Il bivio per il Kurdistan meridionale

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Che cosa resta del referendum curdo del 25 settembre scorso? Dell’entusiasmo che si era massicciamente manifestato nelle strade della Regione autonoma? A poco più di una settimana dal voto, sono esplose tutte le contraddizioni della scelta di Masoud Barzani di indire il referendum e la situazione si è fatta di nuovo difficile. La notizia della morte a ottantatré anni di Jalal Talabani, storico leader dell’Unione patriottica del Kurdistan, dotato di grande carisma e primo presidente dell’Iraq post Saddam, scomparso il 3 ottobre a Berlino, arriva in un momento non semplice per la Regione, obbligata ad un difficile negoziato con Baghdad, ma anche segnata da evidenti esigenze di radicale rinnovamento politico.

Ad Arbil Barzani ha festeggiato sin dalla settimana scorsa la vittoria al referendum, ma qualcosa non deve essere andato secondo i piani se non sono stati (ancora?) diffusi i dati sulla partecipazione e quelli sull’esito nei singoli governatorati come pure nelle c.d. aree contese, su tutte la città di Kirkuk, di alto valore simbolico e centrale per le fonti petrolifere. Del resto, se Barzani ha scelto la strada del referendum, lo ha fatto per superare l’impasse istituzionale e paralizzare contemporaneamente le opposizioni, restando così il leader indiscusso della Regione. Tuttavia, nonostante i successi ad Arbil e Suleimanyya, con gli stadi colmi di migliaia di persone, e una buona organizzazione del referendum, confermata anche dagli osservatori internazionali, qualcosa deve aver allertato il presidente curdo: forse pochi voti a Suleimanyya per i si, forse addirittura una bassa partecipazione al voto in troppe aree della regione.

Ora si aprono due fronti, quello estero e quello interno. Barzani deve fronteggiare il blocco imposto da Baghdad che chiede di annullare i risultati del referendum, il che significa accantonare completamente l’ipotesi di uno Stato curdo visto che per Barzani il referendum non è vincolante e doveva avviare trattative per i prossimi due anni con l’Iraq. Il governo centrale ha decretato la chiusura ai voli internazionali per i due aeroporti nella regione e ha avviato esercitazioni militari con l’Iran, che ha chiuso anche il confine di terra per poche ore (va segnalata la dura presa di posizione dell’Ayatollah Khamenei), e con la Turchia.

È evidente che nessuno vuole un conflitto vero anche perché i governi regionali sono divisi praticamente su tutto e nella Regione autonoma sono fortissimi gli interessi statunitensi, che hanno storici rapporti con i curdi e che hanno sostenuto i Peshmerga nella lotta contro lo Stato islamico, e quelli russi, diventati di recente il principale investitore straniero nella regione grazie al colosso petrolifero Rosneft. E se è vero che Ankara, Baghdad e Teheran possono (ancora) dichiararsi contrari all’ipotesi di uno Stato curdo (sulla quale le posizioni dei singoli governi sono comunque tutt’altro che simili), pesano le altre, profondissime differenze che dividono i tre governi, a cominciare dal problema rappresentato dalle milizie scite. Del resto, per quanto alcuni commentatori si siano spinti a immaginare la rinascita di un movimento pancurdo e l’alleanza tra curdi siriani e quelli della Regione autonoma, questa ipotesi sembra al momento, come pure nel medio periodo, lontana. Barzani, per ora, può addirittura sfruttare a suo vantaggio il clima internazionale, soprattutto per compattare ulteriormente il fronte interno. Che è molto complicato.

Il prossimo primo novembre dovrebbero tenersi le elezioni per il rinnovo del parlamento e della presidenza della Regione. Alle prime sono stati ammessi 21 partiti, mentre ancora in dubbio è il rinnovo della carica di Presidente: la Commissione elettorale ha comunicato che non sono arrivate candidature, fatto che determinerebbe il rinvio delle elezioni, ma Gorran (Cambiamento) ha comunicato di aver depositato in tempo quella di Mohamad Tofiq Rahim, ex comandante peshmerga e tra i fondatori di Gorran. Al momento la situazione è di stallo: la morte di Talabani impone giorni di lutto, è possibile che la questione non si chiarisca prima della settimana prossima, si parla con insistenza, però, di un rinvio delle elezioni per la presidenza.

Tuttavia la permanenza di Barzani quale presidente (carica scaduta formalmente nel 2015) è già stata contesta da più parti: ecco perché il presidente curdo ha deciso di trasformare l’Alto Concilio per il Referendum nella Guida politica del Kurdistan, che dovrebbe guidare i lavori del post referendum, operazione dai contorni ambigui, di fatto priva di base giuridica e che è stata immediatamente contesta da Goran e da altri partiti, anche perché tale scelta potrebbe essere un modo per installare una doppia struttura istituzionale a tutto vantaggio del PDK di Barzani.

Più variegato il panorama per le elezioni parlamentari. Certamente il quadro politico curdo è caratterizzato ancora dal dominio dei partiti storici (il PDK e l’UPK), che controllano non solo le istituzioni, ma hanno un elevato livello di pervasività in tutti gli ambiti economici, militari, sociali e culturali, come ad esempio i mezzi di informazione, e sono gestiti secondo logiche di appartenenza familiare. Tuttavia il quadro sta lentamente cambiando, perché molto si muove nella complessa società curda.

Barzani ha indubbiamente compattato il suo partito, il PDK, ma soprattutto è riuscito a dividere ulteriormente le opposizioni. L’Unione patriottica del Kurdistan, nella quale da tempo pesava l’assenza del carisma di Talabani, dopo la fuoriuscita nel 2006 dei membri di Gorran, affronta una nuova scissione, quella che da vita alla Coalizione per la democrazia e la giustizia di Barhim Salih, politico di lungo corso, già primo ministro della Regione autonoma, con studi in Inghilterra e ottime amicizie negli Stati Uniti.

Altra novità di rilievo potrebbe essere quella di Shaswar Abdulwahid, un costruttore che ha rapidamente messo da parte una ingente ricchezza, fondando addirittura una rete televisiva che, sino ad oggi, viene considerata come tra le più indipendenti della Regione. Shaswar è stato l’animatore della campagna contro il no al referendum (con l’hashtag #NoforNow) accusando la leadership del PDK di voler utilizzare la questione nazionale per coprire i fallimenti politici ed economici nella regione, in particolare la lunga crisi economica che da anni attanaglia i curdi. Adesso ha lanciato un partito, Nuova generazione (#NeweyNwe), e ha annunciato di dimettersi da tutte le imprese che ha fondato per dedicarsi pienamente alla politica e segnare così una differenza con gli altri leader politici curdi. Certamente difetta di esperienza e non ha ancora chiarito come intende rilanciare la Regione autonoma, ma la sua campagna ha sicuramente attirato le simpatie di molti giovani.

Quello che accadrà a novembre è tutto da scoprire: le opposizioni sono deboli e troppo divise per mettere in discussione davvero l’egemonia del PDK. E, tuttavia, pesa anche l’insoddisfazione nella Regione per gli stipendi non pagati, per la corruzione dilagante e per la crisi sempre più massiccia. Non è detto che con il referendum Barzani riesca a unificare completamente la società curda, che continua a esprimere una vivacità intellettuale e culturale e che, soprattutto fra i più giovani, non crede più alle fughe in avanti del suo Presidente.

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