Perchè non possiamo non dirci neoborbonici

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Vorrei aggiungere una rapida osservazione alle polemiche seguite all’ipotesi di celebrare una Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia (qui una buona rassegna di materiali sull’intera vicenda).

Polemiche di questo tipo non sono mai quasi esclusivamente storiche, la storia è pretesto per parlare d’altro. Perché, ad esempio, la Lega inventa la Padania? Per sostanziare un’ipotesi politica, la secessione. Ipotesi tutt’altro che campata per aria e, nei fatti, prossima alla realizzazione, con il nord – Italia sempre più attratto e integrato nel cuore economico d’Europa (con buona pace delle pulsioni nazionali di Salvini e dei suoi epigoni meridionali) e il sud lasciato a se stesso: la divisione dell’Italia è oggi un fatto concreto (a questo proposito si può discutere se e in che misura sia fallito il progetto unitario).

Nella variante leghista la storia è del tutto falsa perché serve uno scopo, ma la polemica funziona perché reale e concreto è l’obiettivo politico: l’ipotesi di togliersi la palla al piede rappresentata dal sud riscuote consensi nelle regioni settentrionali, soprattutto quando, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, il sistema politico ed economico italiano mostra tutti i suoi limiti più evidenti.

Qual è, dunque, l’obiettivo politico dietro l’ipotesi di una giornata in memoria delle vittime meridionali? Qui viene il problema: non c’è. Si vuole forse la secessione? Certamente no, tantomeno ri-piazzare sul trono il borbone. La questione è, più banalmente, di cassa: il sud vanta un credito nei confronti del nord, il vizio dell’unificazione sta a monte e, per questa ragione, occorre restituire il ‘maltolto’. Più risorse, più soldi, quindi, da Roma: soldi che dovrebbero essere non ’assegnati’ alle regioni meridionali ma, più correttamente, ‘restituiti’.

Come si vede, richiesta certamente ‘datata’ ed esistono centinaia di buone ragioni per smentirla non solo sotto il profilo storico ma anche sotto quello politico. Mi interessa, però, sottolineare un altro aspetto e, cioè, la dimensione ‘nazionale’ di questa richiesta, che ne spiega anche il successo. I neoborbonici fanno con Roma quello che tutto il paese fa nei confronti dell’Europa e, in particolare, della Germania.

Del resto le critiche al progetto di integrazione europea negli ultimi anni hanno indicato costantemente come termine di paragone, in negativo, proprio l’unificazione italiana. La Germania starebbe facendo all’Italia (alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna) quello che i Savoia fecero patire ai meridionali. Ecco perché non sarebbe un’unione ma, piuttosto, una conquista (il vocabolario, come si vede, è sempre lo stesso).

E, quindi, i burocrati di Bruxelles vanno fermati come pure i tedeschi con la loro mai sopita volontà di potenza. E come? Semplice: anche in questo caso abbiamo diritto a più soldi, nelle forme più diverse (il nuovo Piano Marshall, gli Eurobond, etc.), senza che nessuno spieghi come e a che scopo questi soldi debbano essere spesi. L’importante è che sia chiaro che non si tratta di una semplice negoziazione tra Stati ma di restituire quanto tolto illegittimamente (nel caso tedesco, per esempio, nel corso degli ultimi anni non è mai mancato il riferimento a presunte riparazioni di guerra mai pagate).

In fondo, quella neoborbonica è oggi un’impostazione che accumuna quasi per intero la classe dirigente di questo paese: varrebbe la pena di esclamare ‘non possiamo non dirci neoborbonici’. Ed è, purtroppo, un problema enorme. Non tanto per le proposte (sia chiaro: insensate) di giornate da dedicare ai martiri meridionali, quanto perché si continua a non fare i conti con il mondo che cambia intorno a noi. Scelta che ci (al nord come al sud) condannerà a restare una periferia. Chi vuole combattere questo nuovo oscurantismo deve a mio avviso partire proprio da questa sfida politica: un nuovo modo di leggere il meridione, in Italia come in Europa. Abbandonando innazitutto il vittimismo e facendo davvero i conti con la realtà che ci circonda.

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