A proposito del III Governo Merkel, la Linke e la sinistra in Europa.

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È cominciato oggi, ufficialmente, il cammino del III Governo Merkel, la Grande coalizione tra CDU, CSU e SPD (462 voti favorevoli su 621 votanti al Bundestag). Sono stati necessari quasi tre mesi per avviare le trattative tra i partiti dopo le elezioni di settembre (all’inizio CDU e CSU avevano avviato colloqui con i Grünen, poi naufragati), settimane passate in gruppi di lavoro per definire il programma di governo e, persino, il voto degli iscritti della SPD che ha “benedetto” l’accordo (circa il 76% dei votanti si è dichiarato favorevole alla nuova Grande coalizione).

Per inciso, la scelta del vertice della SPD di chiamare al voto i propri iscritti ha generato non poche polemiche, fino a metterne in dubbio la costituzionalità con un ricorso presentato dinnanzi al Tribunale costituzionale federale. La scelta di subordinare l’adesione della SPD al Koalitionsvertrag al voto degli iscritti metterebbe in discussione l’art. 38 comma 1 del Grundgesetz sulla libertà di mandato dei parlamentari, determinerebbe una limitazione delle funzioni del Parlamento e, addirittura, una diversificazione tra i cittadini, alcuni dei quali, grazie al loro status di appartenenti alla SPD, godrebbero, in estrema sintesi, di un potere non concesso agli altri cittadini.

La questione è stata ritenuta irricevibile dal Bundesverfassungsgericht per tre ragioni: il Tribunale può valutare solo atti che provengono da pubblici poteri (un “patto” tra partiti non rappresenta, al contrario, un caso simile), i partiti sono soggetti ai quali il Grundgesetz riconosce un ruolo costituzionale decisivo ed essi articolano la propria vita interna tramite gli organi di cui si dotano in piena autonomia ed i gruppi parlamentari: in nessun modo questa dialettica interna lede l’articolo 38 e le facoltà del singolo parlamentare (qui, forse, il Tribunale costituzionale federale pecca di ottimismo).

Tuttavia, oltre a questioni giuridiche, la costituzionalità del referendum è stata anche al centro di un vivace battibecco televisivo tra Sigmar Gabriel e Marietta Slomka, una delle principali giornaliste della ZDF (battibecco che palesa anche l’interesse che il voto degli iscritti ha destato in tutto il paese).

Il tema, in realtà, chiama in causa il complicato rapporto tra la democrazia parlamentare, così come modernamente è stata definita, e il ruolo e la presenza stessa dei partiti: è, dunque, questione che interroga la natura più profonda della democrazia rappresentativa: come si concilia l’idea di un parlamentare che rappresenta esclusivamente la “Nazione” e la sua appartenenza a un partito che, per l’appunto, è espressione di un interesse particolare? Questa natura “contraddittoria” può essere, di conseguenza, al massimo evidenziata dal referendum tra gli iscritti della SPD ma non ne rappresenta in alcun modo una manifestazione specifica o “incostituzionale” (perlomeno non più di altre).

Angela Merkel e Sigmar Gabriel hanno siglato un patto che per il momento accontenta tutti, anche se i principali giornali hanno sottolineato che il leader della SPD, vice cancelliere e ministro dell’Economia, ha probabilmente “vinto” questa prima fase della partita. Con alcuni ministeri chiave, Gabriel tenterà di evidenziare l’attitudine del proprio governo a saper governare e a non sacrificare le richieste di maggiore giustizia sociale contenute nel programma elettorale. In questo modo, Gabriel conta di evitare una nuova pesante sconfitta (nel 2009, dopo la prima Grande coalizione a guida Merkel, la SPD ottenne il suo peggior risultato di sempre) e di essere il candidato cancelliere del proprio partito nel 2017.

I Conservatori, dal canto loro, possono puntare sulla continuità in Europa del duo Merkel-Schäuble, che dovrebbe riuscire a tranquillizzare gli elettori e a evitare fughe verso partiti euroscettici. Per la prima volta una donna occupa il Ministero della Difesa ed è anche possibile che sia proprio Ursula von der Leyen a raccogliere l’eredità della Merkel quale candidata Cancelliere.

L’opposizione al governo di Grande coalizione è affidata alla Linke e ai Grünen. Questi ultimi, in realtà, sono in mezzo a un guado (la coalizione con i conservatori in Assia è ben più di un “esperimento” locale, visto che proprio in quella regione cominciò negli anni ottanta la collaborazione con la SPD che li avrebbe portati poi, nel 1998, al governo) ed è lecito attendersi una sorta di armistizio con il governo: più che di opposizione, è più che probabile che i Grünen declineranno la propria azione parlamentare come “costante pungolo”, soprattutto sui temi dell’ambiente e del ricambio energetico.

La Linke, grazie al regolamento parlamentare al suo status di “prima forza di opposizione”, potrà disporre del diritto di intervenire subito dopo il Governo. Non è poco, se si pensa che in alcuni casi, i parlamentari della Linke potrebbero contestare immediatamente le comunicazioni del Governo fatte dalla stessa Cancelliera. E sono tanti i temi sui quali la Linke può provare a declinare la propria alternativa: il lavoro, la formazione, l’università. E, ovviamente, le questioni legate al futuro dell’Europa e della sua natura.

Ma, come più volte è stato detto, la rigidità del sistema politico tedesco può essere rovesciata solo a partire da un dialogo serio con la SPD: tra quattro anni, se si vorrà perseguire un cambio di rotta, sarà necessario costruire un’alleanza che si presenti agli elettori e ne conquisti la fiducia. La Linke sta facendo proprio in questi giorni, un ottimo lavoro di inchiesta e mobilitazione sugli effetti più nefasti di alcune norme della previdenza sociale (riformate nel famoso pacchetto di Schröder Agenda 2010). Continuare su questa strada e intensificare, soprattutto a livello territoriale, momenti di discussione tra le organizzazioni (che stanno attraversando un forte ricambio generazionale) può essere la strada giusta. Al contrario, illudersi di fare “cassa” puntando su un’emorragia di voti dalla SPD è demenziale oltre che dannoso.

E, forse, varrebbe la pena utilizzare parole più adeguate alla complessità della fase che stiamo attraversando. L’idea di una “coalizione contro le politiche di austerità”, per quanto molto semplice da impostare, si rivela alla prova dei fatti priva di una piattaforma di rivendicazioni comuni, quanto di un progetto europeo per i prossimi anni. Soprattutto, si rivela incapace di definire un fronte sociale comune comunitario. Meglio sarebbe, al contrario, legare tutti gli sforzi e le mobilitazioni per un nuovo patto sociale europeo, che metta al centro il lavoro, il sapere e i diritti dei cittadini dell’UE. E che metta regole certe nel mondo della finanza. Se la risposta è che tutto questo non si può fare proprio perché “c’è l’austerità”, si rischia di confondere la causa con l’effetto: ovvero di non riuscire a inchiodare le attuali classi dirigenti nazionali ai propri errori e di voler illudere gli elettori che basterà mettere fine “all’austerità”, per uscire da questa crisi. Non è così: il tunnel, purtroppo, è ancora lungo e al di là dei facili slogan (tipo: “la crisi non la paghiamo”, disobbediamo ai trattati,…) servirà un movimento sociale consistente per lasciare alle generazioni che verranno un’Europa fondata sulla libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale.

Continua…

…Spero…

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