Keiner ist gemeiner als der Friedrichshainer!

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Provate a dire a uno di Friedrichshain, un Friedrichschainer che abita a Kreuzberg: vi guarderà malissimo. Eppure i due quartieri che prima il muro tagliava lungo la Sprea fino al capolinea della U1, lasciando la stazione di Warschauer Strasse al socialismo reale e quella di Schlesisches Tor all’occidente libero, con l’Oberbaumbrücke nella terra di nessuno, sono da oltre 10 anni uniti nello stesso Bezirk.

Tuttavia, ieri sera, nel corso della presentazione del libro Kleine Friedrichshain-Geshichte (a cura di Martin Düspohl, Berlin Story Verlag) non sono mancate le battute: “purtroppo” il Bezirk è Freidrichshain-Kreuzberg; con tono mesto, quasi addolorato: Abbiamo anche lo stesso museo (ndr. il museo FHXB). È l’ancestrale lotta tra rioni, casate, quartieri. Funziona anche a Berlino, dove per anni gli abitanti dei due quartieri se le sono date di santa ragione proprio sul Oberbaumbrücke, tentando di ricacciarsi reciprocamente a botte di acqua e frutta marcia nella rispettiva sponda della Sprea. Così quelli di Friedrichshain avanzano verso Schlesisches Tor, quelli di Kreuzberg verso Warschauer Strasse. È la Wasser- und Gemüseschlacht, che si tiene (quasi) tutti gli anni.

E ieri sera la saletta della libreria lesen und lesen lassen era affollatissima, per presentare proprio questo libretto (quello dedicato alla storia di Kreuzberg è uscito, invece, già da qualche anno). Il quartiere, che deve il suo nome a Federico II di Prussia, al quale venne dedicato nel 100 anniversario della sua salita al Trono un parco, è un concentrato di storia, di quelle che meritano di essere raccontate. Quartiere da sempre povero, è noto per le sue barricate nel 1848 (all’altezza di Strausberger Platz) come pure per essere uno dei quartieri più “rossi” sino all’avvento del nazismo (nel ’33 il Partito Comunista, la KPD, raccoglieva il 43,3% dei voti, seguito dalla SPD al 23,9). E qui fu ucciso Horst Wessel, un giovane studente nazionalsocialista, e il Bezirk per qualche anno (1938-1945) fu a lui intitolato. Ed è sempre a Friedrichshain che si registrano anche importanti centri dell’opposizione al regime della SED, in particolare negli ultimi anni della DDR.

Friedrichshain può essere divisa in quattro parti ed è una divisione che risale agli inizi del XIX secolo: percorrendo l’Oberbaumbrücke si entra per così dire da sud nel quartiere. Si accede così alla prima grande strada che taglia il quartiere, la Warschauer Strasse, fino a Frankfurter Tor. Lì, a destra comincia la Frankfurter Allee e a sinistra la Karl Marx Allee. Salendo, invece, lungo la Petersburger strasse si completa la divisione.

Abbiamo così una sorta di croce e di quattro “porzioni” che costituiscono il quartiere. In quella sud-est, dove oggi sorge la vivissima Boxhagener Platz, c’era il più antico insediamento del quartiere. Un po’ più un basso, verso la fine della Stralauer Allee, dove oggi gli operatori di call center rispondono alle domande più inutili provenienti da mezzo mondo, c’era una volta un’isoletta nella Sprea, anch’essa sede di un piccolo borgo (Stralow) di pescatori.

È questo il fascino più intenso di Berlino che riesce come poche altre città al mondo a essere una metropoli del III millennio e a non perdere la sua vita di quartiere, di rione. Ha ragione Angelo Bolaffi a segnalarlo nel suo ultimo libro: quello che di bello ha Berlino, è il suo mutare, il suo essere sempre in trasformazione. Ma è soprattutto un cambiamento poco “tedesco” e più “meridionale”, fatto con calma, tranquillità, quasi con l’adagio che Franco Cassano usava per definire la differenza specifica proprio del Sud Italia: modernizzare stanca. Berlino non risponde all’idea, allo stereotipo che ci si fa della Germania: non è bella (in alcuni casi è orrenda), non è precisa (se pensiamo ai ritardi nelle opere pubbliche, si rabbrividisce), non è per niente ordinata.

Eppure, in questo non adeguarsi all’ordine del resto del paese, c’è una sottile forma di resistenza. Berlino tenta la rivolta contro chi vuole ridurla a un’immagine “troppo” tedesca: non è che i Berlinesi siano ritardatari, è che provano a definire un’altra idea di tempo, non sono disordinati, provano a inventarsi un’altra idea dello spazio. La città non è brutta: è oltre ogni ideale classico di bellezza. Pienamente oltre la modernità tradizionale.

Funziona? Ovviamente no, è un trucco, che cede dinanzi alle trasformazioni che intervengono su questa città, a volte ferendola. Trasformazioni imposte dal mercato che sa essere paziente e attendere. Ma è un trucco a suo modo piacevole, confortante: in mancanza di buone idee, è una calda coperta di Linus. E nei gelidi inverni berlinesi, può servire. Esattamente come la presentazione di un libro che, in perfetto stile berlinese, è sempre allietata da vino, più o meno buono, e da Kartoffelsalat e Würstel.

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