Scioperanti vs Amazon.

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Da mesi i lavoratori di Amazon in Germania protestano per ottenere migliori condizioni lavorative, contratti a tempo indeterminato, un salario migliore anche grazie all’applicazione del contratto di categoria. Fino ad oggi il gigante americano, fondato nel 1994 a Seattle, ha sempre rifiutato qualsiasi trattativa, di recente sono circolate voci di un possibile spostamento di alcuni centri in Polonia.La notizia, inizialmente smentita, è stata confermata: la scelta di delocalizzare sembra, con tutta evidenza, dettata solo dalla volontà di punire i lavoratori e il loro sindacato che non hanno accettato il diktat dell’azienda di Seattle. Dai Ver.di, qualche giorno fa, è stata denunciata la decisione di aprire nuovi centri in Polonia e sono state chieste precise garanzie all’azienda per evitare che nessuno dei centri tedeschi chiuda.

Amazon in Germania è presente in sette centri, per un totale di 9000 addetti: la Germania è il secondo mercato, per dimensione, dopo quello americano. Secondo i Ver.di, Amazon registra in Germania utili da record: nel 2012 ha conseguito addirittura un aumento del volume d’affari di circa il 21 per cento.

Nei centri tedeschi, l’attività principale è quella di preparare i pacchi che verranno spediti ai clienti e di gestire i resi: le condizioni di lavoro di questi lavoratori sono state denunciate mesi fa in un video che ha destato scalpore in tutta la Germania. A gestire la cosiddetta “sicurezza” interna dei magazzini, era stata individuata una ditta che aveva reclutato persone dai metodi a dir poco inaccettabili, persino con evidente simpatie neonaziste. Travolta dallo scandalo, Amazon ha annunciato di aver rescisso il contratto con cui aveva esternalizzato il servizio di “sicurezza”. Nulla, però, era stato detto sulla questione del controllo manicale dei lavoratori (che non possono sedersi, non possono fare pausa, etc.): un anno fa un’altra impresa del commercio on line, Zalando, era stata denunciata per simili comportamenti verso i propri lavoratori (questa volta a dare la notizia era stata l’emittente televisiva ZDF).

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Lo scontro tra Amazon e i lavoratori, rappresentati dal sindacato Ver.di, ha raggiunto, in particolare nel corso dell’ultimo anno, una conflittualità molto elevata: lo scorso 19 settembre i Ver.di hanno avviato una serie di scioperi durati addirittura tre giorni nei centri di Bad Hersfeld e Leipzig. Gli scioperanti hanno chiesto l’applicazione del contratto nazionale di categoria, che Amazon continua a rifiutare (la differenza, soltanto dal punto di vista salariale, è di circa 1,10 Euro l’ora). L’indisponibilità dell’azienda ha portato il sindacato ad annunciare un autunno caldo ma, soprattutto, il rischio che la paralisi blocchi l’importantissimo periodo natalizio, che rappresenta certamente

un’importante fetta di fatturato e anche di pubblicità (non sono poche le aziende che vantano di poter consegnare gli ordini effettuati fino a pochi giorni prima dalle vacanze, in tempo per farli trovare sotto l’albero).

Leggendo le richieste dei lavoratori, si ha la sensazione di fare un salto indietro di anni: condizioni lavorative più “umane” (di contro a una gestione maniacale e “robotica” dei tempi di lavoro, anche tramite i sistemi di qualità premianti – i cd. bonus in busta paga – che hanno come unico obiettivo la definizione di un enorme sistema di controllo sull’attività dei lavoratori), contratti di lavoro a tempo indeterminato (e non la riproposizione di contratti di lavoro a tempo determinato o di lavoratori interinali), salari adeguati ai contratti di categoria. Altro che futuro: il caso Amazon sembra riportarci indietro alle origini del diritto del lavoro moderno.

E se si registra la tenacia con cui Amazon resiste alle richieste dei lavoratori, si può forse cominciare a capire perché negli Stati Uniti non è stata vista di buon occhio la decisione della Volkswagen di assicurare nei propri impianti statunitensi la costituzione di consigli aziendali sul modello di quelli tedeschi.

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