Scenari per il Kurdistan meridionale

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La conclusione della battaglia per la città di Mosul aprirà un momento di grande incertezza nella Regione autonoma del Kurdistan (KRG, per i Curdi: Kurdistan meridionale). Il governo di Arbil ha potuto affrontare gli ultimi anni contando sull’eccezionalità delle crisi scatenate dallo Stato islamico: innanzitutto la guerra e la sfida del terrorismo, poi la crisi dei profughi che si sono riversati in massa nel territorio curdo e, infine, quella economica, con il crollo del prezzo del greggio, che per l’economia della Regione ha significato l’azzeramento della sua (unica) voce in entrata.

La centralità della battaglia per Mosul è, quindi, evidente: oltre alle ripercussioni per la rilevanza, storica e geopolitica, che la città possiede in quell’area (punto di incontro di Iraq, Siria e Turchia), per la Regione autonoma si tratta di superare, definitivamente o meno, quella condizione che ha ‘imposto’ una gestione, politica, economica e sociale, straordinaria della Regione. Che succederà, dunque, una volta che la minaccia dello Stato islamico sarà stato, almeno apparentemente, disinnescata?

Innanzitutto la Regione autonoma dovrà affrontare la crisi politica interna. Il Presidente Barzani ha sin qui prorogato il suo mandato, da tempo scaduto, promettendo la fine della guerra al terrorismo e una vera trattativa con Baghdad per arrivare alla piena indipendenza della Regione, con la nascita di uno Stato curdo. A questo scopo, Barzani promette, inoltre, da anni di tenere un referendum popolare sull’indipendenza dal governo di Baghdad.

La proroga del suo mandato è, però, controversa e al momento le opposizioni la contestano, considerandola illegale. È evidente, dunque, che allo stesso Barzani servirà una nuova legittimazione popolare, che non potrà passare dalle promesse di un referendum sull’indipendenza ma dovrà misurare il suo stesso consenso nel paese.

Sarà indispensabile, quindi, tenere nuove elezioni e non è detto che possano essere serene: del resto lo scontro che ha condotto alla nascita di un nuovo partito tra il 2009 e il 2013 (Goran, Cambimento) segnala che una ricomposizione del quadro politico è tutt’altro che scontata. Al momento Barzani non ha eredi nel suo Partito democratico del Kurdistan capaci di raccoglierne l’eredità e il carisma. Ancora oggi, Yusuf Mohammed Sadiq (Goran) non può raggiungere Arbil, sede del Parlamento che, in quanto Speaker, dovrebbe presiedere: lui stesso ha affermato che, se tentasse di forzare il blocco, scatenerebbe uno scontro militare con le forze lealiste di Barzani e perciò accetta per ora di restare a Sulaymaniyya.

Qualche analista ha addirittura suggerito la possibilità che l’attuale conflitto politico degeneri in una guerra civile, tra le fazioni legate al Presidente, prevalentemente ad Arbil, e le opposizioni, per ora ‘confinate’ a Sulaymaniyya (qui si sono anche svolte le mobilitazioni popolari più consistenti contro il governo di Barzani): uno scenario tutt’altro che inedito, visto che una guerra civile c’è già stata nel 1994, quando le due fazioni del Partito facente capo a Barzani e l’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani diedero vita ad un conflitto particolarmente cruento che fece migliaia di vittime.

L’idea di uno Stato kurdo limitato alla sola KRG (una soluzione piccolo curda) – alla cui nascita Barzani ha legato la propria azione politica quale Presidente – è, nei fatti, una sorta di miraggio. Al momento si è rivelato un semplice strumento nelle mani del Presidente per aumentare il consenso interno e per esercitare ulteriore pressione verso il governo di Baghdad.

La soluzione piccolo curda è guardata con ostilità dalle altre forze politiche curde – in particolare dai Curdi del Nord, ovvero quelli di Turchia – perché rappresenterebbe solo una soluzione irachena, peraltro estremamente reazionaria sotto il profilo politico, legata esclusivamente al PDK di Barzani. L’ipotesi di una soluzione curda incentrata esclusivamente sul governo di Arbil se da un lato non raccoglie l’idea di una casa comune di tutti i Curdi, dall’altro apre ai rischi di un’indipendenza puramente formale, perché stretta tra le due potenze regionali.

Questo piccolo Stato curdo finirebbe, infatti, schiacciato negli interessi di Turchia e Iran, che già si contendono la quasi totalità dell’economia della regione: Barzani ha sino ad oggi costruito buone relazioni esclusivamente con la Turchia di Erdoğan – che al momento controlla quasi tutto il settore degli inerti e delle costruzioni – con due effetti potenzialmente molto pericolosi. Questa scelta ha aggravato la crisi politica con le altre forze ‘nazionali’, visto la vera e propria guerra civile che il governo di Ankara ha lanciato contro i propri cittadini di origine curda

C’è da tener presente, inoltre, che crisi politica interna e dinamiche geopolitiche si alimentano reciprocamente, con il conflitto tra Arbil, la capitale e sede del Governo e del Parlamento, compresa, anche geograficamente, nella sfera turca, e Sulaymaniyya, la grande città a oriente, prossima all’influenza iraniana. Il conflitto politico interno, quindi, rischia di degenerare in uno geopolitico dagli esiti esplosivi: da tempo si rincorrono voci su una possibile divisione di Arbil e Sulaymaniyya, che rappresenterebbe la fine della Regione autonoma.

Al governo di Arbil toccherà, inoltre, riprendere le trattative con il governo federale di Baghdad e non solo per via dell’indipendenza: il conflitto con lo Stato islamico ha solo celato i conflitti che in qui hanno diviso il governo federale da quello regionale. Al primo punto c’è la vicenda dei confini della Regione autonoma (con la questione dei territori contesi, come la città strategica e ricca di pozzi di Kirkuk, e la definitiva sistemazione di altre aree a maggioranza araba) e la questione di proventi della vendita di greggio, un patrimonio nazionale e, pertanto, spettante anche al resto dell’Iraq. In particolare a essere messa in discussione, da parte irachena (in particolare dai settori sciti), è la vendita diretta ai Turchi, che verrebbe meno all’accordo di una condivisione federale dei proventi del greggio (di cui ai curdi spetterebbe circa il 15%).

C’è, infine, la questione economica e sociale. Uno dei grandi limiti di Barzani è stato credere, lo abbiamo scritto, di poter continuare a utilizzare la questione dell’indipendenza da Baghdad senza che il popolo della Regione autonoma vivesse e condividesse lo sviluppo economico e sociale: al momento, infatti, gli sforzi per la guerra e per la gestione dei profughi hanno aggravato la situazione economica della Regione autonoma, prossima al collasso, anche per via di scelte miopi degli ultimi vent’anni e di una dilagante corruzione.

Come ricordato, la Regione è prossima al collasso economico. Gli stessi cittadini curdi iracheni, gli unici ai quali la prospettiva di un’indipendenza piena da Baghdad potrebbe apparire convincente, non hanno apprezzato negli ultimi anni i vantaggi dell’autogoverno: da anni gli stipendi statali non vengono pagati o solo con grande ritardo, l’economia privata è ferma, l’occupazione è un problema irrisolto e la Regione è interamente dipendente dalle importazioni straniere (quasi interamente turche). Tutti questi nodi, terminata la campagna di Mosul, rappresenteranno sfide decisive per la Regione autonoma.

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