1998-2005: i sette anni della coalizione rosso-verde al governo della Repubblica federale.

Posted by

Tra il lungo cancellierato di Helmut Kohl (1982-1998) e quello di Angela Merkel, Kanzlerin dal 2005, la Germania ha conosciuto l’esperimento rosso-verde, la prima (e finora unica) coalizione di sinistra alla guida del governo federale. Nel 1998, dopo un’intelligente e innovativa campagna elettorale, Gerhard Schröder diveniva Cancelliere: era il terzo socialdemocratico nella storia della Repubblica federale dopo Willy Brandt (1969-74) e Helmut Schmidt (1974-82), i quali, però, avevano guidato coalizioni con il partito liberale. Al Ministero degli esteri era stato chiamato Joshka Fischer, il leader dei Grünen, mentre Oskar Lafontaine assumeva l’incarico di Ministro delle Finanze.

L’esperimento era talmente nuovo da non permettere alcun tipo di errore: la coalizione aveva poco tempo per dimostrare la propria Regierungsfähigkeit, cioè la capacità di governare, meglio ancora la capacità di avere uomini e donne in grado di reggere le sfide poste dal governo di un paese. Un recente libro di Edgar Wolfrum, professore di Storia contemporanea all’Università di Heidelberg, tenta di ricostruire, per la prima volta in modo compiuto, l’esperienza di governo rosso verde (Rot-Grün an der Macht. Deutschland 1998-2005, C.H. Beck, München 2013).

Bisogna tener presente che ancora oggi, il giudizio sui sette anni del cancellierato di Schröder non è ancora unanime: in particolare il pacchetto di riforme Agenda 2010, e cioè le misure per la riforma dello Stato sociale, sono tutt’ora al centro di polemiche infuocate, ravvisabili persino nella scorsa campagna elettorale. C’è chi le difende – ovviamente la SPD è tra questi – sostenendo che siano state proprio quelle riforme a permettere alla Germania di affrontare la crisi economica senza dover rinunciare ai presupposti dell’economia sociale di mercato e alle conquiste dello Stato sociale. C’è chi, invece, le considera una vera catastrofe, alla base dell’attuale impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione tedesca.

In particolare il cosiddetto Hartz IV, dal nome del presidente della commissione Peter Hartz che elaborò le proposte sulla riforma dello stato sociale, e che rappresenta la misura di sostegno per quanti non lavorano e non hanno altre forme di reddito è visto come un vero e proprio strumento di limitazione dei diritti dei lavoratori. Va ricordato che, recentemente, Peter Hartz ha sostenuto in un’intervista che il progetto iniziale, elaborato dalla commissione, prevedesse un importo più alto (500 euro a fronte degli attuali 370) e interventi specifici per la riqualificazione dei beneficiari dell’assegno e per il loro rientro nel mercato del lavoro, la durezza di alcune norme sarebbe quindi da addebitare esclusivamente alla successiva revisione parlamentare.

Che giudizio dare, dunque, dell’esperienza rosso-verde? Innanzitutto Wolfrum cerca di collocarla nello scenario internazionale: fino al 2001 quasi tutti gli Stati dell’Occidente sono governati da coalizioni di centro-sinistra. Il rappresentante più in vista dei progressisti è indubbiamente Bill Clinton che ha riportato nel 1993 i Democratici americani alla Casa Bianca, dopo le esperienze di Reagan e Bush. Ma anche Tony Blair, il giovane capo del Partito laburista, dal 1997 a Downing Street. In questo contesto, Schröder prova inizialmente a costruire una “relazione speciale” proprio con Tony Blair: è su questa impostazione – che poi sarà sintetizzata nel protocollo tra Schröder e Blair del giugno 1999 su un insieme di politiche sociali e di riforme del mercato del lavoro – che si rompe il patto tra Schröder e Lafontaine, il quale abbandona il governo dopo appena 136 giorni (11 marzo 1999). Lafontaine – che il Sun aveva messo in prima pagina chiedendosi se fosse the Europe’s most dangerous man che rischiava di attentare al benessere inglese – lascia perché convinto di non poter realizzare le proprie riforme (in particolare il piano di interventi della BCE e della Bundesbank per diminuire i tassi di interessi e per abbattere la disoccupazione).

Nel partito socialdemocratico, dunque, la divisione tra una “sinistra” (che Wolfrum definisce keynesiana), più tradizionale, e una “destra”, incarnata dal braccio destro di Schröder Bodo Hombach (vicina alle posizioni di Milton Friedman), che cura la stesura del Protocollo anglo-tedesco, è marcata e almeno nel 1999, con le dimissioni di Lafontaine, la partita è vinta da Schröder. Che, proprio in quegli anni, affronta la crisi internazionale jugoslava e la guerra contro la Serbia: Schröder, che pure non voleva essere un Kriegskanzler, un Cancelliere di guerra, delineò le ragioni dell’intervento collegandole direttamente alla storia tedesca. L’attacco contro la Serbia era necessario per evitare il ripetersi di tragedie umanitarie (dal mai più guerra al mai più Auschwitz): era, nei fatti, la versione tedesca della strategia della guerra umanitaria.

Wolfrum spiega questa fase in modo convincente: la rivalità personale tra Lafontaine e Schröder si salda a una diversità politica inconciliabile. Il Protocollo tra Blair e Schröder è la sintesi di istanze del tutto incompatibili con la visione di Lafontaine, al quale lo storico di Heidelberg riconosce un’importante attenuante: lo spirito del tempo non era dalla sua parte. Il protocollo di Schröder, le cui istanze saranno poi trasferite nelle riforme avviate con la seconda legislatura avviata nel 2002, sarà accolto anche in Germania tra gli stessi circuiti conservatori con un certo scetticismo.

Il paese aveva certamente bisogno di riforme (a fine anni Novanta la Germania era il malato d’Europa e Kohl aveva perso le elezioni perché, pur essendo considerato il Padre della Patria, artefice dell’unificazione, era ormai considerato inidoneo ad afferrare le trasformazioni che attraversano il paese e a introdurre le riforme necessarie per far ripartire l’economia) ma radicalmente diversi erano i modelli di capitalismo, anglosassone e tedesco, che nelle intenzioni degli estensori del protocollo potevano costituire il laboratorio comune per un concetto comune di una moderna politica di governo socialdemocratica (segnata da espressioni come Terza via o Neue Mitte, nuovo centro).

La scommessa di Schröder, tutta politica e ispirata a un’idea di un partito progressista mondiale (in Italia la formula, in verità abusata, è quella dell’Ulivo mondiale, ma va tenuto presente che, nonostante alcuni goffi protagonismi dei nostri politici, il nostro paese non sembra abbia esercitato una qualche influenza degna di nota in questa fase), si sarebbe rivelata azzardata qualche anno dopo, quando i Repubblicani riconquistarono la Casa Bianca con George W. Bush e il contesto politico mondiale cambiò improvvisamente.

Sono, comunque, gli anni del primo cancellierato di Schröder segnati da interventi importanti, come gli interventi per aumentare la presenza dei Consigli di azienda nei luoghi di lavoro, la legge sulle unioni di fatto (il ricorso di ben tre Bundesländer al Tribunale costituzionale federale per dichiararne l’incostituzionalità non venne accolto) e sulla legge su interventi fiscali per investimenti finalizzati alla riconversione ecologica (entrata in vigore, tra tante polemiche, nell’aprile del ’99, ma con compromessi che hanno svuotato il senso originale della proposta e finito per gravare soprattutto sulle famiglie).

Il 2001 è un anno di cesura e non potrebbe essere altrimenti grazie alle immagini delle Torri Gemelle che crollano al suolo la mattina dell’11 settembre (e con la violentissima repressione del movimento di Genova del luglio dello stesso anno che sin dalle sue prime manifestazioni aveva denunciato l’assurdità della fine delle Storia). La guerra globale al terrorismo lanciata da Bush spacca il fronte europeo, in particolare con l’intervento contro l’Iraq.

La SPD e i Grünen sono, ovviamente, attraversati da polemiche incandescenti anche sull’intervento in Afghanistan: famosa è la contestazione a Joshka Fischer nel corso dello stesso congresso federale del suo partito nel novembre 2001. Da tener presente che truppe tedesche sono tuttora presenti in Afghanistan e le polemiche non mancano a ogni dibattito parlamentare sulla conferma dell’intervento: nel 2009 il Presidente della Repubblica federale Horst Köhler è stato costretto alle dimissioni per aver affermato che le truppe tedesche sono impegnate in Afghanistan anche per proteggere vitali interessi economici tedeschi (al momento, inoltre, la SPD conferma la scelta di mantenere il contigente tedesco in Afghanistan).

E, tuttavia, i limiti della teoria della guerra preventiva si fanno palesi nel caso dell’intervento contro Saddam Hussein. Quando Blair condivide e sostiene le scelte del Presidente statunitense, diventa palese quanto l’idea di una rete globale dei partiti e delle istanze progressiste sia, nei fatti, una chimera: l’asse che Schröder avvia con il conservatore Chirac (e, soprattutto, con la Russia di Putin) in opposizione a quello Washington-Londra palesa l’inizio di una nuova stagione.

Nel 2002 è proprio il pacifismo a dare senso alla campagna elettorale socialdemocratica ed è quasi per paradosso, sottolinea Wolfrum, che se il primo governo di Schröder fosse nato con idee piuttosto chiare sulle politiche interne ma con un semplice abbozzo di politica estera ed abbia dovuto confrontarsi quasi immediatamente con scelte non semplici sulle questioni internazionali, il secondo faccia della pace una vera e propria via tedesca nelle questioni internazionali, legando poi il pacifismo, nel celebre discorso di Schröder del 14 marzo del 2003 (Coraggio per la pace, coraggio per il cambiamento, al quale Wolfrum contesta, però, l’assenza di una visione e di un progetto complessivo), alla necessità delle riforme economiche e sociali.

Da questa prospettiva, quindi, ne esce certamente meglio definita e particolareggiata l’idea di una SPD che sceglie, incondizionatamente, la strada del “neoliberismo”. Certamente a fine anni ’90, la guida di Schröder abbatte la sinistra interna del partito, avviando un allontanamento che causerà poi la scissione della WASG (Wahlalternative Arbeit und soziale Gerechtigkeit, Alternativa per il lavoro e la giustizia sociale) che darà vita, insieme alla PDS, alla Linke.

E, tuttavia, sono le caratteristiche del capitalismo renano e la nuova collocazione internazionale (in particolare la Ostpolitik tanto cara ai socialdemocratici eredi di Brandt che assicura l’attivismo politico per l’ingresso in Europa dei paesi ex socialisti dell’Est e un vero e proprio asse con Mosca) a definire in modo rilevante la successiva svolta politica della SPD. Una “svolta” che sicuramente non definisce un diverso atteggiamento quanto alle riforme sul mercato del lavoro – da qui la consapevolezza di Schröder, riportata da Wolfrum, che proprio il protocollo del ’99 fosse alla base delle riforme successive – ma che serve a comprendere come quelle riforme vadano poi valutate rispetto all’impatto che ebbero sul paese e alla loro “compatibilità” con l’economia sociale di mercato. Ecco perché, in ultima istanza, pur con gli errori e le storture che le riforme sociali hanno prodotto, il giudizio sulla socialdemocrazia tedesca deve essere necessariamente più articolato.

È, dunque, in un nuovo contesto internazionale che maturano pianamente anche le riforme economiche e sociali. Schröder vince le elezioni del 2002 contro il bavarese Edmund Stoiber, anche grazie alla sapiente gestione della crisi innescata dalla piena dei fiumi nell’estate. Già nell’agosto del 2002 Peter Hartz aveva presentato il rapporto della sua commissione e nei mesi successivi quelle proposte divennero la base per le riforme in parlamento dell’Agenda 2010, un pacchetto di interventi per riformare il mercato del lavoro, le pensioni, la sanità, il fisco, le politiche per la famiglia, l’istruzione e la cultura.

Le riforme spaccarono il partito, la sinistra tedesca, il sindacato (che si mobilitò in più occasioni, arrivando a rotture molto forti tra il Cancelliere e il capo del DGB, Michael Sommer, a sua volta membro della SPD) e il paese stesso. Famosa è la manifestazione di Lipsia del 20 agosto 2004 che segnerà il punto più alto delle proteste anti-Hartz e alla quale prenderanno parte 60.000 persone tra cui lo stesso Lafontaine; ma, con estremo rigore, Wolfrum ricorda anche le campagne populiste del gruppo editoriale Springer, il cui scopo non era combattere le riforme ma semplicemente far cadere il governo.

Tuttavia Schröder riuscì a imporsi, sul partito e sul gruppo parlamentare, e le riforme furono approvate. A esse, convincente è questa analisi di Wolfrum, mancava del tutto un analogo piano di interventi per una maggiore tassazione delle rendite e per una redistribuzione in settori chiavi del prelievo fiscale: mancava, cioè, una vera distribuzione sull’intera popolazione dell’onere delle riforme che si abbatterono, al contrario, quasi esclusivamente sui lavoratori salariati.

Agenda 2010 e l’Hartz IV (poi bollato in alcune disposizioni incostituzionale dal Bundesverfassungsgericht, il Tribunale costituzionale federale, per non assicurare il minimo per un’esistenza rispettosa della dignità umana) per quanto legate al principio della reintroduzione al lavoro e del rispetto dei principi dello Stato sociale, si rivelarono privi di una logica e di interventi di giustizia sociale e di redistribuzione. Ma il giudizio di Wolfrum è netto: non si trattò di un errore, ma di una scelta precisa, dettata dall’ideologia che guidava l’azione di Schröder: favorire gli investimenti tramite la deregolamentazione e l’eliminazione di prestazioni sociali dello Stato. Ecco perchè, l’errore di Schröder è stato proprio quello di non aver compiuto fino in fondo la svolta che pure aveva dato un nuovo corso alla sua politica estera: solo l’abbandono di una certa ideologia avrebbe garantito la possibilità di interventi di riforma socialmente più accettabili e segnati maggiormente da quello che chiedeva la base del partito, ovvero più giustizia sociale. Schröder, però, non volle rivedere il suo impianto e il partito, con l’uscita di Lafontaine privo di figure di peso, non seppe (e non volle) opporsi efficacemente al “suo” Cancelliere.

Se la politica di Schröder può e deve essere contestata (su questo utile sarà utile leggere il libro-intervista di Schröder uscito da pochi giorni), il testo di Wolfrum ha il merito di contestualizzare l’esperienza di governo socialdemocratica tanto all’interno del contesto internazionale, quanto nella storia e nella tradizione della Repubblica federale. È così agevole verificare che le esperienze di governo europee e mondiali progressiste della fine degli anni ’90 certamente si assomigliano, ma è probabilmente errato parlare di un medesimo “tradimento” alle ragioni dell’uguaglianza e della giustizia sociale. I socialdemocratici tedeschi non hanno distrutto lo Stato sociale e Gerhard Schröder non è la signora Thatcher, per quanto sia stato tratto in inganno dall’idea di poter superare gli abissi della storia e della tradizione che separano l’Inghilterra e la Germania solo tramite un patto politico con Tony Blair (e forse anche affascinato dal sogno di poter dar vita a un illusorio “governo del mondo” che gli avrebbe assicurato un posto di riguardo nella Storia).

Si è trattato piuttosto di limiti contingenti, soprattutto nell’azione politica e nella debolezza della coalizione, e da difficoltà strutturali, derivanti indubbiamente da una concessione troppo esplicita a ideologie dominanti a fine anni ’90. E, tuttavia, pur nella critica che si può e si deve rivolgere agli anni rosso-verdi, va comunque tenuto presente che essi hanno segnato comunque una fase importante della storia della Repubblica federale. Innanzitutto la vitalità della SPD non è un fattore trascurabile: il libro di Wolfrum ricostruisce con cura le battaglie, le discussioni, le frizioni all’interno del partito che oggi, a distanza quasi dieci anni dalla fine dell’esperienza di governo, tenta di relazionarsi criticamente con alcune scelte fatte in passato (da qui anche la disponibilità a rivedere e modificare gli interventi di Agenda 2010). Se è mancata una più marcata declinazione dell’uguaglianza e della giustizia sociale, va tenuto presente che quelle idee non sono patrimonio esclusivo di un partito o di una forza politica, ma possono vivere, anche all’interno di un coerente disegno di governo, solo a partire dall’unità di tutte le forze che si rifanno proprio a quella tradizione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...