Notarella sul post elezioni.

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Da circa una settimana non aggiorno il blog. Non che non abbia nulla da dire, ma vorrei evitare di raccontare solo speculazioni e fantasie sul prossimo governo tedesco: se ne fanno continuamente di nuove sui giornali, ma tutte lasciano il tempo che trovano.

Le elezioni non hanno dato alla Germania una maggioranza chiara in grado di governare, Angela Merkel ha avviato contatti per verificare l’ipotesi di una nuova Grande coalizione (con la SPD) o di un governo “nero-verde” (con i Grünen). In tutti i partiti c’è fermento: molti nella SPD non vogliono la Grande coalizione (non a torto visto che dopo l’esperienza del 2005-2009 il partito scese, in termini di consenso elettorale, al suo minimo storico), la discussione anima anche i Grünen che potrebbero decidere di tentare la strada dell’alleanza con CDU-CSU. Raccontare tutto questo è impossibile e anche un po’ noioso, anche perché si tratta di interpretare gesti, allusioni, mezze parole.

Nel frattempo Wolfgang Schäuble (politico di lungo corso, che la Zeit vede come prossimo ministro degli Esteri) ha chiarito che l’Union è la vera trionfatrice di queste elezioni e che, qualunque sarà la formula costitutiva del prossima governo, il colore predominante sarà il nero dell’Union. Entro il 22 ottobre si riunirà il nuovo Bundestag e, per quella data, una quadra dovrebbe essere stata trovata.

A sinistra manca, a mio avviso, un’analisi soddisfacente delle elezioni. Per ora la SPD è dilaniata dalla scelta se partecipare o meno al governo e la Linke si gode la facile condizione di chi è condannato all’opposizione. Tutti tacciono sui milioni di voti persi, sull’insufficiente radicamento in molte aree del paese, sulla breccia che la CDU ha aperto in “roccaforti” storiche dei progressisti tedeschi. È vero che la Linke è oggi la terza forza politica del paese (ma in totale sono quattro, a voler essere buoni e conteggiare la CSU cinque…) ma al momento dal partito di Katja Kipping non viene fuori un’indicazione strategica complessiva. La proposta di una legge sul salario minimo da approvare al Bundestag insieme a SPD e Grünen è pura tattica e non andrà molto lontano: il rischio di restare una forza regionale e minoritaria è ancora più che realistico.

E, tuttavia, non convincono nemmeno le analisi che addebitano alla SPD il peccato originale della cancelleria di Schröder e delle riforme sociali di inizio 2000 (il pacchetto Agenda 2010). In realtà, la SPD ha fatto (nuovamente) sue alcune parole chiave importanti (uguaglianza, giustizia sociale) tanto da attirarsi critiche persino dalla tutto sommato progressista Zeit, che ha imputato al partito di inseguire inutilmente gli slogan demagogici della Linke. Sulle riforme di Schröder la parola passa, ormai, più agli storici che ai politici: le riforme di Agenda 2010 hanno indubbiamente prodotto anche delle storture che, indipendentemente dal colore del governo, dovranno essere corrette (ad esempio una migliore disciplina per il contributo Hartz IV, da sburocratizzare anche per far respirare gli uffici preposti alla sua erogazione). Ma quelle misure hanno anche permesso alla Germania di attraversare la crisi economica senza tradire i principi dello stato sociale continentale (in fondo l’obiettivo contenuto implicitamente in un pacchetto di riforme dal nome non casuale di Agenda 2010).

L’impressione è che la grande stampa tedesca e buona parte della grande impresa imputi alla SPD un’eccessiva “radicalizzazione”, che si sostanzierebbe in più tasse e portafogli vuoti per i contribuenti. Persino nei colloqui tra partiti che hanno luogo in questi giorni, la grande stampa prova ad ammonire la CDU dal non cedere nulla a richieste troppo oppressive della SPD. Si tratta, ovviamente, di speculazioni e di attacchi ingiustificati, ma che danno il segno di quanto possa essere avvelenata la discussione. L’accusa di eccessivo “moderatismo”, quindi, non sembra cogliere la realtà della sconfitta elettorale.

Quello che sembra chiaro è che la Merkel sia riuscita a convincere l’elettorato dell’efficacia delle proprie proposte, soprattutto nella cornice europea. A sinistra, invece, le forze politiche si sono presentate divise, con idee poco chiare che hanno finito per spaventare l’elettorato. A ben guardare, dunque, la questione non sembra essere tanto la radicalità o il moderatismo dei partiti politici, quanto piuttosto la loro capacità di definire una proposta complessiva e unitaria di governo per la Germania ma soprattutto di gestione della crisi europea.

A questo punto il problema non sembra essere più traducibile nei termini di un aumento delle pretese da parte di un ipotetico schieramento “rosso-rosso”, quanto nella capacità di mediare gli interessi nazionali, la tenuta del welfare tedesco e il proseguimento del progetto comune europeo, evitando una declinazione apologetica e fine a se stesso della “solidarietà”. Obiettivo sino a questo momento proibitivo per le forze progressiste.

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