Grande coalizione tra Union e SPD.

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Sarà dunque, a meno di improbabili e clamorose novità, una Grande coalizione tra l’Union die CDU-CSU e la SPD a governare la Germania per i prossimi quattro anni. Sfumata la possibilità di un governo nero-verde (aperto, quindi, all’Union e i Grünen), sembra che i colloqui tra i conservatori e i socialdemocratici siano stati fruttuosi e nei prossimi giorni i due partiti riuniranno i propri organismi per ratificare l’accordo. Non è ancora chiaro se la SPD convocherà un referendum tra gli iscritti perché l’intero corpo del partito possa scegliere se imboccare la strada della Grande coalizione o meno.

A dominare i colloqui – almeno nella ricostruzione giornalistica – la proposta di salario minimo (Mindestlohn), che la SPD aveva messo al centro del proprio programma elettorale (insieme a Verdi e Linke) e che sembra essere stata accettata dall’Union (bisogna tener presente che nel programma elettorale dell’Union il salario minimo era previsto come impegno vincolante le parti sociali, che avrebbero dovuto determinarlo nei contratti di categoria).

Qualche riflessione può già essere fatta, in attesa di poter disporre del patto di coalizione e degli impegni che i due partiti hanno deciso di assumere insieme.

4282017030La Grande Coalizione era l’ipotesi maggiormente apprezzata dai tedeschi, un po’ meno dalla base socialdemocratica. Non a torto: otto fa la SPD si impegnò in una Grande coalizione – il primo governo di Angela Merkel – e nel 2009 raccolse il suo peggior risultato di sempre. Tuttavia, nel corso dell’ultimo anno e in particolare in campagna elettorale, la SPD si è mossa senza una vera strategia: l’esclusione di qualsiasi possibilità di accordo con la Linke, rendeva, nei fatti, la Grande coalizione l’unico scenario politicamente praticabile.

Il salario minimo serve proprio ad evitare una nuova rottura con la propria base e a evidenziare l’attenzione che la SPD nutre nei confronti delle fasce sociali più deboli: tuttavia, come ha già anticipato il segretario della SPD Sigmar Gabriel, visto il grande successo elettorale dei conservatori, non sarà facile far accettare all’Union le priorità dei socialdemocratici. In questo senso, molto dipenderà anche dalla composizione del nuovo governo: è probabile che il Ministro degli Esteri toccherà all’Unione e la SPD punterà a ministeri di politica interna (l’economia, il lavoro e l’istruzione).

Angela Merkel guiderà il governo, probabilmente per l’ultima volta. Dovrà impegnarsi per gestire il partner di coalizione e imporre le proprie priorità: la Kanzlerin ha sin qui dimostrato di sapersi muovere con grande abilità in contesti anche molto diversi. E i prossimi quattro anni saranno comunque intensi, vista anche l’assenza di una maggioranza Union-SPD al Bundesrat e la volontà della Merkel e dei Grünen di lavorare insieme in parlamento a progetti comuni: una Grande coalizione dalle porte “aperte”, come scrive la Süddeutsche.

Tuttavia il limite dei conservatori è, paradossalmente, proprio Angela Merkel stessa. La figura della Cancelliera ha pesato moltissimo su queste elezioni, fino a oscurare il proprio partito: nei prossimi anni potrebbe aprirsi una concorrenza tra la CDU e la bavarese CSU su chi dovrà raccoglierne l’eredità. Al contrario, la SPD potrebbe accreditarsi nuovamente come partito di governo (o come dicono i tedeschi: regierungsfähig), tranquillizzare un’opinione pubblica comunque spaventata dalla crisi e aprirsi a figure giovani e brillanti in grado di raccogliere, tra quattro anni, il testimone dalle mani di Angela Merkel (così come avvenne con Schröder e Fischer nel 1998 ai danni di Kohl).

Per la Linke, dalla quale ancora si attende un’analisi efficace delle elezioni, le cose sono solo apparentemente meno complicate. Se appare obbligata la strada dell’opposizione, bisogna aver ben chiaro che la SPD resta il partito con il quale provare a costruire una coalizione di governo alle prossime elezioni. Potrebbe non pagare, quindi, una “concorrenza” a sinistra, meglio sarebbe individuare delle priorità e cominciare sin d’ora un lavoro comune, magari a partire dai gruppi parlamentari (dove alla guida di quello della Linke è stato riconfermato il solo Gregor Gysi, mentre una parte del partito spingeva per una guida a due insieme a Sahra Wagenknecht, ipotesi, però, bocciata).

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