Una valutazione del Koalitionsvertrag. Ultima puntata.

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Che giudizio dare al Koalitionsvertrag presentato mercoledì 27 novembre? La politica tedesca è, ovviamente, divisa. I due partiti conservatori, la CDU e la CSU, elogiano il risultato raggiunto; piovono critiche, anche molto consistenti, dalla FDP e da Alternativ für Deutschland. La SPD organizza un referendum tra gli iscritti ma la dirigenza si dice, ovviamente, soddisfatta del compromesso. La Linke boccia interamente l’accordo. Sulla Junge Welt di venerdì, Oskar Lafontaine ha ulteriormente precisato le critiche mosse al patto: socialmente iniquo, responsabile di un ulteriore spostamento di ricchezza verso la fascia di popolazione più ricca (a danno di quella più povera), colpevole di ulteriore dumping nei confronti degli altri paesi europei. Per quanto paradossale possa sembrare (e varrebbe la pena rifletterci) critiche simili sono avanzate anche dall’Economist.

Ovviamente ogni giudizio deve tener conto di alcuni dati di fatto. Il primo, quello più importante: il nome di “patto” dato all’esito di queste trattative, seppur corretto (si tratta di un accordo politico tra i tre partiti) può ingannare, laddove si pensi ad una vera “contrattazione libera” tra le parti. Non bisogna mai dimenticare, invece, che, sin dall’inizio, a definire i rapporti tra i contraenti è stato l’esito del voto dello scorso settembre e, cioè, la libera determinazione dei cittadini tedeschi. O, con altri termini, la palese vittoria delle forze conservatrici. Il sistema proporzionale non fa altro che definire il sostegno dei cittadini alle proposte politiche messe in campo dai partiti: lo scorso settembre i cittadini hanno premiato, senza dubbio alcuno, Angela Merkel.

Questo dato, apparentemente scontato, non può essere trascurato nella valutazione del Koalitionsvertrag. Si può trattare su ogni cosa, si può discutere su ogni argomento e si può definire ogni genere di compromesso ma non si può mettere da parte il giudizio degli elettori. Ecco perché le critiche che sono piovute sul patto (e in particolare sulla SPD) sono ingiuste. Perché, pur essendo lecite le valutazioni sull’esito dei colloqui tra socialdemocratici e conservatori, non si deve mai dimenticare che non si tratta di un patto tra “uguali” contraenti, perché a “pesare”, sin dall’inizio, è il voto degli elettori. Non è solo una trattativa ma, cosa ben più complessa, un tentativo di formalizzare, in un programma di governo coerente, il quadro venuto fuori dalle urne: ecco perché il patto è l’esito certamente di lunghe trattative, ma soprattutto del responso delle urne.

Vale la pena ribadirlo: alla logica del patto, ci si può sottrarre solo chiedendo nuove elezioni che, si spera, producano un quadro più chiaro e più omogeneo. Ma una proposta simile, nel contesto attuale, significherebbe quasi certamente la scomparsa o la totale marginalizzazione delle forze progressiste.

E veniamo a un altro aspetto: il merito del patto può lasciare insoddisfatti. Indubbiamente. E, tuttavia, non è peregrina la domanda posta dalla TAZ all’indomani della firma: siamo davvero così sicuri che un governo “di sinistra” avrebbe potuto fare molto di più in un contesto simile? Non si tratta di dettagli, ma della natura complessiva del patto. Prendiamo ad esempio il salario minimo: secondo qualcuno, la soluzione individuata è eccessivamente lenta (il salario minimo diverrà operativo in tutto il territorio federale e senza possibilità di deroghe dal 1 gennaio 2017). Tuttavia, oltre a tener presente il giudizio favorevole dei sindacati, va registrata la vittoria ottenuta tramite l’introduzione legislativa del salario minimo (il principio, dunque, è stato accolto). In secondo luogo un’introduzione immediata avrebbe creato non pochi problemi per una serie di piccole imprese, che difficilmente avrebbero retto un aumento salariale, in alcuni casi di oltre due euro l’ora in più.

Allo stesso modo, sul piano europeo, non è chiaro in cosa si sostanzierebbe una proposta alternativa (premiata dall’elettorato tedesco): del resto, come spesso è avvenuto in questi anni, un responso importante arriverà dal Tribunale costituzionale federale a proposito del “meccanismo” ideati da Mario Draghi un anni fa. Su questo punto la sinistra tedesca non può abbandonarsi a una vuota declinazione della “solidarietà”, perché l’esito sarebbe, paradossalmente, quello di dividere ancora di più i lavoratori e le lavoratrici del continente.

Ovviamente si può dissentire da questi argomenti, ipotizzando che sarà proprio la Grande coalizione a indebolire la socialdemocrazia. È questo un ragionamento molto pericoloso, perché rischia di definire e di caratterizzare la strategia di opposizione della Linke per i prossimi quattro anni. E, cioè, in un confronto tutto “muscolare”, basato su una suicida concorrenza a sinistra: questa strategia se elettoralmente non paga (a meno che non si voglia considerare un risultato qualche punto percentuale in più) rischia di lasciar sprofondare ogni ipotesi di discussione tra i due partiti con l’esito scontato di favorire o una vittoria definitiva della CDU (magari alleata nuovamente con la FDP) o una nuova grande coalizione.

L’opposizione a questo governo è certamente possibile e doverosa: la classe dirigente della Linke deve però proseguire il percorso avviato lo scorso anno e sfruttare in modo intelligente il proprio ruolo di primo partito d’opposizione, evitando la strada, facile ma disastrosa, di ridurre la propria azione in una concorrenza con la SPD. Alla dirigenza della socialdemocrazia spetta, invece, provare a tenere in considerazione questi stimoli e a incoraggiare un incontro con queste istanze e con chi le rappresenta. Ma, vale la pena ripeterlo, il quadro politico tedesco può ipotizzare un’uscita a sinistra solo a partire da un accordo tra tutte le forze progressiste. L’alternativa è rassegnarsi a fare “i telecronisti” delle partite altrui.

Fine

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