A proposito del Mindestlohn.

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Il tema è spinoso: un salario minimo (Mindestlohn), uguale per tutto il paese, fissato per legge. Se ne sta parlando nei colloqui tra SPD e CDU-CSU per la definizione del governo: l’accordo non è lontano. L’Union di CDU-CSU aveva avanzato in campagna elettorale la proposta di introdurre per legge l’obbligo delle parti sociali di definire il salario minimo per ogni professione. La SPD, invece, chiedeva che l’intervento legislativo definisse come soglia limite 8,50 Euro l’ora; sulla stessa impostazione Linke, Grünen e Pirati che chiedevano, però, un salario minimo più cospicuo e una sua rivalutazione annua.

Un accordo, come detto, sembra possibile, anche perché per la SPD è uno dei punti per qualificare la propria presenza nel futuro governo ed evitare una rottura con la propria base: il salario minimo è diventato, quindi, una sorta di vessillo socialdemocratico nei colloqui di coalizione, che l’Union sembra essere intenzionata ad accettare.

Non stupisce, quindi, che da qualche settimana sia partita una consistente campagna stampa contro la proposta di introdurre il salario minimo. Già nei giorni successivi all’accordo tra parti sociali per il lavoro interinale, la Frankfurter Allgmeine Zeitung, che nell’accordo vede (non a torto) un’anticipazione del salario minimo, sottolineava i rischi potenziali per l’occupazione: se si aumentano i salari, le imprese non riescono a restare sul mercato e, in definitiva, si perdono posti di lavoro. In effetti, il ritornello non è originale ma è vecchio quasi quanto il movimento operaio.

In effetti, l’accordo di settembre tra parti sociali ha il merito di introdurre aumenti significativi, per quanto ben diluiti nel corso dei prossimi anni. Entro il 2016, quindi, la differenza salariale tra Est e Ovest dovrebbe essere superata e, nel lavoro interinale, si raggiungerà il salario minimo orario di 8,50 euro (il dato è rilevante soprattutto per i Länder dell’Est).

L’importante settimanale WirtschaftsWoche (WiWo) ha, poi, dedicato un interessante articolo, nel numero 43, alla questione Mindestlohn. L’articolo arriva a ipotizzare, per quanto si tratti di una semplice proiezione, che l’introduzione del salario minimo potrebbe costare tra i 140.000 e i 1,2 milioni di posti di lavoro (Achtung, 8,50!, in WirtschaftsWoche, n. 43 p. 35): i toni sono quindi più che allarmistici ma sembrano non essere rivolti tanto contro la proposta del salario minimo in sé quanto piuttosto puntano, nella più classica delle trattive, ad “alzare la posta”. La questione è tutta politica: la SPD con l’introduzione del salario minimo otterrà già tanto, le sue ulteriori pretese (ad esempio sulle tasse) devono essere necessariamente moderate.

L’impressione, quindi, è che questa levata di scudi della stampa conservatrice economica faccia parte della lunga trattativa in corso per la definizione dell’agenda del prossimo governo: i colloqui tra CDU-CSU e SPD sono costantemente esposti a interventi della stampa e del mondo economico e il duro attacco al salario minimo serve a contribuire alla sua radicalizzazione perché poi alla SPD restino ben poche possibilità di vedersi approvate altre rivendicazioni contenute nel programma elettorale. La “partita” in corso, quindi, serve innanzitutto a definire ulteriormente, dopo il voto elettorale, i rapporti di forza in campo e a chiarire come l’establishment economico tedesco si aspetti che la Grande coalizione dovrà n ben diluire le proposte socialdemocratiche all’interno di un’azione di governo che non si distacchi troppo dalle politiche sin qui assunte.

Proviamo, però, a entrare brevemente nel merito della questione, per capire quanto questa battaglia sia effettivamente importante. Qualche numero può essere utile per capire la questione. Secondo i dati utilizzati nell’articolo citato dalla WiWO (tratti dall’Institut Arbeit und Qualification), i lavoratori che percepiscono meno di 8,50 euro l’ora sono 20,5 milioni, così divisi: 1,4 sotto i cinque euro l’ora, 2,5 sotto i sei, 5,7 sotto gli otto e 6,8 sotto la soglia di 8,5 euro l’ora.

Se proviamo ad affrontare il problema nel merito, infatti, le cose non sono così allarmanti come la FAZ o il settimanale Wirtschafts Woche vogliono far credere ma, soprattutto, il problema della retribuzione, soprattutto in alcuni settori dei servizi (ad esempio i call center, la distribuzione dei quotidiani, etc.) esiste realmente.

Innanzitutto, scorrendo i dati dell’Institut Arbeit und Qualification (che si riferiscono al 2011), la media salariale oraria è di 9,14 euro (leggermente più alta se escludiamo i titolari di un contratto di Nebenjob). Rilevante è, però, il divario tra Est (media di 7,11 euro l’ora) e Ovest (9,55). Interessante, poi, è l’incidenza che il rischio di bassi salari si registra molto più per le donne, siano qualificate o meno, che per gli uomini e, nel dato reale, sempre maggiore è la percentuale di donne rispetto agli uomini anche nella distribuzione per soglie salariali: sotto in cinque euro l’ora, ad esempio, la percentuale di donne è del 6,8%, quella degli uomini del 4,1, sotto i sei del 10,8 per le donne e del 6,7 per gli uomini.

In definitiva, è lo stesso rapporto citato a sottolinearlo, un salario minimo imposto per legge potrebbe intervenire in una babele di contratti di categorie e di gruppi professionali, riportando ordine e fissando regole valide per tutti. Inoltre, vista l’incidenza dei Minijobs sulla dinamica salariale, anche questo istituto andrebbe rivisto o addirittura eliminato.

Dunque, gli stessi dati utilizzati dalla WiWo, sembrano confermare che la partita in corso contro il Mindestlohn sia tutta politica e che serva a “alzare la posta” nelle trattative per il nuovo governo.

Tuttavia, se si esce dal dibattito contingentato della campagna elettorale, si deve ammettere che un salario minimo generalizzato non è sempre la soluzione più adeguata, anche tenendo presente alcuni contesti dove una sua introduzione immediata potrebbe effettivamente provocare qualche problema occupazionale.

La scelta di intervenire per migliorare condizioni lavorative al minimo della dignità è senz’altro meritevole e indispensabile: nei call center, ad esempio, l’assenza di un contratto di categoria ha provocato più di un problema e retribuzioni inaccettabili (per di più aggravate da “sistemi di controllo qualità premianti”, i cosiddetti bonus).

E, tuttavia, una certa idea della contrattazione e delle relazioni industriale induce a credere che un intervento così marcato del legislatore non costituisca, in definitiva, una vittoria per i lavoratori. Meglio sarebbe imporre l’obbligo per le parti sociali di determinare in sede di contrattazione il minimo salariale e di evitare una soluzione tutta “politica” che, in ultima analisi, svuota profondamente il senso stessa della rappresentanza. La dinamica salariale, infatti, non è l’unico fattore che entra in gioco nella contrattazione sindacale (e noi italiani questo dovremmo saperlo bene): l’attribuzione esclusiva al legislatore del potere di determinare il salario, “politicizza” la questione ma rischia di svuotare pesantemente la natura stessa della rappresentanza sindacale.

Ovviamente, anticipo l’obiezione, resta il problema di come realizzare sia la rappresentanza sindacale sia la cogestione in contesti economici molto limitati (piccolissime aziende, come le sale di bellezza dove lavorano in prevalenza donne, ad esempio come parrucchiere) e dove l’inquadramento del personale è quasi per intero precario. In questo senso, quindi, il salario minimo dovrebbe costituire la leva con la quale incasellare una serie di rivendicazioni. C’è da augurarselo, anche se al momento i segnali non sono molto incoraggianti: il rischio è di interpretare la battaglia sindacale come una semplice pressione sulla politica e di liquidare la battaglia politica nella sola variabile del salario, finendo per trascurare tanto le condizioni di lavoro, tanto la partecipazione dei lavoratori alle scelte economiche aziendali.

In ogni caso, gli occhi sono puntati sui colloqui di coalizione tra SPD e CDU-CSU: c’è da attendersi che il salario minimo sarà presente nel programma di governo, anche a costo di altre importanti rivendicazioni. E, tuttavia, non secondario sarà il modo in cui il salario minimo sarà introdotto: molte delle considerazioni qui avanzate potrebbero essere assunte. Aspettiamo fiduciosi.

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