Berlin gehört uns! A proposito del movimento operaio berlinese.

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Berlino non ha il fascino di tante altre città, non ne ha la bellezza e reca ancora tante cicatrici della storia recente. Passeggiando per la città, un viaggiatore attento non può non notare, però, che gran parte del secolo scorso ha avuto proprio in questa città il suo “palcoscenico”. Berlino non è una città antica, anzi: per come la conosciamo oggi ha origini molto recenti.

La storia della città è condensata negli ultimi due secoli. A inizio Ottocento a Berlino si contavano 172.000 abitanti, nel 1877 avevano superato il milione, a inizio Novecento erano poco meno di due. Nei primi anni venti del secolo, quando la città assunse – grazie all’approvazione di una legge che sancì la nascita della “grande Berlino” – la conformazione attuale, inglobando una serie di comuni autonomi (di cui ancora oggi resiste la traccia nei nomi dei quartieri principali della città), la popolazione di Berlino contava circa quattro milioni di abitanti.

roteberlinEcco perché la storia della città coincide, perlomeno sino all’avvento del nazionalsocialismo, con la storia del “suo” movimento operaio, dando così ragione ad August Bebel che poteva esclamare con orgoglio «Berlino ci appartiene» (il noi si riferisce ai lavoratori e le lavoratrici). Ed è per questo motivo che meritorio è il recentissimo lavoro di un giovane storico, Axel Weipert, Das Rote Berlin. Eine Geschichte der Berliner Arbeiterbewegung 1830-1934, uscito per la casa editrice Berliner Wissenschafts-Verlag, che prova ad analizzare la genesi e lo sviluppo della Arbeiterbewegung fino all’avvento del nazionalsocialismo.

Il libro ripercorre la nascita del movimento operaio berlinese – che, alle sue origini, è composto prevalentemente da artigiani che vedono nell’industrializzazione una perdita considerevole di autonomia e di prestigio sociale, come aveva già fatto notare Eric Hobsbawm – e sottolinea come le “masse” berlinesi siano sempre state vissute dai governanti come un problema. Una “feccia” che andava domata: del resto non è un caso che, anche dopo l’abdicazione del Kaiser nel ’19, l’Assemblea costituente non si riunì nella capitale (della quale si temeva l’ormai forte e consapevole movimento operaio, che avrebbe potuto esercitare pressioni molto forti sui “costituenti”) ma tenne i propri lavori nella tranquilla Weimar, che diede il nome alla prima democrazia tedesca.

L’aspetto più interessante del testo di Weipert è il tentativo (riuscito) di evitare di fare del concetto di Arbeiterbewegung una sorta di monolito compatto, ma di cogliere e di evidenziare le fasi di progressiva trasformazione del movimento, a partire dalla composizione sociale, dalle rivendicazioni e anche dalle diversità politiche che lo attraversano. In questo modo, il tema principale non è l’agiografica ricostruzione di un “protagonista” dell’Ottocento e del Novecento, il Movimento operaio che diviene una sorta di antagonista alla classe dirigente tedesca: un modo di procedere, questo, del tutto simile a quello proprio della storiografia liberale, che predilige la storia delle élite, dunque dell’altro polo di questa ipotetica contrapposizione, ma, in definitiva, a essa subalterno.

Al contrario, Weippert tenta piuttosto di evidenziare la “dinamica” del movimento e le lotte che di volta in volta ne segnarono il cammino. I protagonisti non sono i “capi” del movimento, ma proprio quel proletariato e sottoproletariato berlinese sui quali si scaricano gli effetti della trasformazione industriale della Germania. Dalla “rivoluzione delle patate” del 1847 al boicottaggio dei birrifici del 1894 sino alla rivolta per la carne nel quartiere di Wedding nell’ottobre del 1912 e agli scioperi sul finire della Grande guerra e alle barricate di Lichtenberg dopo lo sciopero generale del marzo 1920, le ultime a essere sgomberate solo dopo il massiccio intervento dell’esercito, Weipert riesce a descrivere con precisione il progressivo sviluppo del movimento, il ruolo che al suo interno svolsero e donne, nonostante fosse loro vietata sino al 1908 l’attività politica, la sua composizione sociale in costante trasformazione e i suoi obiettivi politici, rispetto ai quali ci fu sempre grande conflitto interno.

Per chi ha familiarità con Berlino, alcuni nomi non possono non essere familiari: tra le prime industrie, ad esempio, c’erano quelle realizzate nel 1839 da August Borsig (si costruivano macchine a vapore, successivamente locomotive) e resti di quel distretto sono ancora visibili alla penultima fermata della metro U6 (appunto Borsigwerke) e ospitano oggi uffici e società di servizi (come gli immancabili call center).

L’avvio dell’industrializzazione segnò ovviamente il destino della città: la popolazione era in continuo aumento e mancavano piani di uno sviluppo razionale, determinando così pessime condizioni sanitarie e igieniche soprattutto per la classe operaia.

Già nel 1844 nacque il primo “sindacato”, limitato agli artigiani, mentre l’anno dopo la Lega dei Giusti [Bund der Gerechten, dalla quale nel 1847 sarebbe nata la Lega dei Comunisti] fonda una propria sede cittadina. Nel ’48, anno centrale della storia tedesca e europea, nasce la Allgemeinen Deutschen Arbeiterverbrüdung, prima vera organizzazione dei lavoratori in senso stretto (p. 23). Nel 1863 Lasalle fonda il Allgemeinen Deutschen Arbeiterverein, nel 1869 su iniziativa di Wilhelm Liebknecht e August Babel nasce la Sozialdemokratischen Arbeiterpartei (le due organizzazioni si fonderanno qualche anno dopo a Gotha nella Sozialistische Arbeiterpartei Deutschlands). Ne fanno parte soprattutto stampatori e addetti alla fabbricazione di sigari: in questi anni, nonostante Berlino si appresti a diventare la capitale del Reich, la guida del movimento operaio tedesco è, per ora, collocata prevalentemente ad Amburgo e Lipsia.

E, tuttavia, nemmeno le leggi “antisocialiste“ (e la durissima repressione del procuratore cittadino Hermann Tessendorf, che dal Tribunale di Berlino ordinò gli arresti di centinaia fra capi e militanti del movimento) riuscirono ad arrestare la crescita del movimento operaio berlinese: nelle elezioni del 1881, dopo anni di attività clandestina, la Sozialistische Arbeiterpartei Deutschlands (che nel 1890 sarebbe diventata la SPD) ottenne oltre 30.000 voti, che quasi raddoppiarono nelle elezioni successive. Con amara rassegnazione, le classi dirigenti dovettero prendere atto che Berlino restava sempre quel “bubbone” pronto a esplodere: Berlin bliebe doch Berlin (p. 63).

Il libro ripercorre questa complicata presa di consapevolezza del movimento operaio, senza tacere sulle diversità di strategie e di analisi che sin dalla fine dell’Ottocento emergevano nel movimento cittadino che si apprestava a prendere la guida di quello nazionale. L’unica critica che si può muovere a Weipert è di aver privilegiato l’analisi dei conflitti politici tra partiti e “correnti” del movimento e di aver ridimensionato il ruolo della discussione e del confronto in seno al movimento sindacale e operaio propriamente detto.

Fu proprio a Berlino che si giocò la grande divisione nei mesi finali del Primo conflitto mondiale. Da un lato i socialisti, che nel 1915 avevano votato al Reichstag per i crediti di guerra (Liebknecht era stato espulso perché aveva votato contro ed è questa, ad avviso di Weipert, la ragione principale della divisione irreparabile nel movimento tedesco, p. 130) e il 9 novembre 1918 avevano dichiarato la Repubblica tedesca. Dall’altro, i comunisti, che invece puntavano a una repubblica socialista fondata sui “consigli” e sul modello sovietico, proclamata lo stesso giorno proprio da Karl Liebknecht.

Le ambizioni dei capi comunisti furono deluse nel dicembre del ’19 quando il Congresso dei consigli degli operai e dei soldati si pronunciò per un’Assemblea costituente: nel gennaio del 1920 l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht completò il processo di divisione in seno al movimento operaio. Divisione che, accentuandosi negli anni di Weimar anche grazie alla tesi del Socialfascismo, in base alla quale i socialisti furono considerati l’ala sinistra del fascismo, da combattere quindi con ogni mezzo: questa impostazione è, a detta di Weipert (del quale non si può certo dire che abbia simpatie per le scelte dell’ala socialista), all’origine della forza crescente, nella stessa Berlino, del movimento nazionalsocialista. Ma questo è il racconto di un altro libro.

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