici rivali dell’Unione patriottica non hanno più una figura di riferimento che possa prendere l’eredità del leader scomparso. L’Unione si sta sgretolando: Barzani ha proposto di tenere le elezioni per il 30 settembre (quelle parlamentari e per il rinnovo dei tre governatorati) ma l’UPK ha chiesto di rinviarle di qualche mese per potersi organizzare meglio. Gorran, Nuova Generazione, la Coalizione dell’ex premier Salih e persino i partiti Islamici sono per tenere le elezioni quanto prima, del resto la crisi politica in Kurdistan dura da ormai troppo tempo e occorre ridare nuova legittimità elle istituzioni curde. La macchina organizzativa è partita e la Commissione elettorale ha iniziato a comunicare le prime scadenze. Ma tutte le forze politiche fanno capire che il rinvio, quasi certamente, ci sarà. L’ennesimo.

Nel frattempo la Regione deve affrontare ancora una volta la gestione dei rifugiati, provenienti dalla Siria, e i cosiddetti sfollati interni, scappati dallo Stato islamico. Due estati fa, il flusso di arrivi era giornaliero. I comandanti Peshmerga ci avevano avvertito: «Più avanziamo e più ne arrivano». Appena in un villaggio gli uomini dello Stato islamico si ritiravano, la popolazione ne approfittava per scappare. Ore e ore sotto un sole infernale verso le linee curde. Ad oggi sono oltre un milione e mezzo (su una popolazione complessiva della regione di poco più di cinque milioni).

Ora lo Stato islamico è (apparentemente) sconfitto, Mosul liberata. Perché non tornano a casa?

«No, non posso tornare, fino a quando ci sono loro».

Loro sono gli Sciti, le Unità di mobilitazione popolare (Al-Hashd al-Sha’bi) che hanno avuto un ruolo centrale nella guerra allo Stato islamico e, lo scorso ottobre, nell’attacco a Kirkuk e alle altre zone curde. E se ci sono gli Sciti, loro preferiscono restare qui, nel campo.

Daham e Badraddin, entrambi giovanissimi, lavorano per la Fondazione Barzani, che gestisce nella Regione gestisce trenta campi per gli sfollati interni e nove per i rifugiati. Mentre li visitiamo, facciamo quattro chiacchiere: «Il problema è la speranza»mi dice Daham «tutti vogliono tornare a casa ma per ora, per molti di loro, la cosa è impossibile. C’è chi si abbatte e chi no. Lo capisci dalla casa» In che senso? «Lo vedrai». E ha ragione: se in alcune zone del campo non riusciamo ad entrare, in altre pretendono di farci entrare e raccontare la loro storia. Come Ahmed Maishal e sua moglie Tagrida, attorniati dai loro bambini. Mostra orgoglioso la sistemazione che ha dato alla sua casa, per far giocare bambini. Per ora non possono tornare a Mosul, restano nel campo, certamente insieme anche ad ex combattenti dello Stato islamico. Del resto, tracciare una distinzione netta tra terroristi, combattenti, ex soldati e semplici sostenitori è operazione molto complicata in queste zone.

Ma quanto a lungo potranno restare, però, non lo si può dire: le cose non si mettono per il meglio. La fine della guerra con lo Stato islamico, per lo meno la sua fine ufficiale, sta facendo finire velocemente i fondi per i rifugiati, già ora il governo curdo non è in grado di badare a tutta questa popolazione. Lo dice a chiare lettere il portavoce della Fondazione Barzani, Eskander Saleh:

«Per ora abbiamo pianificato tutte le nostre attività per il 2018. Poi vedremo»

E se la crisi economica dovesse continuare, ci sarà sempre meno lavoro, per i residenti come per gli sfollati. E la situazione potrebbe precipitare.

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