E se la sharing economy dovesse semplicemente sparire?

Posted by

La principale ragione di successo della sharing economy  non risiede in internet ma, più semplicemente, nei woorking poors e, cioè, nel fatto che un numero sempre maggiore di persone, pur lavorando, sono costrette a fare un secondo lavoro per arrotondare. Non potrebbe non essere così: in America o in Germania con un lavoro, di solito dipendente, ci si paga l’affitto e i contributi sociali (prevalentemente la sanità) e con la sharing economy “tutto” il resto (che questo tutto sia, purtroppo, poca cosa è un altro discorso). Quelli che lavorano solo per questi siti sono pochi, perché il guadagno finale è basso e non permette di pagare contributi sanitari, affitti e altre spese in capo a lavoratori autonomi.

Questi siti – Airbnb, Uber, Helpling, Deliveroo, Foodora, … – non sono altro che intermediari, mettono, cioè, insieme dei bisogni: da un lato persone che vanno in cerca di un servizio (trasporto, pulizie di casa, riparazioni, etc.), dall’altro persone che hanno “tempo da investire” e che possono farlo al loro posto (di solito chiamati partner). Questa è, a mio avviso, la formula preferita da questi siti, alcuni dei quali hanno comunque iniziato ad assumere con regolari contratti di subordinazione.

Per la verità non si tratta di qualcosa di particolarmente nuovo: progetti simili sono sempre esistiti, ad esempio, nei progetti di qualche anno fa delle Banche del tempo, dove studenti fuorisede davano una mano ad anziani soli guadagnando qualche soldo ma oggi la rete permette un loro utilizzo massiccio (con un buon database e Googlemap è possibile far incontrare direttamente e in tempo reale domanda e offerta) e, di conseguenza, profitti elevati.

Sarebbe, inoltre, divertente scoprire anche una certa comunanza di classe tra questi due gruppi: se chi svolge i servizi deve arrotondare, bisogna tenere presente che chi se lo può permettere, non ricorre a Uber per un servizio taxi o a Helpling per fare le pulizie. Il più delle volte si tratta di persone che non hanno più molto tempo (magari perché, ironia della sorte, fanno più di un lavoro) e che ricorrono a questi intermediatori.

C’è, dunque, un fattore tecnologico (la rete) che rende possibile un’estensione massiccia e capillare del fenomeno, un fattore economico (lavoratori con contratti fulltime che non arrivano a fine mese e devono arrotondare) e una richiesta di servizi (il bene più scarso del nostro tempo è proprio il tempo e quindi abbiamo bisogno di gestirlo con cura: questi siti, almeno apparentemente, ci aiutano). Questo mix produce la ricchezza degli intermediatori.

Intermediatori: questi siti, giuridicamente, si presentano come tali e non, quindi, come vere e proprie aziende specializzate in determinate servizi. Uber non è un azienda di trasporti, Delivero non è un corriere, Helpling non è un servizio di pulizia. Sono dei facilitatori: aiutano a collegare fra loro domanda e offerta, a prezzo di una provvigione (che, di solito, non è per niente bassa).

Tuttavia non bisogna cadere nell’errore di semplificare troppo il loro ruolo: investimenti iniziali sono necessari perché il marchio si affermi, i clienti s’iscrivano e comincino a utilizzare i servizi, un buon servizio clienti è indispensabile, come pure un team di legali che supervisioni i processi. Si tratta di cose che non sono alla portata di tutti e che, almeno per ora, smentiscono le ipotesi di una sorta di “democratizzazione dal basso” di questi luoghi.

Questo significa, ad esempio, che non c’è nessuna responsabilità dell’intermediario verso i clienti (ad esempio, se il cibo non è buono, è colpa del ristoratore, non di Deliveroo) né verso i partner (se ti fai male, è un problema tuo, idem se non puoi lavorare perché sei malato, se rompi qualcosa mentre pulisci o esegui un lavoro in casa, devi rimborsare il cliente e un’eventuale assicurazione è a tuo carico).

I cosiddetti partner sono gli unici imprenditori che rischiano per davvero, che guadagnano qualcosa finché lavorano (la malattia non è prevista) ma che non hanno quasi mai strumenti per ottenere chiarimenti dall’intermediario, che il più delle volte è rappresentato solo da un sito internet e da qualche operatore di call center che può fare ben poco. Il contratto di partenariato tra l’intermediario e i singoli partner è di solito nella formula “clicca e accetta”, la volontà di aderire si manifesta cliccando un pulsante online e non c’è alcuna possibilità di modificare parte del contratto stesso ( o di discuterne alcune parti).

Ora, il recente sciopero londinese dei lavoratori di Deliveroo (ultimo di una serie di fenomeni: le liti contro Uber, gli attacchi di sempre più città a Airbnb, etc.) dimostra che i lavoratori di questi settori stanno iniziando ad organizzarsi e hanno buone ragioni di riuscita: la domanda è così elevata che basta anche un numero non elevatissimo di partecipanti allo sciopero per mandar il sistema letteralmente in tilt.

Quali rivendicazioni è possibile effettuare? Proviamo a fare un breve elenco:

  1. Salario minimo calcolato su corrispettivi legislativi orari.
  2. Il pagamento per qualsiasi servizio deve avvenire in denaro e non in buoni (da spendere su siti online, etc.)
  3. Assicurazione di responsabilità civile a carico dell’intermediario.
  4. Eventuale formazione a carico dell’intermediario.
  5. Provvigione non superiore a una determinata percentuale.
  6. Spese riguardanti la gestione del servizio a carico dell’intermediario (ad esempio la manutenzione dell’auto o della bicicletta, utensili per pulire, etc.).
  7. Eventuali spese legali a carico dell’intermediario.
  8. Processi di partecipazione vera nella definizione delle norme contrattuali.
  9. Social tax nel caso di effetti a lungo termine sui luoghi pubblici (come le città).

Sebbene il rapporto giuridico resterebbe, almeno in una prima fase, quello sin qui determinato, ci si accorge subito, però, che queste rivendicazioni prospettano una radicale trasformazione del settore: gli intermediari dovrebbero cominciare a sviluppare politiche relative al loro specifico settore e diventare delle aziende vere e proprie.

A quel punto sarebbe preferibile e consigliabile investire davvero nella crescita dei lavoratori, nella loro “stabilità” e nella loro tutela. A partire dalla loro contrattualizzazione, per quanto flessibile (con moduli orari mensili, ad esempio, di 10, 20, 30 o più ore da effettuare liberamente tramite invio della disponibilità mensile da parte del lavoratore). Ovviamente, l’esempio dello sciopero londinese va imitato: solo l’organizzazione di queste forme di lotta potrebbe innescare questa trasformazione. In caso contrario, per gli intermediatori continueranno su questa strada per gli enormi profitti che possono ricavare utilizzando la formula del partenariato e, cioè, pagando pochissimo il lavoratore, anche tramite l’aumento della propria provvigione, senza assumere nessun onere verso i lavoratori e verso la comunità (pagando meno tasse del previsto).

 

Riferimenti (in aggiornamento):

https://www.theguardian.com/business/2016/aug/15/deliveroo-workers-strike-again-over-new-pay-structure

Intervento dei sindacati inglesi sul Guardian: https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/aug/16/deliveroo-couriers-strike-freedom-william-shu

Agenda della Commissione europea: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-2001_it.htm

De Groen/ Maselli, The Impact of the Collaborative Economy on the Labour Market (2016)

De Stefano, The rise of the «just-in-time workforce»: On-demand work, crowdwork and labour protection in the «gig-economy» (2016)

Maselli/Lenaerts/Beblavý, Five things we need to know about the on-demand economy (2016)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...