Ancora sul Koalitionsvertrag: la Germania e l’Europa.

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Dopo una campagna elettorale dominata dalla “questione europea”, lo spazio che il Koalitionsvertrag dedica all’Europa è davvero residuale: un solo paragrafo, il sesto, e appena undici pagine (pp. 156-167). Domina la retorica della SPD, ma ne esce chiaramente vincitore il lucido pragmatismo della Kanzlerin.

In effetti, nel testo si fa più volte riferimento alla parola “responsabilità” (Verantwortung) che è stata più volte citata da Martin Schulz nel suo discorso, applauditissimo, al congresso di Lipsia della SPD. Sono i Socialdemocratici a utilizzare questa parola: per la verità più come effetto retorico che come autentico fulcro di un programma politico. Responsabilità, ovvero: no all’egoismo, no ad una chiusura nei confronti degli altri Stati europei, si alla solidarietà. E non è un caso che l’elettorato tedesco non abbia apprezzato questa fumosa formulazione, dietro la quale ha visto – anche grazie a mirati attacchi dei conservatori e di buona parte della stampa – una sorta di “socializzazione delle perdite e dei debiti” (altrui).

CDU e CSU hanno accettato questa impostazione di principio (In questo contesto il nostro paese, come membro fondatore dell’Unione europea e partner stabile, deve assumere un ruolo responsabile […] Noi sopporteremo tutti gli sforzi per superare la crisi in Europa e per creare un nuovo inizio per un’Europa più forte politicamente ed economicamente e più giusta socialmente , p. 156) ma hanno imposto la propria visione di fondo.

Oltre alle dichiarazioni per una maggiore trasparenza e democraticità delle istituzioni comunitarie (e l’impegno per definire l’introduzione di un unico sistema elettorale del Parlamento europeo, p. 156), alla necessità (già evidenziata nel programma dei conservatori) di una maggiore valorizzazione del tedesco quale lingua ufficiale dell’UE (p. 157), la linea del governo tedesco sul fronte europeo non dovrebbe conoscere grandi novità.

L’analisi della crisi europea resta immutata: eccessivo indebitamento di alcuni Stati dell’UE, deficit di competitività, diseguaglianze economiche ed errori e lacune nel processo di costruzione dell’Unione (p. 157). Riaffermata la volontà di restare nell’Euro e di rafforzare la moneta comune, il programma (pp.158-159) insiste sulla necessità di riforme nei paesi dell’Unione per aumentarne la competitività e per ridurne il debito. Si fa un timido riferimento a un programma di investimenti per il futuro e la crescita e a interventi mirati della Banca Europea degli investimenti per le infrastrutture e le imprese, formulazione con la quale è stata temprata la proposta di un nuovo Piano Marshall sponsorizzata dalla SPD.

A pagina 159 la continuità con quanto fatto sino a oggi è lampante: Il principio che ogni Stato membro garantisca per i propri impegni, deve essere preservato. Ogni forma di socializzazione dei debiti sovrani metterebbe a rischio i necessari interventi delle politiche nazionali (e, detto tra parentesi, qui non si può non essere d’accordo…). Del resto che esistano comunque spazi per gli interventi nazionali, il programma lo ripete poco più avanti (concordare riforme con l’Europa ma che siano democraticamente legittimate al fine di aumentare la competitività, rafforzare la solidità finanziaria, puntare a una crescita sostenibile e a far crescere l’occupazione).

Sono degni di menzione la lotta alla disoccupazione giovanile, tenendo presente la necessità di salvaguardare il dialogo tra le parti sociali e, in particolare, il ruolo attivo dei sindacati, dei consigli di azienda e del valore della Codecisione (anche se in questo caso, l’esportazione del “sistema tedesco” appare davvero una sfida di lungo periodo e che, allo stato attuale, non sembra interessare, ad esempio, la classe dirigente italiana). In questa stessa direzione, di particolare rilievo è l’impegno (anche se non declinato chiaramente, p. 164) ad assicurare la piena efficacia dei diritti riportati della Carta dei diritti fondamentali dell’UE verso le Libertà del mercato fondative della comunità europea. Poco più di una formulazione di principio (quindi aperta sia a diventare un elemento interessante conflitto politico sia a restare lettera morta) è il riferimento (p. 164) alla necessità di attribuire allo Stato gli interventi per i bisogni fondamentali dei cittadini (ad esempio quelli relative alle forniture idriche).

Infine, vanno segnalati il riferimento all’Europa come forza di “pace” (in particolare verso i suoi vicini più prossimi, come la ex Jugoslavia e il Medio Oriente) e quello a una più stretta collaborazione con la Turchia (e una verifica puntuale dei requisiti per un ingresso nell’UE, che non può mai essere il frutto di un mero automatismo, p. 165).

Fine seconda parte

Continua…

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