Il referendum si decide a Kirkuk

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Il grande problema del referendum di lunedì è rappresentato dalla città di Kirkuk e dalle conseguenze, per ora solo simboliche ma comunque rilevanti, che avrebbe anche solo svolgervi le consultazioni. Kirkuk è, infatti, la più importante tra le cosiddette aree contese (disputed areas), vale a dire territori che, pur non appartenendo (ancora) alla Regione autonoma, sono considerati dai Curdi come parte del loro territorio ma, soprattutto, della loro memoria collettiva come popolo.

Si tratta, in effetti, di zone storicamente a maggioranza curda, ferocemente ‘arabizzate’ dal regime di Saddam nel corso degli anni: tanto per dare un’idea, secondo i dati della Regione autonoma, a Kirkuk la popolazione curda all’inizio degli anni sessanta era quella maggioritaria, con il 65%, alla fine degli anni settanta i curdi rappresentavano meno del 40%, con una crescita esponenziale della popolazione araba, alla quale si aggiunge una minoranza di turcomanni (si tenga presente, comunque, che l’ultimo censimento ufficiale è degli anni cinquanta, persino il nuovo governo post-Saddam non ha proceduto a effettuarne uno nuovo, conscio della delicatezza della questione). Questo processo di arabizzazione è andato avanti sino alla caduta del regime nel 2003 ed è stato ereditato dal nuovo governo federale che, se possibile, lo ha incancrenito.

Oltre ad essere ricchissima di petrolio, Kirkuk è il simbolo della rinascita curda: uno Stato curdo non potrebbe esistere senza Kirkuk, sarebbe una sorta di ‘vittoria mutilata’, ecco perché Barzani ha corso il rischio e ha annunciato che terrà il referendum anche lì. Qui il referendum curdo incontra un primo grande ostacolo di ordine giuridico: la Costituzione irachena prevede che i due governi procedano attraverso passaggi concordati a una serie di misure sino ad arrivare al referendum con il quale la popolazione potrebbe scegliere se essere amministrata dalla Regione autonoma o dal governo centrale. L’unilateralità della convocazione del referendum pregiudica la formula compromissoria della costituzione, a detta di Baghdad, mentre per il governo di Arbil il referendum apre ‘soltanto’ una fase di trattative con lo Stato centrale per definire pacificamente una secessione di tutti i territori dallo Stato centrale. Arbil accusa, inoltre, il governo centrale di aver sistematicamente sabotato l’attuazione del dettato costituzionale.

Dal suo punto di vista, l’azzardo è giustificato: solo facendo svolgere il referendum anche nelle aree contese, Barzani poteva ricevere l’approvazione e il sostegno della popolazione curda, per la quale il distacco da Baghdad significa innanzitutto una rivincita delle decennali pene che il regime baathista gli ha imposto e Kirkuk è una città simbolo: è qui che il regime si è abbattuto con assoluta ferocia contro le tradizioni, la cultura e lo stesso modo di vivere curdo con misure durissime come, ad esempio, la confisca delle proprietà e la distruzione delle case.

‘Riprendersi’ Kirkuk significa poter davvero voltare pagina e ottenere giustizia (per paradosso, anche parte della popolazione araba sarebbe più convinta di vivere sotto il governo di Arbil che sotto quello di Baghdad, troppo esposto alle minacce delle milizie scite).

Kirkuk, però, è strategica anche per Baghdad che, ovviamente, non può certo tollerare la rinuncia a una città decisiva per il petrolio sin dagli anni venti del secolo scorso, e, in generale, non è disposta ad aprire una trattativa sulle aree contese che potrebbe constare una corposa lingua di territorio dal nord ovest del paese al sudest, correndo lungo tutto il confine tra la Regione autonoma e l’Iraq. Anche qui per dare un’idea, il territorio della Regione autonoma potrebbe quasi raddoppiare, arrivando a includere persino la città di Mosul (che al momento è certamente a maggioranza araba ma interamente circondata da aree curde: proprio la particolarità di Mosul ha anche ritardato le manovre contro lo Stato islamico della eterogenea coalizione di Curdi e milizie regolari e irregolari irachene). Oltre al governo di Baghdad anche le milizie irregolari scite, le cosiddette unità di Mobilitazione popolare (al-Hashd ash-Sha‘bi), non hanno intenzione di restare silenti di fronte all’esproprio di territori che considerano iracheni, ecco perché sono già entrati in alcuni villaggi e hanno strappato le bandiere curde: dalle provocazioni a scontri armati con le truppe peshmerga, che proprio per il referendum hanno aumentato sensibilmente la propria presenza in città, il passo è davvero breve.

Tuttavia la questione di Kirkuk e delle aree contese non è solo una questione tra Baghdad e Arbil ma chiama in causa anche la Turchia. Ankara, infatti, intende difendere gli interessi della minoranza turcomanna, ma è soprattutto intimorita da due aspetti. Il primo riguarda la centralità strategica della città: Ankara potrebbe tollerare ai suoi confini un Kurdistan a guida del suo storico alleato Barzani, a patto che la sua dimensione geopolitica e strategica resti quella di uno Stato vassallo. E, in secondo luogo, il governatorato di Kirkuk è troppo vicino all’Unione patriottica del Kurdistan (UPK), avversaria di Barzani, e, di conseguenza, con quelle forze politiche che da Sulaymaniyya intrattengono rapporti più intensi con l’Iran: le diversità tra le forze politiche curde hanno, persino e forse ancor più in questo momento di unità nazionale, effetti profondi sulle relazioni internazionali.

L’attuale governatore di Kirkuk è, infatti, espressione dell’UPK ed è al centro di pressioni da ogni parte – il governo di Baghdad lo ha dichiarato decaduto dalle sue funzioni, decisione illegittima per il governatore stesso come per il quello di Arbil – perché sospenda il referendum, perlomeno nel suo governatorato. Non è un caso che la parte più avanzata dell’opposizione curda a Barzani, anche nella società civile, abbia compreso e denunciato i rischi connessi al referendum: un’eventuale forzatura su Kirkuk potrebbe pregiudicare lo stesso processo indipendentista e, aspetto non secondario, incancrenire la questione nazionale curda, impendendo la necessaria evoluzione del sistema politico, istituzionale ed economico verso forme più democratiche.

Il referendum curdo trova, dunque, in Kirkuk la sua centralità e la sua pericolosità, tramite un fitto intreccio che non si limita solo al rapporto tra Baghdad e Arbil ma chiama direttamente in causa le forze nelle quali l’Iraq è frantumato dopo il 2003, il difficile status di Mosul e, nuovamente, le attenzioni dei vicini regionali, in particolare Ankara e Teheran.

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