L’esaurimento della “spinta propulsiva” verde.

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Sono ormai lontani i tempi dei Verdi come autentica novità politica della Germania: le immagini di Joschka Fischer che giura come Ministro dell’Assia con le scarpe da ginnastica sono ormai un ricordo di un’altra epoca, per quanto siano passati appena trent’anni. Molto più prossimi sono gli anni dell’esperienza di governo con i Socialdemocratici (1998-2005), quando i Verdi faticarono non poco nel dimostrare di essere idonei e capaci di poter gestire le sfide di amministrare e guidare il paese. Anche in questo caso, sembra passata un’era geologica:  oggi i Verdi sono un partito che governa in numerosi Länder e che, tuttavia, attraversa una difficile fase politica.

verdi2Già presentando il programma elettorale per l’ultima campagna elettorale federale, questo blog aveva evidenziato la confusione nel progetto politico “verde”. Il risultato elettorale, deludente, ha confermato questa sensazione e accelerato il ricambio generazionale del gruppo dirigente.

Nelle ultime settimane il partito ha intavolato trattative con Angela Merkel per ipotizzare una coalizione “nero-verde”: l’ipotesi è stata scartata ma entrambe le parti hanno sottolineato come i colloqui abbiano evidenziato molti punti in comune, sui quali lavorare insieme in parlamento. Da venerdì i Verdi sono riuniti a congresso, già ieri (sabato) è stata eletta la nuova segreteria: il compito del nuovo gruppo dirigente non è dei più semplici.

A ben guardare i Verdi sono vittime del loro stesso successo: quando sono nati, la questione ecologica e le tematiche ambientali erano quasi sconosciute ai partititi tradizionali. Oggi, anche grazie al loro lavoro trentennale, si può dire che siano entrate nella discussione quotidiana, dei partiti come dei cittadini: si tratta di capire, quindi, se i Verdi siano destinati a scomparire e a essere presenti come “sentinelle dell’ambientalismo” all’interno di tutte le formazioni politiche, piuttosto che continuare a definirsi partito che costruisce la propria identità a partire dalla questione “verde”.

D’altronde, questa seconda opzione presuppone esattamente la capacità di guardare il mondo, di interpretarlo e di provare a cambiarlo a partire proprio da una determinata prospettiva. Negli anni ottanta l’ecologismo vinse questa sfida: la responsabilità ambientale, il pacifismo, i diritti civili, la discussione sulle fonti energetiche e l’alternativa al nucleare rappresentavano non solo delle opzioni politiche, ma erano il simbolo, pur tra mille contraddizioni, di un modo nuovo di approcciarsi alla politica e al mondo. Tutto questo è oggi appannaggio di un solo partito? Evidentemente no e non è un caso che il congresso dei Verdi s’interroghi proprio su come ridefinire la natura del partito superando la sola componente ecologica senza, tuttavia, traviare la propria storia.

Il compito si rivela durissimo, per non dire impossibile. Leggendo, ad esempio, le tesi del nuovo capo del gruppo parlamentare, Anton Hofreiter, ne viene fuori un partito che sceglie di essere una formazione politica per la “libertà”, che fa della richiesta di maggiore emancipazione (sociale e civile) dell’individuo il proprio tratto distintivo. Un mix di libertarismo e anarchismo, di antistatualismo e di interventismo moderato a dir poco confuso, privo di una chiara collocazione politica e rivolto trasversalmente alla società tedesca.

Elettoralmente un partito del genere potrebbe avere, tuttavia, ancora qualche spazio: raccogliere parte dei voti dei Pirati (che andranno a congresso il 30 novembre), accreditarsi ulteriormente come partito di centro e capace di stare al governo e di “sorvegliare” l’alleato più forte (CDU o SPD) della coalizione. A ben guardare, questo è il ruolo che hanno svolto i liberali della FDP quasi per l’intera storia della Repubblica federale: una “rottura” in questa tradizione è rappresentata proprio dal governo rosso-verde di Schröder e Fischer, forse l’ultima prova dei Verdi come partito realmente “alternativo”. Ed è probabilmente anche e soprattutto agli elettori “orfani” dei liberali che guarda il nuovo gruppo dirigente verde.


30 Jahre Grüne im BundestagSe è così, è possibile che il partito possa continuare a superare la soglia del cinque per cento e a poter contare, quindi, su una “pattuglia” di parlamentari. Ma la loro “spinta propulsiva” si è definitivamente esaurita: saranno guardiani delle coalizioni che si alterneranno al Governo, provando a introdurre i propri correttivi nell’azione del partito più forte. Un partito della “stabilità”, della continuità e dell’affidabilità: una parabola singolare per una formazione sulla quale per anni si era discusso della sua presunta incapacità di stare al governo.

E, tuttavia, non sono da sottovalutare o da guardare con sufficienza: come più di prima i Verdi saranno ancora protagonisti di un eventuale cambio di governo in Germania. Non più la loro diversità, quanto una collocazione “centrista” li renderà ancora indispensabili per i partiti progressisti.

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