Tra cinema e realtà: perché “Viva la libertà” è un brutto film.

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Poche immagini sono capaci di evocare un’idea di mondo, quasi una vera e propria Weltanschauung quanto la foto, in bianco e nero, del segretario del Partito comunista italiano, un sorridente Enrico Berlinguer. Quella foto non poteva mancare nel film di Roberto Andò Viva la libertà, con uno straordinario Toni Servillo, intento a rappresentare due ruoli, il segretario di partito triste e depresso e il gemello pazzo che, con qualche frase di Brecht disseminata nei suoi calorosi interventi a braccio, rivitalizza il partito fino a (presumibilmente) fargli vincere le elezioni.

Faccio parte di quelli che, vedendo il film, si sente, per così dire, a casa, in mezzo, usando un’espressione tipica, alla mia gente, ovvero, per usare un‘espressione ancor più pregnante, al mio “popolo”. E qui compare il vero protagonista del film di Andò: il popolo, e cioè il complesso degli individui che, avendo […] tradizioni religiose e culturali […] comuni, sono costituiti in collettività (cfr. Treccani.it). Il popolo è uno dei concetti politici più importanti e allo stesso tempo più ambigui e pericolosi del Novecento.

Come Dio punì Israele, costringendolo a errare nel deserto per quarant’anni, così il popolo di sinistra deve vagare anni sperando di arrivare prima o poi  alla terra promessa. Come Gesù ammonì i suoi discepoli Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Matteo 25, 13), allo stesso modo i militanti della Sinistra italiana lavorano ignari del giorno in cui il Signore verrà: signore evocato, più o meno, ogni due anni, ovvero a ogni congresso di partito, che, essendosi ormai moltiplicato in varie sigle e parrocchie, decuplica i momenti di unzione dell’”Eletto”.

Non ho avuto il tempo di vedere il PCI, ma ne ho vissuto ogni possibile “surrogato”: ad esempio mio padre che, ogni anno e ogni mazzata elettorale, ricorda proprio Enrico B. che, se ci fosse stato, avrebbe cacciato in malo modo il miliardario di Arcore. E poi le manifestazioni, le feste dell’Unità e tanto altro. Non ho militato a lungo nei partiti (una brevissima esperienza in Rifondazione tra il 2006 e il 2008) ma li ho conosciuti, come pure ho conosciuto i loro dirigenti e militanti, con i loro sogni, le loro illusioni tradite, i rimpianti. Mi sono sentito sempre, nel bene e nel male, parte di quella storia, complessa, ricca e tragica.

Una storia che ha consapevolmente evirato parti di sé nel raccontarsi e che era, il più delle volte, pura propaganda a uso e consumo di pezzi di apparato: Berlinguer, ad esempio, è diventato nel corso degli anni, semplicemente, una brava persona, una sorta di santino, del quale non vanno ricordati errori (e si che ne fece…) men che mai l’origine comunista. Anzi, al contrario: era una brava persona che, purtroppo, era anche comunista. Un santino, rassicurante ed ecumenico, da collocare alle spalle del politico di turno, esattamente come nel film.

È proprio il popolo, concetto dotato di un terrificante aspetto reazionario, a rendere possibile quest’operazione: dividere i buoni e i cattivi, spartire premi e assegnare punizioni, costruire un Pantheon dove collocare i propri santini e dimenticare (e far dimenticare) gli altri. Il rifarsi a un popolo è uno straordinario meccanismo ideologico che permette sempre di qualificare chi appartiene alla comunità e chi, invece, ne è escluso: l’odiatissimo Stalin non avrebbe potuto fare di meglio.

Il film non mi è piaciuto perché è concepito pensando al popolo ed è fatto per il popolo. Non è nulla di più di un buon Blockbuster, nel migliore dei casi pura propaganda: il pubblico (il popolo) sa già quello che vedrà, anzi è il regista stesso che ha concepito e sviluppato il film per quella tipologia di pubblico (il popolo, appunto). Il politico depresso, l’amore per il cinema (rigorosamente francese), il “pazzo” alla guida di un partito, un po’ di Brecht, qualche frase di autocritica “abbiamo sbagliato anche noi…” – a fare che? Boh ma le autocritiche servono sempre (l’unico che diceva il contrario, Erich Honecker è da tempo finito nell’immondezzaio della storia come traditore della causa del popolo) – i vertici internazionali che terminano felicemente con un ballo, ovviamente con la Kanzlerin tedesca, visti i tempi. E, come si dice, vissero tutti felici e contenti: soprattutto gli spettatori, che possono tornare a casa felici perché il loro feticcio (il popolo) esiste, nel film come nella realtà (loro stessi che hanno visto il film ed esprimono così la propria diversità dagli altri e la comune appartenenza).

La politica come affabulazione, come sogno, come puro esercizio di retorica: non è un caso che Berlusconi abbia vinto per vent’anni. E, dunque, il film si limita ad accarezzare gli spettatori, da loro le certezze che vogliono avere: tranquilli, la terra promessa, prima o poi, arriverà. Continuate a crederci. È una sorta di ipnosi collettiva: se ci crediamo, prima o poi, il sogno diventerà realtà. Come Babbo Natale: finché ci credi, troverai un regalo sotto l’albero. Se smetti, perdi anche il piccolo pacchetto infiocchettato che arriva ogni anno: e allora tanto vale crederci, che importa se sia vero o falso?

E la politica ridotta a pura immaginazione: una sorta di circo delle pulci alla guida del quale si mettono professionisti più o meno cinici: svelato il meccanismo ideologico, occorre sempre chiedersi quale sia il fine che esso serva. Il popolo della sinistra è un oggetto che elettoralmente qualcosa vale, uno spazio da occupare, con ogni mezzo. Ed ecco riutilizzato tutto l’armamentario retorico “classico”: una foto e una citazione di Berlinguer, l’evocazione alla militanza del partito (quale?), il riferimento al duro lavoro dei volontari (che, in ogni occasione, si aspettano che qualcuno li ringrazi, riconoscendone così il ruolo), non mancano mai le mani sporche di colla per attaccare i manifesti, i megafoni, le cotolette e le salsicce cotte agli stand delle feste. Tutte grandissime palle, ma che come tutte le ideologie si rivelano efficaci (a vincere i congressi e le primarie, con le elezioni funziona un po’ meno…).

Il prossimo congresso del PD è la sterile riproposizione di questo film a lungo visto: Renzi sta già coccolando pezzi del famoso “popolo”, Cuperlo prova a giocare la partita del rimpianto e della tradizione. La “fetta”, elettoralmente ancora importante, del popolo va sfruttata e qualcuno deve appropriarsene. Il meccanismo cui si ricorre è sempre lo stesso: evocare i bei tempi andati, immaginare un partito nuovo ma con radici salde, richiamare la partecipazione di tutti e, immancabile, ribadire la propria “diversità”. Dai cinici, da quelli che non sognano, da quelli che pensano solo a se stessi, da quelli che pensano solo ai soldi: il popolo si eleva così a potente strumento di elevazione morale. Del resto nel film di Andò, Servillo a un certo punto dice: Anche i dinosauri del partito lo hanno capito: stavolta vinciamo! Qui la superiorità morale diventa critica dell’apparato e, contestualmente, strumento di vittoria. Anche qui, tutte palle: perché in fondo non siamo diversi per niente e, soprattutto, non vinciamo mai.

Ma è interessante seguire il meccanismo della diversità. Si ritrova qui un’altra corrispondenza con la metafora biblica: noi non siamo un semplice popolo, siamo il popolo eletto, siamo quelli che, tra tutti gli altri, sono stati scelti da Dio. Non si tratta di esagerazione: solo la pervasività ideologica di questo meccanismo – sviluppato in un paese cattolico come l’Italia – può spiegare come sia possibile che, tutt’ora oggi, a distanza di anni dalla caduta del Muro, esso sia ancora potente e “affabulante” non solo per le generazioni che hanno davvero vissuto il fare parte di un popolo  (anzi: sono state un “popolo”) ma anche per quelle nuove e “nuovissime”. Che, in fondo, non vogliono altro che certezze e rassicurazioni, anche se questo significa continuare a credere a Babbo Natale, magari usando i social network e il web 2.0 ma l’ideologia è sempre quella.

E, in effetti, come a volte i bambini hanno paura di crescere, il popolo ha sempre paura della modernità, non la capisce perché non la sente propria. E quindi la rifiuta. Non confrontarsi con il mondo che cambia non è solo una critica: è la rappresentazione di una politica che da un lato deve continuare a nutrire (nel senso letterale) i propri “tecnici”, dall’altro deve inventare una narrazione che giustifichi l’esistenza del ceto. E il “ceto” serve appunto a garantire l’esistenza del “popolo”.

E allora, compagne e compagni, dobbiamo forse dirci che quel popolo non esiste più, che per fare politica non bastano due frasette ad effetto e due citazioni di qualche personaggio da mettere nel Pantheon del partito. Anzi: quel popolo e tutto ciò che da esso deriva è solo un pezzo di storia che non ci fa più andare avanti. È stato bello, ma come i ragazzi, non più bambini, a un certo punto della vita mettono i soldatini e i mattoncini Lego in qualche scatola nel ripostiglio, anche noi dobbiamo riporre quelle vecchie foto. Non servono più, anzi: ci illudono. E con le illusioni non si va da nessuna parte.

Perché, purtroppo, ci piaccia o no una fase storica si è chiusa. E la politica non è quello che coloro che vivono di essa vogliono farci credere. Non c’è nessuna terra promessa, nessuna formula magica, ma c’è un lavoro da fare. La retorica, compresa quella del film, serve solo, per quanto paradossale possa sembrare, a mantenere intonsi gli apparati che il film voleva contestare. Perché quegli stessi apparati si nutrono di retorica e non sono minimamente interessati al cambiamento: perché quello vero significherebbe la loro scomparsa.

Purtroppo non c’è altra strada se non quella di mettere i mattoncini Lego nel ripostiglio. Il film di Andò suggerisce, al contrario, che la realtà siano proprio quei mattoncini del Lego. Tanto più si sognerà, più doloroso sarà il risveglio: desacralizzare la politica è il primo passo per darle una nuova centralità.

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