Alla vigilia del referendum curdo

Posted by

Il clima nella Regione autonoma curda è di festa. Nonostante l’imperversare della crisi economica e nonostante la minaccia dello Stato islamico non sia ancora del tutto scomparsa, i curdi del Sud, come si definiscono quelli che abitano nei tre governatorati iracheni di Arbil, Dohuk e Sulaymaniyya, possono già festeggiare. In attesa della grande giornata di lunedì 25, quando andranno a votare per il referendum sull’indipendenza dal governo centrale di Baghdad, primo passo per la creazione di uno Stato curdo. A dispetto delle richieste più o meno insistenti della comunità internazionale, come pure del governo iracheno, di annullare o quantomeno posticipare la consultazione, il referendum si terrà e l’esito è, ovviamente, scontato.

I curdi festeggiano a buon diritto, del resto è da tempo che aspettano di poter avere il ‘loro’ Stato: Arbil è piena di bandiere del Kurdistan e, appena poche ore fa, il 20 settembre, Barzani, presidente della Regione e capo del Partito democratico del Kurdistan (PDK), ha tenuto un comizio a Suleimanyya, sede storica dell’Unione patriottica curda e di Gorran (cambiamento), i due partiti di opposizione a Barzani, radunando migliaia di sostenitori, volendo così palesare così la sostanziale unità di tutti i curdi per la definitiva indipendenza dal governo di Baghdad.

E, tuttavia, dietro la solida compattezza mostrata da Barzani, s’intravede più di una crepa. La convocazione di un referendum ha indubbiamente riscosso successo nella stragrande maggioranza della popolazione: si tratta, per come l’ha presentata Barzani, del primo passo, indispensabile, per la nascita di uno Stato curdo e per la definitiva archiviazione del ‘tradimento’ di Sykes-Picot, l’accordo che esattamente cento anni fa tolse ai curdi lo Stato che gli Inglesi avevano promesso.

Il governo di Baghdad ha comunicato di considerare illegale la consultazione – a ragione, trattandosi di un referendum unilaterale, indetto dalla sola parte curda – ma tutte le misure che sono state qui assunte (incostituzionalità del referendum sancita dalla Suprema corte del paese, richiesta di annullamento votata dal Parlamento federale, destituzione del Governatore di Kirkuk, che aveva dichiarato di voler tenere la consultazione anche nella sua città) non hanno fatto altro che aumentare le tensioni tra il governo centrale e quello di Arbil e radicalizzare la popolazione curda.

Barzani, però, non pensa a una separazione immediata da Baghdad e, proprio da Sulaymaniyya, ha annunciato, nuovamente, che il referendum ha un valore consultivo e che dal giorno dopo intende aprire trattative con il governo centrale per arrivare a una soluzione pacifica della vicenda. Ha persino ribadito che per le trattative ci vorranno almeno due anni. Così il presidente curdo vuole tranquillizzare i più scettici, soprattutto nella comunità internazionale, sull’opportunità di tenere un referendum e assicurare a Baghdad che la collaborazione, ad esempio nella guerra allo Stato islamico, può andare tranquillamente avanti: si tratterebbe di un fatto ‘curdo’, interno, al quale seguirebbero le trattative tra i due governi.

Più correttamente, si palesa nel tentativo del presidente curdo l’uso della questione nazionale, che ha indubbiamente, e a ragione, pervaso gli animi di generazioni di curdi, per fini più immediati, compresa la sopravvivenza politica per Barzani e il suo partito.

In effetti, con il referendum Barzani punta innanzitutto a uscire dalla crisi istituzionale nella quale la Regione autonoma si trova da anni: il suo mandato, scaduto nel 2013, è stato prorogato, mossa considerata incostituzionale da Gorran, e il Parlamento, la cui sede è ad Arbil, è, nei fatti, chiuso da anni. Sempre Gorran aveva chiesto che fosse il parlamento, riaperto e nel pieno esercizio delle sue competenze, a convocare il referendum. Barzani ha, invece, scelto di legare il referendum al suo nome e di aprire trattative con i partiti di opposizione solo dopo l’annuncio della consultazione. In questo modo ha obbligato quasi tutte le forze politiche ad adeguarsi alla sua scelta – con l’eccezione di Gorran, che ha però visto alcuni dei suoi dirigenti passare con Barzani – e a dover accettare una sostanziale legittimazione ex post degli ultimi anni di emergenza istituzionale.

Se vincerà il referendum, Barzani potrebbe ottenere anche una nuova vittoria alle elezioni che ha annunciato per novembre, per poi legittimarsi definitivamente come l’unico in grado di poter guidare con successo le trattative con il governo centrale. Sfruttando abilmente la questione nazionale, lui e il PDK otterrebbero la guida della Regione e del futuro Stato curdo almeno per i prossimi quattro anni, mettendo in secondo piano la crisi economica che ha investito la regione (e che ha certamente ragioni contingenti, come il prezzo del petrolio e la guerra allo Stato islamico, ma anche sistemiche) e quella sociale.

C’è poi un altro aspetto che complica le relazioni con Baghdad ed è quello più preoccupante, non solo per il referendum per i prossimi mesi. Si tratta della questione delle aree contese, zone formalmente non attribuite alla Regione autonoma ma rivendicate dai curdi. Si tratta di città oggi a maggioranza araba perché, di fatto, ‘arabizzate’ dal regime di Saddam Hussein per prevenire movimenti secessionisti curdi. Tra le città contese c’è Kirkuk, la vera posta in gioco delle ‘incomprensioni’ tra Arbil e Baghdad, perché ricchissima di petrolio: il governo iracheno ha annunciato di non voler rinunciare in alcun modo alla città, mentre Barzani la considera parte del futuro Stato e ha annunciato che intende far svolgere consultazioni anche nelle aree contese, che è la vera ragione dell’attuale indisponibilità di Baghdad a ogni trattativa con Arbil ed è, forse, l’azzardo (o la scommessa) principale di Barzani in tutta la vicenda del referendum.

Ad aggravare la situazione e a rendere potenzialmente incandescente la situazione ci sono le Milizie di mobilitazione popolare scite, che pure hanno avuto un ruolo nella lotta contro lo Stato islamico,e che sono già entrate in alcune cittadine e hanno provocatoriamente ammainato le bandiere curde. Quando il Governatore di Kirkuk si è detto favorevole a celebrare il referendum anche nella sua città è stato deposto dal governo di Baghdad, misura che né il governatore né il Governo di Arbil intendono riconoscere.

Infine, dietro la freddezza delle altre potenze regionali, c’è da sottolineare l’adesione di Israele, che condivide con la Regione autonoma importanti scambi commerciali, al progetto di Barzani. Al quale potrebbe aderire, nonostante la formale contrarietà espressa da ultimo dal ministro degli esteri di Ankara, anche la Turchia, da sempre ostile alla possibilità di uno Stato curdo ai suoi confini e, tuttavia, capace di elaborare una nuova strategia che vedrebbe di buon occhio uno Stato nei confini dell’attuale Regione autonoma. Il nuovo Stato, infatti, rappresenterebbe la definitiva conclusione di un progetto pancurdo, perché nel corso degli anni si è rafforzata l’intesa tra Ankara e il partito di Barzani, ostacolando le rivendicazioni tanto dei curdi siriani che di quelli turchi, ma soprattutto costituirebbe un argine alle pretese iraniane sulla regione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...