Ragionando sul golpe in Turchia

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A circa una settimana dal tentato golpe in Turchia, nella stampa e nell’opinione pubblica europea si sono moltiplicate le critiche al presidente Erdoğan, accusato di essere un dittatore per come sta gestendo la fase successiva al tentato golpe. Da parte mia, credo che questo approccio sia del tutto errato e che tradisca l’insofferenza (e l’impotenza) dell’Europa nei confronti del presidente turco. A qualcuno, probabilmente, avrebbe fatto piacere che il golpe fosse andato a buon fine. Ma andiamo con ordine.

  • Secondo qualcuno il golpe non c’è mai stato, ma si tratta di una mossa di Erdoğan per poter ulteriormente azzerare i diritti fondamentali e la democrazia in Turchia. È stato più volte citato l’incendio del Reichstag da parte dei nazisti nel 1933, utilizzato da Hitler come scusa per approvare le leggi che conferivano al governo pieni poteri: il paragone è del tutto inappropriato. L’incendio del Reichstag avviene un mese dopo la nomina di Hitler a Cancelliere, Erdoğan governa in Turchia dal 2003 e ha vinto molte elezioni (ma non sempre ha stravinto). Al momento, quindi, come ha ripetuto la prima TV tedesca, nessuno ha fornito prove consistenti sul fatto che il golpe sia fasullo: si tratta di pure speculazioni che non possono essere confermate.
  • Erdoğan avrebbe avuto una qualche ragione di simulare un colpo di Stato lo scorso anno, quando le elezioni non gli conferirono la maggioranza necessaria per modifiche costituzionali. Non lo fece, si “limitò” a cercare nuove elezioni (certamente un gesto disdicevole, ma è una pratica usata in tutto il mondo). Diversamente i seguaci di Fethullah Gullen (il vero ideatore del golpe, ad avviso di Erdoğan) avevano tutti i motivi per deporre il Presidente turco proprio in questo momento.
  • Se il golpe è autentico, non si può pensare che la risposta di Erdoğan non fosse durissima: i golpisti hanno sparato sul Parlamento, paralizzato la capitale, provato a bloccare le televisioni. Che ora Erdoğan avvii un repulisti, è assolutamente normale, per quanto dovremmo augurarci che non si faccia prendere la mano e che rispetti i progressi che (anche grazie a lui) sono stati realizzati durante gli ultimi tredici anni per rafforzare lo stato di diritto in Turchia.
  • Il problema dell’Europa sta tutto qui: nessuno ha costruito un buon rapporto con la Turchia, per non parlare dell’Italia. Erdoğan è additato come un dittatore già da tempo, non esistono legami di alcun tipo con gli altri partiti politici o con i movimento sociali (fatta eccezione per il partito HDP che ha legami con alcuni partiti di sinistra europei, la cui analisi della Turchia è, però, spessa basata esclusivamente sulla questione curda). Persino la rappresentazione dell’AKP, il partito di Erdoğan, è caricaturale: lo si è dipinto anche come una forza che vuole islamizzare la Turchia, imporre il velo alle donne e altre assurdità mentre è, invece, una realtà complessa, con numerose correnti al suo interno. Addirittura l’Europa ha tentato di utilizzare il tema della facilitazione dei visti come una sorta di ricatto, aumentando la sfiducia dei Turchi e anche la loro rabbia: sono un popolo orgoglioso, che non ci sta a essere trattato con sufficienza e disprezzo dall’Unione Europea.
  • Il problema curdo: si tratta di una delle questioni principali, non solo per la Turchia ma per tutto il Medio Oriente. Fa specie sentire ora commentatori e opinionisti preoccuparsi per i curdi quando fino a pochi anni fa pensavano che Abdullah Öcalan fosse un terrorista sanguinario e i Curdi semplicemente dei rivoltosi che facevano scoppiare bombe in Turchia. Il problema curdo esiste (e negli ultimi mesi è diventato enorme, con intere città sotto assedio): ma dobbiamo ammettere che Erdoğan sta proseguendo le politiche che tutti i governi turchi hanno perpetrato per anni. Con la sola eccezione proprio dei Governi presieduti da Erdoğan, tant’è che nel 2013 si arrivò a una proclamazione ufficiale di cessate il fuoco da parte di Öcalan. Con buona pace degli opinionisti occidentali, si temeva un golpe dell’esercito già qualche anno fa, quando Erdoğan avviò il processo di pace con i Curdi: di per sé, quindi, la questione curda non spiega l’eccezionalità della fase attuale.
  • Il grande errore di Erdoğan è stata la Siria: insieme a molti Capi di Stato europei, ha pensato che Assad potesse crollare e che bastasse poco per dargli il colpo definitivo. Ha coltivato, perciò, sogni neo-ottomani, ha congelato il processo di pace con i Curdi, ha permesso il passaggio a migliaia di foreign fighters (molti dei quali provenivano proprio dall’Europa) per ingrossare le file dell’opposizione siriana. Quando il regime di Assad non è crollato, ha perseverato nel suo errore, arrivando ad abbattere un aereo russo, scatenando una crisi enorme con Mosca. Ma non è un folle: quando ha capito di essere isolato, ha ricostruito i rapporti con Putin e quelli (deteriorati anni fa) con Israele. Non è un caso che, dopo il tentato golpe, si sia rovesciata la posizione internazionale della Turchia: i rapporti con Mosca sono attualmente stabili, mentre quelli con gli Stati Uniti sono per la prima volta molto tesi.
  • Il presidente turco sognava (e sogna) di proporre la Turchia come potenza regionale (a discapito dell’Iran) e se stesso l’AKP come una guida ed esempio per tutto il mondo sunnita: anche per questo motivo l’idea che Erdoğan fosse un complice dello Stato islamico (come pure qualcuno ha sostenuto dopo l’attentato all’Aeroporto di Istanbul del 28 giugno scorso) è una colossale sciocchezza. Erdoğan ha usato il fondamentalismo in funzione antisiriana: errore per il quale è in buona compagnia nelle cancellerie europee.
  • La religione è un elemento fondamentale per mettere a fuoco le conseguenze di quello che sta accadendo, ma non nel senso dell’islamizzazione della società turca (che è, invece, a mio avviso, molto più complessa e sfaccettata). L’AKP sta tentando di dimostrare che è possibile guidare un paese con un partito che si definisce islamico senza modificare sostanzialmente le regole della democrazia: è un fatto che la Turchia dal 2004 è cambiata e in meglio. Si tratta di un tentativo cui bisogna guardare con interesse anche perché simili esempi sono, a oggi, molto rari nel mondo musulmano (e l’AKP è solo uno degli attori della “guerra” ideologica e politica, ma che assume anche tratti geopolitici, all’interno del mondo sunnita).
  • L’Occidente ha, negli ultimi anni, distrutto l’Iraq, bombardato la Libia e la Siria, accettato che il Presidente egiziano Morsi venisse deposto dal generale al Sisi (salvo poi ripensarci quando è morto un nostro connazionale): come interpreteranno milioni di musulmani questo clima di assoluto sospetto nei confronti di un Presidente che, piaccia o meno, è stato più volte rieletto dal suo popolo?
  • Golpe o meno, oggi Erdoğan governa la Turchia. Sarebbe il caso di accettarlo e di ricostruire relazioni profonde con questo nostro grande vicino. Vanno costruiti rapporti con tutti i partiti del parlamento, con i giornali, con le università. Solo in clima di fiducia reciproca e, soprattutto, di rispetto e dignità per le istituzioni turche sarà possibile costruire un dialogo efficace e concreto. L’alternativa è l’isolamento non solo della Turchia ma di milioni di musulmani. E non fosse altro per il fatto che il Medio Oriente sta implodendo, non possiamo proprio permettercelo.
  • Infine, la Turchia non va lasciata sola, anzi. Se si vuole evitare l’isolamento dei Turchi e il loro allontanamento, bisogna tendergli la mano. Più scambi universitari, più opportunità di lavoro comuni, più cooperazione: in Turchia ci sono oltre venti milioni di giovani tra i diciotto e i trenta anni. Non voltiamo loro le spalle e proviamo ad ascoltarli.

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