Viaggio nella Regione autonoma kurda

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Arbil. Arrivare nel Kurdistan meridionale, altrimenti noto semplicemente come Iraq settentrionale, non è molto complicato: molti sono i voli diretti dall’Europa e da Istanbul, in poco meno di due ore si atterra all’aeroporto internazionale di Arbil, la “capitale” di uno Stato che (ancora) non esiste. Formalmente è una regione autonoma dell’Iraq, come prevede la Costituzione del 2005, approvata dopo la caduta del regime di Saddam. Tuttavia, atterrati ad Arbil, si riceve un visto valido per il solo Kurdistan iracheno, per il resto dell’Iraq ne occorre un altro. Se non è indipendenza, è una dose robusta di autonomia.

Arbil è la capitale di questa regione autonoma: una città di quasi un milione e mezzo di abitanti che si sviluppa attorno alla storica cittadella, sotto le cui mura si estende il Bazar e dove ancora si possono vedere sarti intenti a cucire i tradizionali abiti curdi. Durante il Ramadan, di sera, terminato il digiuno, le strade si riempiono di gente e ci s’incontra anche in moderni centri commerciali, sparsi per tutta la città. Come pure numerosi sono gli edifici dell’Università dedicati a Saladino, curdo anch’egli e tuttavia poco amato dai suoi: ficcò il naso nelle questioni religiose, si propose come leader dei musulmani, di un impero “universale” e dimenticò la sua patria.

Appena superato il centro cittadino, ci s’imbatte in scheletri di edifici in costruzione ormai da anni e mai terminati. Sono tantissimi, impossibile non notarli: a tutti quelli che incontriamo, chiediamo la ragione di tutte queste costruzioni ferme, «crisi» rispondono. E, in effetti, una violenta crisi economica paralizza la regione: l’economia si basa quasi esclusivamente sul petrolio e da quando il prezzo è crollato, le entrate si sono ridotte in modo drammatico. Questi paesi dal petrolio facile sono esposti perlomeno a tre rischi: hanno un coltello piazzato sotto la giugulare (il prezzo del petrolio che fa il bello e cattivo tempo), rischiano di non riuscire a diversificare la propria economia e sono esposti a fenomeni di massiccia corruzione della classe politica. Il Kurdistan iracheno non fa eccezione.

Alla crisi economia si affianca una paralisi politica: il Presidente Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK), in carica da oltre dieci anni e il cui mandato scadeva un anno fa, continua a prorogare la propria carica, millantando da qualche tempo un referendum per sancire l’indipendenza definitiva da Baghdad. Le opposizioni, in particolare quella dell’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) di Talabani, l’ex presidente dell’Iraq dell’immediato dopo Saddam, si limitano a brontolare. Una nuova forza parlamentare è nata qualche tempo fa, si tratta di Gorran (cambiamento in curdo) che sino a oggi non ha riconosciuto la proroga alla carica di Barzani e ha a più riprese chiesto nuove elezioni: per questo il Governo ha addirittura impedito allo speaker del Parlamento, Yusuf Mohammed Sadiq, esponente di Gorran, di arrivare ad Arbil per raggiungere il suo ufficio in Parlamento. La tensione è palpabile ma, almeno per ora, sopita.

C’è un evento, infatti, che aggrava la crisi economica e sospende quella politica, almeno per ora: la lotta allo Stato Islamico, Daesh, che i Peshmerga kurdi combattono sul loro confine occidentale lungo una linea del fonte di oltre mille chilometri. Lentamente le forze peshmerga e quelle irachene avanzano verso ovest, strappando, chilometro dopo chilometro, allo Stato Islamico interi villaggi e postazioni. Andando avanti di questo passo la battaglia finale di Mosul è prevista per dopo la fine dell’estate e «Una volta presa Mosul, Daesh non supererà l’inverno» ci dice Bakhtyar, un giovanissimo peshmerga, appena ventitré anni, che combatte al fronte da ormai quattro anni, praticamente dall’inizio della guerra. È Ramadan, i comandanti hanno ordinato di bere perché il caldo è infernale: tocca i 50 gradi. Lui, però, non vuole rinunciare al suo digiuno e ai suoi doveri di musulmano, ha deciso, quindi, di non bere comunque. Mentre aspettiamo il suo comandante, Bakhtyar ci spiega quello che sta succedendo proprio ora. Dopo gli attacchi dei Peshmerga, molti di Daesh si sono ritirati da piccoli villaggi, per diserzione o per combattere le linee interne. Gli abitanti del villaggio non ci hanno pensato due volte e sono scappati, cercando di raggiungere le linee delle forze curde. L’esodo è consistente: dinanzi a noi continuano ad arrivare persone, moltissimi sono donne e bambini. I camion fanno la spola: a fine giornata oltre 2500 persone arriveranno al check point, dove finalmente potranno bere un po’ d’acqua. Poi saranno inviati ai centri di accoglienza. Qualcuno, come Osama, racconta di essere scappato nella notte e di aver fatto nove ore a piedi prima di essere recuperato dai Peshmerga.

Il comandate peshmerga Ziranu Shekhwasany di quest’area conferma: «Più avanziamo e più aumenta il numero di quelli che tentano di scappare da Daesh: abbiamo strappato a Daesh altri 6 villaggi, ma se riusciremo a prenderne altri due molto prossimi alle nostre aree di operazione, ci aspettiamo almeno 20000 persone in fuga». È una situazione che va avanti da aprile, dall’inizio dell’ultima offensiva, come conferma Bzhwen Rifaat, anche lui giovanissimo, ventiquattro anni, e tra i responsabili per la Fondazione Barzani, della gestione del campo di Dibaga, vicino Makmuhr, non molto lontano dal fronte: «Il nostro campo è strapieno: da quando sono iniziate le operazioni dei Peshmerga, riceviamo quotidianamente arrivi. Abbiamo provato ad aumentare la nostra capacità di accogliere i rifugiati, accostando delle tende alle normali strutture prefabbricate, serviranno comunque almeno altri due campi, sono previsti, ma non sappiamo quando saranno costruiti. Al momento ospitiamo quasi 12000 persone».

In questo campo arrivano soprattutto persone arabe, perché i villaggi strappati a Daesh sono abitati in prevalenza da arabi sunniti. Il comandante spiega che adesso deve essere la politica, e cioè Barzani, a capire come e quando le forze curde dovranno continuare gli attacchi in una zona che non appartiene più, formalmente, al territorio della Regione autonoma. Si tratta di una partita da giocare tra il governo di Arbil e quello di Baghdad: una partita delicata, tutta politica, con la quale Arbil prova a convincere la comunità internazionale del proprio ruolo e degli sforzi sin qui fatti, che sono, comunque, consistenti e encomiabili. Nel campo di Makmuhr, ad esempio, «Serviamo due pasti al giorno per i nuovi arrivati nelle tende e per i bambini e i ragazzi abbiamo organizzato una scuola perché possano continuare a studiare» spiega ancora Bzwhen.

La questione dei rifugiati e degli sfollati è un problema non da poco: la popolazione della Regione Autonoma è aumentata del 30% in un momento di crisi dovuta al prezzo del petrolio. Certo, resta il dubbio che le scelte compiute prima della crisi non siano state lungimiranti e abbiano puntato pochissimo a una diversificazione dell’economia interna. Ora il governo deve affrontare la minaccia dello Stato islamico e la crisi dei rifugiati: ecco perché da mesi molti dipendenti statali non ricevono più lo stipendio e tra questi anche i Peshmerga. Quella dei rifugiati, quindi, è anche una buona opportunità per il Governo per far valere le sue ragioni con il resto della comunità internazionale e per mantenere le trattative con Baghdad da una posizione di forza.

La situazione, comunque, non è facile: il campo più vicino a Arbil, quello di Baharka, è anch’esso strapieno, ospitando al momento più di 1300 famiglie. Anche in questo campo, come negli altri, sono presenti ONG che gestiscono la scuola e che provvedono a una serie di attività. Questo campo è più variegato dal punto di vista etnico: la maggioranza è costituita, anche in questo caso, da arabi provenienti da Mosul – ci sono persino due dozzine di famiglie palestinesi, che risiedevano nella città irachena che sono poi scappate per l’arrivo di Daesh – ma anche curdi e assiri. Il campo è, quindi, diviso per comunità e ognuna di esse elegge dei rappresentanti in vere e proprie elezioni. Anche qui, la sensazione è che il campo non potrà reggere l’ondata di rifugiati prevista per l’avanzata verso Mosul.

L’ultimo campo che visitiamo è quello di Kawargosk a una cinquantina di chilometri da Arbil. È un campo quasi esclusivamente per rifugiati curdi siriani, dall’area del Rodava. «Tutti hanno un regolare permesso per risiedere in Kurdistan. Perciò all’inizio cercavano un lavoro e lasciavano il campo. Ma con la crisi, non ci sono molte opportunità di lavoro e sono moltissime le famiglie che decidono di tornare nel campo, anche perché così possono avere accesso gratuito a elettricità e acqua»: è il giudizio di Ardalan Maroof, che per il Danish Refugee Council si occupa di questo campo. Nato come semplice campo di transizione nell’agosto 2013 – preposto cioè a ospitare rifugiati per un breve periodo in attesa di una sistemazione definitiva – ma è diventato pochi mesi dopo un campo permanente e, al momento, è il più grande dell’area di Arbil con oltre 12.000 rifugiati. Al momento solo una parte dei rifugiati vive in prefabbricati (circa il 25%), oltre 1500 famiglie devono accontentarsi di tende, condividendo, ad esempio, docce, bagni, cucine.

E proprio in questo campo c’è un progetto che punta a inserire socialmente i rifugiati nella regione in tre direzioni: trovare un lavoro o un corso di formazione o organizzare essi stessi un corso di formazione per gli altri rifugiati (ad esempio attualmente è appena terminato un corso di cucito): è il progetto che ci illustra Waleed Abdulwahab Murad. Con orgoglio mostra le foto di uomini e donne che prendono parte ai corsi di formazione: purtroppo la crisi economica della regione rende tutto molto più difficile e, ormai, le opportunità di lavoro scarseggiano. E così, almeno per ora, il governo di Arbil gestisce i rifugiati e prova a vincere la guerra con il Califfato. Nonostante la situazione sul campo sia sempre più complicata per lo Stato Islamico, non è detto che i prossimi mesi saranno in discesa per il governo curdo.

Guardando la cartina della regione, Alessandra di Pippo, console italiano ad Arbil, lo fa intendere a chiare lettere: «La sconfitta militare dello Stato Islamico e la liberazione di Mosul apriranno scenari che dovranno essere gestiti con grande cautela: verrà meno l’elemento che ha sin qui tenuto insieme la collaborazione tra le forze curde e quelle irachene e anche all’interno del Kurdistan potrebbe acuirsi lo stallo politico». La preoccupazione riguarda, inoltre, i rischi relativi alla sicurezza: la sconfitta militare di  Daesh potrebbe proiettare centinaia di Jihadisti in tutta la regione, sin qui rimasta quasi del tutto indenne agli attacchi terroristici.

Ma c’è anche dell’altro. Daesh per ora è il nemico principale e permette anche di giustificare l’attuale incapacità della politica di tirare fuori il paese dalla crisi. Ma la gente è stanca: Fuad, un attivista, ci racconta che così non si può andare avanti: «La corruzione è endemica e il popolo non ha più fiducia nella classe politica curda: non c’è lavoro e da mesi i salari non vengono pagati». Finché c’è Daesh,bisogna combattere il Califfato. Ma, prima o poi, i curdi decideranno di riprendere la parola: sorridendo Fuad ricorda: «Nel ’91 questo popolo si liberò da solo». «C’era la guerra, gli attacchi alleati da Sud», ribattiamo. «In quattro ore il regime ultra decennale di Saddam fu abbattuto dai curdi. Se il popolo è unito, la classe politica deve preoccuparsi: i giovani hanno già iniziato a organizzarsi».

La sensazione è che, al di là della questione dell’indipendenza che appare più come un gioco di potere tra Arbil e Baghdad, anche nel Kurdistan meridionale si intravedano i segnali di una nuova, più profonda, crisi: politica e sociale. In altre parole: dove i Curdi da quasi trent’anni possono amministrare il “loro” Stato, cresce la voglia di uomini e donne di combattere la corruzione e di migliorare la propria vita. Il tradimento di queste sospensioni alimenta e aggrava la crisi, che è destinata a essere molto lunga e a intrecciarsi con le “altre” crisi del Medioriente: la sconfitta di Daesh, che è al massimo una manifestazione di queste crisi e non una sua causa, non segnerà, dunque, automaticamente una nuova stabilizzazione dell’area e l’inizio di un nuovo ordine regionale.

Ma non è solo una questione locale: anche nell’assenza di un movimento pancurdo, le vicende della Regione autonoma chiamano in causa quelle del Rojava, e quindi della Siria e del suo futuro, dei curdi in Iran e di quelli in Turchia. Solo il tempo dirà che forma prenderà questa crisi: ma sarebbe il caso che l’Europa non voltasse la faccia e provasse a capire meglio il proprio ruolo in questa regione tanto prossima ai suoi confini.

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