Reazioni al Koalitionsvertrag. Terza parte.

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Dunque il patto è firmato: proprio ieri, nell’edificio del Reichstag, Angela Merkel (CDU), Sigmar Gabriel (SPD) e Horst Seehofer (CSU) hanno inscenato per i fotografi la conclusione delle trattative e la definizione dell’accordo, siglando il Koalitionsvertrag. Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) nei prossimi giorni la SPD avvierà il referendum tra gli iscritti e l’esito dovrebbe essere comunicato il 14 dicembre. Contrariamente alle voci sin qui circolate, la CDU non seguirà l’esempio della SPD e terrà un congresso il 9 dicembre: in quella sede dovrebbe essere ratificato l’accordo. Se non ci saranno intoppi, il nuovo governo si insedierà il 17 dicembre.

kvPer inciso va ricordato che non sono poche le voci contro la prevista consultazione degli iscritti: sia in ambito conservatore, che in quello progressista sono in molti a considerarla uno strumento sbagliato. La Berliner Morgenpost riposta alcune di questi voci: alcune di esse muovono da un punto di vista puramente teorico (la SPD ha eletto dei parlamentari che dovranno sostenere o meno il governo, l’idea che solo gli iscritti possano decidere se dare o meno questa fiducia limiterebbe il pieno mandato dei parlamentari: l’obiezione è corretta ma è interamente dentro il rapporto tra democrazia parlamentare e ruolo dei partiti politici). Altri, preferiscono sottolineare gli effetti di una eventuale bocciatura: dimissioni immediate della dirigenza della SPD e nuove elezioni. Il costo sarebbe così “salato” che non sia immaginabile una piena “libertà” di questa consultazione.

Per il resto non sono da sottovalutare i tanti “mal di pancia” nella base socialdemocratica sul merito dell’accordo: ne danno conto lo stesso Borgomastro di Berlino, Klaus Wowereit, e il capo dell’organizzazione giovanile della SPD di Berlino, Kevin Kühnert. In particolare c’è delusione per le questioni europee (su questo blog se ne è parlato qui), per un risultato desolante sulle politiche sociali e per nessun tipo di intervento istituzionale per aumentare la partecipazione dei cittadini (il cosiddetto Volksentscheid, presente negli statuti regionali ma non nel Grundgesetz federale).

Restano ancora da chiarire alcuni aspetti del programma, rimasti per il momento volutamente ambigui, ad esempio sulle tasse e sul contributo che dovrebbe essere pagato da chi possiede un’automobile non immatricolata in Germania (in quest’ultimo caso la questione impazza sui giornali e ancora non è chiaro chi, tra i contendenti, possa cantare vittoria). Con grande realismo Angela Merkel ha dichiarato che il futuro non si può prevedere e, al massimo, possono essere fatte delle prognosi: la Kanzlerin sa bene che, per quanto importante sia aver definito il Koalitionsvertrag, la politica sia un gioco nel quale solo alla fine possono essere tirate le somme. Come pure altrettanto non definita è la composizione del nuovo governo: secondo la FAZ, la SPD punterebbe al Ministero degli esteri (che qualcuno attribuisce, però, al grande vecchio Wolfgang Schäuble), al Ministero dell’economia, della Giustizia e dello Sviluppo. La Süddeutsche Zeitung riporta che, per richiesta della SPD, i nomi dei ministri saranno comunicati solo dopo il referendum interno al partito, al fine di evitare una discussione tutta incentrata sulle persone (e sulle poltrone) anziché sul merito.

Come hanno reagito gli altri partiti all’accordo? Durissima la Linke, che in una conferenza stampa ha parlato di un accordo pietoso, che aumenta le differenze sociali nel paese. Si contesta, in particolare: l’attivazione tardiva del Salario minimo, la mancanza di interventi per rendere più equo il sistema fiscale, l’assenza di interventi istituzionali per garantire maggiore partecipazione dei cittadini (il citato Volksentscheid), come pure inesistenti sono gli interventi per la piena uguaglianza delle coppie omossessuali. Infine sono considerate inadeguate le misure per calmierare il prezzo degli affitti e per l’istruzione e la formazione.

Di un’assenza di visione parlano i Grünen: il partito sottolinea soprattutto la mancanza di una vera strategia di modifica delle politiche ambientali, ricordando come restino inalterate le sovvenzioni per il carbone e non ci siano interventi per calmierare il costo dell’energia. I toni sembrano meno pesanti di quelli utilizzati dalla Linke (del resto i Grünen preparano una coalizione con la CDU in Hessen), ma il giudizio è comunque chiaramente negativo. Manca, invece, un giudizio articolato dei Pirati, ma dal 30 novembre si terrà il congresso federale e sarà una buona occasione per un’analisi delle elezioni e per capire come si muoverà il partito nei prossimi quattro anni di (probabile) Grande coalizione. Da segnalare, infine, l’intervista odierna sul sito della Wirtschafts Woche a Bernd Lucke, il segretario di Alternativ für Deutschland. Durissimo è il suo giudizio sul salario minimo e sul Patto di coalizione, ma l’intervista entra anche nel merito della natura del partito che per pochissimi voti non è entrato in Parlamento: rilevante è l’affermazione di Lucke con la quale esclude qualsiasi forma di cooperazione con Le Pen in Francia e, più in generale, con partiti populistici.

Interessanti sono anche le reazioni della stampa tedesca. La FAZ sottolinea il carattere (eccessivamente) di compromesso del patto (titolo eloquente: La grande poltiglia). Ma nella pagina economica accusa, invece, i partiti di non dire tutta la verità sui costi del patto. Morbido il giudizio sul salario minimo: se ne sottolinea soprattutto la ragionevolezza con cui lo strumento è stato pensato, che per la FAZ significa aver evitato di intervenire negli accordi già conclusi e aver definito un’introduzione graduale del salario minimo fino alla sua completa applicazione, nel 2017.

Più equilibrato il giudizio della Süddeutsche Zeitung che sembra sottolineare maggiormente i punti di forza dell’accordo. Tuttavia, come per la FAZ, anche la Süddeutsche ricorda come gli impegni assunti abbiano un costo non indifferente (e probabilmente più elevato di quanto sino ad ora annunciato). Bella l’idea dell’Handelsblatt di verificare l’accordo punto per punto, chiedendosi chi, di volta in volta, abbia dovuto ingoiare il rospo.

La TAZ da, nel suo editoriale di oggi, un parere sostanzialmente positivo (il bicchiere è mezzo pieno): il quotidiano progressista sottolinea come i sindacati abbiano verso questa Grande coalizione un atteggiamento molto diverso dalla decisa opposizione mostrata dinnanzi a quella del 2005 e si chiede se un governo interamente “di sinistra” avrebbe potuto ottenere molto di più, tenuto conto della congiuntura internazionale ed economica. Nello speciale interno, nel quale si ricostruiscono i punti essenziali del patto, la TAZ si occupa della questione riguardante la doppia cittadinanza che era stata uno dei punti rilevanti del programma elettorale della SPD (e persino dello stesso Congresso di Leipzig di qualche settimana fa). Nell’articolo, con i commenti dettagliati del capo della Comunità turca in Germania (membro della SPD) Kenan Kolat, il compromesso raggiunto è valutato negativamente: certamente ci sono buone notizie per chi è nato dopo il 1990 (che non è più obbligato a scegliere entro il ventitreesimo anno di età quale passaporto scegliere, se quello tedesco o quello dei genitori). Tuttavia restano aperte e non tutelate le posizioni di tutti coloro che sono nati primi del 1990: in tal senso la delusione nella comunità turca è molto forte e lo stesso Kolat annuncia che voterà contro l’accordo.

Aggiornamento del 30.11.2013: il giudizio, sostanzialmente positivo, del DGB.

Fine terza parte

Continua…

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