Un cuore tedesco per l’Europa? Riflessioni sull’ultimo libro di Angelo Bolaffi.

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È da qualche mese in libreria un testo, breve e agile, di Angelo Bolaffi dedicato alla Germania, Cuore tedesco – Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea, Donzelli editore, Roma 2013. Si tratta dell’ideale proseguimento del testo di venti anni fa, Il sogno tedesco – La nuova Germania e la coscienza europea, Donzelli editore, Roma 1993, quando numerose erano le incognite sulla Germania riunificata e sul ruolo che avrebbe avuto in Europa e nel mondo.

Se il testo del ’93 rappresentava un invito a superare le diffidenze verso una Germania riunificata non grazie alle armi e del tutto diversa dal Reich che si affacciò minaccioso sulla scena d’Europa a fine Ottocento, a distanza di vent’anni Bolaffi è costretto a costatare con amarezza come rinasca: «[…] la germanofobia, e la demonizzazione dei tedeschi fa riaffiorare antichi stereotipi e malevoli pregiudizi. Sono in molti infatti a sospettare che se in passato al Germania aveva cercato di imporre il suo dominio sull’Europa con i carri armati, oggi vorrebbe raggiungere lo stesso obiettivo mediante quella che invece doveva essere una moneta comune» (p. 4).

Esattamente come nel primo testo, l’obiettivo di Bolaffi è, quindi, mettere in discussione questa “germanofobia”, provare a spiegarne l’origine e anche la strumentalità di alcune accuse, soprattutto quando provengono dall’Italia. Ma è soprattutto il racconto di un profondo ammiratore della cultura tedesca, che non fa mistero della sua “partigianeria”: tuttavia leggendo il libro, all’evidente amore per la Germania, fa seguito un’analisi lucidissima del sistema tedesco, dei suoi presupposti, delle sue potenzialità, come pure delle sue debolezze. Non potendo in questa sede soffermarci su tutti questi aspetti, sarà opportuno segnalarne velocemente alcuni.

L’analisi di Bolaffi parte da una lucida constatazione: la caduta del Muro di Berlino ha innescato un enorme processo geopolitico e, cioè, ha permesso alla Germania di riconquistare – questa volta in modo pacifico – la sua centralità nel cuore dell’Europa. Un consolidamento nel centro del continente che l’ha “allontanata” dal Mediterraneo e, ovviamente, anche dall’Italia «Il ritorno del “centro” tedesco a Berlino ha letteralmente marginalizzato l’Italia: per motivi demografici, economici o anche geopolitici» (p. 79): ne consegue che il “freddo” tra Germania e Italia non è semplicemente figlio di incomprensioni passeggere o episodiche ma, piuttosto, il risultato della fine della Guerra fredda e di un nuovo ordine mondiale, tutt’ora in divenire.

Di questa “grande trasformazione” poco si è parlato perché, a voler essere sintetici, gli anni novanta hanno potuto godere di una relativa stabilità – già parzialmente messa in discussione già con le guerre Balcaniche – e solo con il nuovo millennio la Storia ha, brutalmente, bussato alla porta dei cittadini occidentali. Prima con l’11 settembre e poi la crisi economica, eventi che hanno ridato valore e importanza a categorie che, forse per un eccesso di ottimismo, erano state considerate ormai obsolete. Il Vecchio continente si è ritrovato a dover fare i conti con gli interessi nazionali, con il ritorno dei confini nazionali, con i limiti e le contraddizioni del processo di integrazione.

In questo senso, quindi, la reazione più ovvia e banale è stata quella di addebitare alla Germania scelte draconiane (l’austerità), con effetti sociali devastanti per i paesi del mezzogiorno d’Europa: Angela Merkel è diventata bersaglio preferito delle critiche e della satira continentale, con le ormai abituali vignette nella quale è disegnata con i baffetti alla Hitler e la divisa nazionalsocialista.

Tuttavia Bolaffi sottolinea che la “questione tedesca” si colloca in un passaggio geopolitico molto più complesso, nel quale occorre ridefinire interamente gli “assi” con cui pensare le categorie della politica. Ovviamente questi passaggi storici non sono esenti da ricadute (pesantissime) sui singoli Stati (e sui loro cittadini), in particolare quelli impreparati a reggere il nuovo contesto globale e, soprattutto, a uscirne in difficoltà è innanzitutto la politica, in particolare quella progressista, ritrovatasi di colpo a doversi confrontare con i limiti delle proprie analisi teoriche e con le nuove sfide della contemporaneità: «Si è messo in moto un processo cataclismatico di natura geopolitica e spirituale destinato a sconvolgere ordine e gerarchie sociali, equilibri di potenza e radicate convenzioni culturali e […] a rimettere radicalmente in discussione anche modi, tempi e finalità del processo di unificazione europea, mandando in tal modo delusa la previsione di quanti avevano sperato che la fine della divisione della Germania e (quindi) del Vecchio continente avesse messo all’ordine del giorno la rapida realizzazione del sogno di un’Europa unita nella sua interezza» (p. 27).

In particolare, per il nostro paese, il problema è l’accelerazione che la “grande trasformazione” impone e qui Bolaffi coglie il segno: «se non fosse “accaduto” il 9 novembre 1989, con molta probabilità i modi e i tempi della “lunga notte italiana” sarebbero stati differenti e la dinamica di crisi avrebbe conosciuto un percorso meno drammatico e certo meno traumatico» (p. 70).

E, tuttavia, questa “accelerazione” imposta dalla caduta del Muro non può nascondere i limiti e i ritardi del modello italiano anche perché, è noto, la Storia non fa sconti: «Una modernizzazione, quella dell’Italia degli anni ottanta, tanto effimera quanto selvaggia – una trasformazione che Pasolini aveva genialmente criticato ex ante ricorrendo alla metafora della “scomparsa delle lucciole” e del quale il fenomeno Berlusconi sarebbe stato il frutto avvelenato –, che si è sommata alla totale incapacità del sistema politico di metabolizzare in un concreto progetto di riforme sociale e culturali l’entusiasmante stagione di lotte studentesche e operaie che tra la fine degli anni sessanta e la prima metà del decennio successivo avevano tentato di cambiare l’Italia. Un sistema produttivo obsoleto, ingessato da interessi clientelari e da un sistema di relazioni industriali tanto ideologico quanto corporativo, non ha retto all’impatto della concorrenza dell’economia globalizzata» (p. 69).

Con buona pace di chi ravvisa nell’egoismo dei tedeschi (quando va bene) o addirittura nella loro rinnovata “volontà di potenza” (il tratto che caratterizza tuttora l’élite politica tedesca è, semmai, l’incapacità di assumere un ruolo guida, per via del passato nazionalsocialista che “non vuole passare”), il dramma italiano risiede esattamente la totale incapacità della classe dirigente italiana di fare i conti con il nuovo ordine mondiale post ’89-’91.

Da questo punto di vista, quindi, la politica progressista dovrebbe lucidamente tener presente che se un vincolo esterno esiste, esso non è tanto da individuare nella Germania, in Angela Merkel o nelle politiche tedesche tout court, quanto piuttosto nel nuovo quadro politico, economico e strategico che si è venuto a delineare dopo la caduta del Muro e la fine del mondo bipolare. Il che non significa che le scelte della dirigenza tedesca siano sempre sagge (lo stesso Bolaffi torna più volte sui rischi di un’assenza di leadership, perlomeno in ambito politico, della classe dirigente tedesca), quanto piuttosto che solo la costruzione di una nuova solida realtà geopolitica può rispondere alle sfide che la contemporaneità pone, ad esempio, al modello sociale europeo e, cioè, al sistema del Welfare, ai diritti e alla rappresentanza del lavoro.

Ovvero, con le parole di Bolaffi, «[…] significa prendere atto che è al Model Deutschland che dovrà necessariamente orientarsi qualsiasi politica economica e sociale che voglia salvaguardare le conquiste del modello europeo evitando al tempo stesso di imboccare la via senza ritorno del declino strutturale» (p. 139) e ancora meglio «L’Europa ha ancora un futuro, dunque, solo se saprà riformarsi strutturalmente e al tempo stesso se continuerà a rappresentare un’alternativa rispetto al modello del “capitalismo manchesteriano” (al liberismo anglo-americano) come pure rispetto a quello confuciano corazzato dagli Asian Values» (p. 210).

Ovviamente, anche questa impostazione può essere contestata o criticata: qui interessa però evidenziare  che essa chiarisca immediatamente un fine (il modello sociale) e lo strumento con cui perseguirlo (l’Europa). Europa che non è una sorta di panacea, quanto piuttosto il (possibile) soggetto di un nuovo ordine mondiale (nel quale si fronteggiano numerosi attori) e, pertanto, non è una scelta priva di contraddizioni, di forzature interne e di dolorosi sacrifici. Tutt’altro.

Bolaffi ci invita a riconsiderare con più attenzione il passaggio geopolitico che si realizza con la caduta del Muro prima e la dissoluzione dell’Unione sovietica poi: la reazione “germanofoba” è, quindi, profondamente “provinciale” nella misura in cui non attiva nessuna vera presa di consapevolezza di quanto accaduto, ma anzi si accontenta di indicare, come soluzione alla crisi, la comoda strada di una “iniezione” di liquidità prodotta dalla BCE che dovrebbe alimentare anche un’ipotetica solidarietà tra le classi (stipendi più alti per i “poveri” lavoratori tedeschi). Una curiosa versione della “solidarietà”, fondata solo sul semplice dato salariale, dimenticando di analizzare le specificità del capitalismo renano, le particolarità dell’economia sociale di mercato e la storia del sistema sociale tedesco.

Attribuire l’origine della crisi all’”austerità”, senza fare i conti con i limiti del nostro modello industriale (in particolare, dal versante dell’offerta, ovvero della qualità della nostra produzione, e non solo della domanda, come spesso sembrano semplificare le posizioni cd. neokeynesiane), del modello di rappresentanza dei lavoratori, del sistema delle banche, delle inefficienze e delle storture istituzionali, del crimine organizzato, significa scegliere una strada comoda ma rischiosa, perché permette, nuovamente, la definizione di un “fronte interno” (nazionale), dietro al quale possono trovare rifugio quanti negli ultimi anni hanno concorso alla devastazione del paese.

Significa, in ultima istanza, credere alla comoda narrazione per cui a sbagliare sono sempre gli altri: ipotesi che oltre che falsa, è anche assurda per almeno due ragione. Innanzitutto perché si finisce per dimenticare le responsabilità di quanti in questi anni hanno governato (il governo dei “liberali” e dei moderati di Berlusconi e soci).

Del resto, sia detto per inciso, negli ultimi vent’anni il governo italiano è stato retto prevalentemente da forze di centro-destra e, in particolare, dai partiti guidati da Silvio Berlusconi. E, tuttavia, è inquietante come la sinistra politica non sia riuscita, proprio con l’evidenza della crisi, a “disinnescare” la minaccia di Berlusconi e abbia dovuto “accontentarsi” di una suo (non è ancora dato sapere se temporaneo o definitivo) allontanamento dalla politica per sentenza passata in giudicato.

In secondo luogo, perché offrono una comoda lettura della realtà, in base alla quale “uscire dalla crisi” sarà tutto sommato facile e indolore: quasi che bastasse, semplicemente, una ricetta economica alternativa, gli Eurobond o chissà cosa. Favola alla quale i lavoratori e le lavoratrici non prestano minimante credito, non fosse altro perché l’attuale generazione dei trentenni è già stata sacrificata sull’altare della crisi ed ecco perché è sempre meno entusiasta, e i risultati elettorali lo dimostrano, dei partiti tradizionali di sinistra.

Per concludere, non si vuole certamente affermare (e non è neanche l’intenzione di Bolaffi) che le politiche dell’Unione europea non possano essere cambiate o modificate. Si faccia riferimento, ad esempio, al lavoro, che sarà a breve presentato ufficialmente, di Andreas Fischer Lescano, giurista tra i più interessanti nell’attuale panorama tedesco e docente a Brema, tra le università più attive nelle letture critiche dell’attuale crisi economica. Lavoro che prova a definire un quadro minimo di diritti sociali attualmente minacciato dalle politiche intraprese dai governi europei.

Ma significa anche aver chiaro, da un lato quali sono le priorità in ambito nazionale, dall’altro quali possono essere le priorità “di classe” da mettere al centro di una discussione davvero continentale per quelle forze che dicono di voler rappresentare gli interessi, ad esempio, di lavoratori e studenti (ed è proprio in Germania che, anche grazie ad uno straordinario movimento degli anni passati, che le tasse universitarie, introdotte per la prima volta in alcuni Atenei, stanno scomparendo quasi ovunque, ripristinando il vecchio sistema della gratuità degli studi).

Ovviamente il testo di Bolaffi non si sottrae ad alcune critiche di merito. Dubbia è, ad esempio, la ricostruzione degli anni novanta e, in particolare, dell’azione delle forze progressiste, come pure quasi paradossale è la valutazione dell’operato “europeista” di Tony Blair (si veda pp. 85 e ss.), del quale, ad esempio, proprio in Germania nel recentissimo testo dello storico Edgar Wolfrum sull’esperienza di governo rosso verde (1998-2005), si è portati a sottolineare soprattutto i limiti.

Ma, in particolare, non si può condividere una tesi più volte ribadita da Bolaffi e presente già ne Il sogno tedesco, quella cioè di considerare, anche sulla scia dell’approccio storiografico di Heinrich August Winkler, la storia tedesca come un “lungo cammino verso Occidente”, dal quale solo alcuni autori e protagonisti della storia tedesca si sarebbero fatalmente (e drammaticamente) allontanati.

È un approccio che, ad esempio, “sceglie” Kelsen e rifiuta Schmitt, reo di non aver creduto e, anzi, boicottato la Repubblica di Weimar. A ben guardare è la classica impostazione liberale che punta a inquadrare alcuni fenomeni come semplici “parentesi”, come delle deviazioni, casuali, dalla linea originaria della storia. È la vecchia favola crociana degli Hyksos, con la quale si tentava di spiegare il fascismo in Italia, che sarebbe rappresentabile appunto come un’invasione di barbari in un sistema di per sé sano (quello liberale). Allo stesso modo in Germania per anni si è tentato di voler individuare nella storia tedesca una sorta di filo rosso che, fatalmente, portava da Bismarck a Hitler e individuava in una serie di autori gli antesignani del nazionalsocialismo, finendo così per bollare come un Ur-Nazi chiunque non avesse dimostrato piena fiducia nella democrazia liberale.

La posizione di Bolaffi, che nel ’93 bollava questo approccio come insensato e grottesco, è certamente più elegante ma, in ultima analisi, ad esso speculare: la storia tedesca sarebbe una sorta di affresco compatto, coerente, con alcuni grossi fori nel mezzo che costituirebbero appunto “anomalie” della storia tedesca, pericolose deviazioni dal cammino originario. Deviazioni nelle quali Bolaffi cita anche la stessa esperienza “asiatica” (per l’appunto in contrapposizione al modello occidentale della Repubblica federale) della DDR.

Su questo non possiamo condividere: non si può capire la Germania scegliendo di sacrificare figure che possono risultare “scomode” e che, invece, fanno parte a pieno titolo della sua storia. Ma soprattutto la Germania non guarda affatto a occidente: essa sta piuttosto nel mezzo dell’Europa, inquieta per l’assenza di confini certi che non definiscono né uno spazio preciso né una direzione di marcia. Nel cuore del continente, la Germania guarda, piuttosto, con inquietudine ma anche con coraggio, tanto a Ovest quanto ad Est: i testimoni migliori di questa “doppiezza” sono proprio il Novecento e l’Ottocento. Bisognerebbe tenerlo presente anche quando si parla di un fronte comune europeo contro la Germania.

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