L’anticolonialismo, ovvero la rimozione della colpa

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Una mostra in un museo è l’occasione per fare il punto sulla ricerca scientifica, per aprire nuove ipotesi di lavoro, per guardare al passato e rivolgergli nuove domande, così da avere un quadro d’insieme completamente diverso da quello classico.

È, dunque, meritorio che il Deutsches Historisches Museum abbia allestito una mostra sul colonialismo (Deutscher Kolonialismus – Fragmente seiner Geschichte und Gegenwart), tema che in Germania – anche per la sua durata tutto sommato limitata, visto che dopo la fine della Prima guerra mondiale le potenze europee si divisero i territori oltremare tedeschi – non è mai stato approfondito con la dovuta attenzione.

La mostra dedica ampio spazio anche ai movimenti di liberazione e a una critica incessante del colonialismo stesso. Bene ma, per quanto la mostra sia molto interessante e ben strutturata, l’operazione, così com’è stata realizzata, appare discutibile.

Innanzitutto, si tratta di una critica a senso unico e, cioè, rivolta all’aggressione «europea» nei confronti delle libere terre oltre il mare. In questo modo, il colonialismo (come pure l’imperialismo che ne deriva) è espunto dai suoi presupposti storici, politici ed economici per diventare semplice testimonianza dell’aggressività dell’uomo (bianco). In secondo luogo, il razzismo del colonialismo diviene una sorta di «male», che si può esorcizzare con la ricerca storica, e non quel potente meccanismo ideologico che funziona nei confronti degli «altri» (gli stranieri, i colonizzati, i «neri», ecc.) perché persegue l’esplicito obiettivo di una rigida organizzazione gerarchica della società al suo interno (quindi, anche tra uomini che hanno la pelle dello stesso colore).

Com’è noto il razzismo, come tutte le ideologie, non funziona in base al vero o falso, giusto o sbagliato (oggi sappiamo con certezza che le razze non esistono e allora il discorso si sposta sulle differenze culturali) ma sulla sua efficacia: e la costruzione dell’altro, dello straniero, del diverso è un meccanismo straordinariamente efficace. Questa direzione è in parte abbozzata dal saggio di C. Geulen, Weltordnung und «Rassenkampf». Zur ideologischen Matrix des Kolonialismus, presente nel catalogo della mostra, che pur definendo il razzismo come descrizione di sé [Selbstbeschreibung], non arriva al fondo della pervasività di questa ideologia.

L’intera mostra sembra guidata dal desiderio di chiarire che il colonialismo era sbagliato, che sarebbe stato meglio che non ci fosse stato, che, insomma, dovremmo vergognarci di quello che abbiamo fatto. Indubbiamente. Persino l’ossessiva ricerca di parole idonee, cioè prive di una loro connotazione razzista, palesa lo sforzo di una lettura certamente diversa da quella degli anni passati e più fedele alla richiesta di una storia davvero «universale» e, cioè, di tutti.

Ma se la ricerca storica è mossa dall’ansia di rimuovere i peccati delle generazioni precedenti (una rimozione che, comunque, è in gran parte operata dai discendenti di chi quei peccati li ha commessi) commette due errori.

Innanzitutto tradisce se stessa: fare ricerca significa tentare di operare nel senso di premesse e di tesi che possono anche essere smentite dagli esiti o dai risultati intermedi della ricerca. Se, al contrario, la ricerca serve a sostenere un obiettivo politico – per quanto meritorio esso possa essere – è al servizio di qualcos’altro. Non è la storia di tutti – obiettivo insostenibile e pericoloso – quanto, piuttosto, è una vera e propria ricerca di Stato e allora è giusto anche indagare i presupposti che muovono una tale ricerca: perché, cioè, oggi è importante che il ragionamento sul razzismo sia così centrale all’interno della narrazione ufficiale? Forse per il depotenziamento implicito che produce la sua iscrizione all’interno di una «propaganda» di Stato.

In secondo luogo, si arroga un diritto non suo e, cioè, l’idea che lotte, conflitti, mobilitazioni debbano trovare uno spazio diverso, più «importante», nell’ambito delle attività degli storici. Tuttavia: una cosa è la legittima analisi da prospettive diverse di un medesimo fenomeno storico, con la capacità di affinare e se necessario modificare le proprie categorie interpretative per meglio analizzare determinati fenomeni. Altro è l’assunzione di una prospettiva, che è destoricizzata, non sottoposta anch’essa al duro lavoro della critica e trasformata in un totem ideologico con il quale pretendere di spiegare tutto il colonialismo.

Fuor di metafora: la resistenza alla colonizzazione fa parte di quella (nostra) storia ed è, anche, una storia a sé. I piani, però, non vanno confusi: da un lato c’è la resistenza agli occupanti stranieri, dall’altra c’è la storia di popoli che, tra mille difficoltà (tra cui, senz’altro, l’ingombrante presenza degli europei), tentarono e tentano di trovare la propria strada verso l’autonomia e la libertà.

Questa storia, che è complessa, sfaccettata, insieme entusiasmante e tragica, viene invece normalizzata, costretta dentro un involucro posticcio, che è la cattiva coscienza degli europei. A ben guardare non si parla tanto dell’odio di questi popoli nei nostri confronti, quanto, più modestamente, di quanto odio noi siamo disposti ad accettare, considerandolo «legittimo» sotto il profilo storico. Qui lo storico non si muove più, banalizzando, «per amore di verità» ma con l’obiettivo, palese, di mondare le colpe di una nazione (o di una parte del mondo) e di ufficializzare, nel senso di renderlo discorso assunto come verità indiscussa, una parte del racconto dei conflitti e delle lotte anticoloniali. Il colonialismo diventa, quindi, qualcosa di cui vergognarsi, come il razzismo, la cui presenza nelle nostre società è figlia di un’errata lettura di quegli eventi: se una strada si chiama Mohrenstrasse, cioè strada dei Mori, il nome va cambiato perché offendeva e offende tutt’ora.

Si arriva, così, a un discorso ufficiale sul razzismo che rischia, da un lato, di sminuire la ricerca storica, privandola di presupposti fondamentali (il miglior modo di criticare il colonialismo, di ieri come di oggi, è l’utilizzo della critica e degli strumenti dell’analisi storica), dall’altro di depotenziare gli stessi conflitti e le lotte di liberazione. La cui eccezionalità sta proprio nel fatto di non farsi iscrivere all’interno di un discorso ufficiale: anche perché la lettura che si dà appare sempre figlia di un’analisi, tutto sommato, occidentale o, meglio, europea.

Il rischio è la trasformazione della critica, ultima attività per sua natura non riconducibile alle categorie ufficiali, in una compatta narrazione pre-definita e non più sovvertibile, una critica «ufficiale»: l’unico anticolonialismo vero e accettabile sarebbe quello considerato tale dagli ex colonizzatori.

Verrebbe quasi da dire: come sono antioccidentali (nel senso occidentale) questi occidentali. A questo punto, potremmo pretendere persino la gratitudine di quelli che, decenni fa, abbiamo sopraffatto. E magari anche di quelli che ancora soggioghiamo.

Anche sul sito della Rivista Il Mulino

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