Germania al voto: l’ultima settimana.

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Si entra nell’ultima settimana di campagna elettorale, domenica 22 settembre i cittadini tedeschi si recheranno alle urne ed eleggeranno i nuovi membri del Bundestag (i Bavaresi eleggono oggi, invece, i rappresentati al Landtag, il governo regionale). Questo blog ha provato a raccontare, maldestramente, quello che i partiti hanno proposto nei programmi elettorali.

In particolare, è stata analizzata la strategia dei partiti al governo di limitarsi a elencare quanto di buono fatto in una fase difficile segnata dalla crisi. Una strategia che, in queste ultime settimane, ha stentato ma che, almeno per il momento, non sembra mettere in discussione il vantaggio (enorme) dell’Union sugli sfidanti della SPD.

I socialdemocratici hanno scelto, invece, di puntare sulle criticità che il paese attraversa, annunciando una lotta serrata alle crescenti disuguaglianze che dividono il paese. Non a caso, quindi, le parole d’ordine sono state più uguaglianza e più giustizia sociale. Indipendentemente da come andranno le elezioni, sono questi temi che possono contribuire a rinnovare le piattaforme dei partiti progressisti in tutto il continente.

L’uguaglianza può tornare a essere il cuore di una proposta politica complessiva, insieme al lavoro e alla giustizia sociale (che in Italia abbiamo sostituito con il termine, asettico, di equità): non è un caso che l’ultimo libro, interessantissimo, di Hans Ulrich Wehler, uno dei massimi storici tedeschi, sia dedicato proprio alle crescenti disuguaglianze in Germania. Sono ormai maturi, inoltre, i tempi per un riavvicinamento tra i partiti progressisti: in particolare tra la SPD e la Linke sembra possibile un “disgelo” e immaginare una più stretta cooperazione. Le idee, a prima vista, ci sono e meritano di potersi confrontare con la prospettiva del governo del paese in questo momento più forte del panorama europeo.

Purtroppo proprio questa consapevolezza – la Germania come il paese “più forte” e “più ricco” d’Europa, in una sola parola: egemone – sembra essere vissuta quasi con vergogna dai partiti progressisti: è per loro impossibile pensare alla Germania come un paese che abbia qualcosa da insegnare agli altri. La classe dirigente progressista tedesca sembra incapace di formalizzare una proposta di “guida” tedesca dell’Europa: la prospettiva di una qualche forma di universalizzazione di idee e valori a partire dall’esperienza tedesca fa inorridire, perché il richiamo al Nazionalsocialismo e ai suoi crimini evira quasi sul nascere ogni tentazione. E, tuttavia, varrebbe la pena ricordare come qui il lavoro sia ancora un valore, come del resto rispettata è la sua rappresentanza: da questi “ferri vecchi del Novecento” si ha ancora qualcosa da imparare.

Leggere i sondaggi è esercizio noiovota-antonioso e, ormai, inutile: la quota di indecisi è ancora consistente, come ha notato giustamente Alessandro Merli sul Sole24ore, e poco si può dire sulla tenuta della FDP, il cui probabile pessimo risultato potrebbe impedire alla Merkel di formare una nuova coalizione giallo-nera. Sembra probabile un risultato negativo della SPD, per quanto il candidato socialdemocratico sia riuscito in queste ultime settimane a recuperare l’iniziale (enorme) svantaggio. Probabilmente hanno pesato sia l’insistere della Merkel nel gestire la campagna elettorale come un vero e proprio referendum sull’azione di governo, sia una buona prova, negli ultimi giorni, di Steinbrück proprio nelle arene televisive. Si profila, quindi, la possibilità di una nuova Grande coalizione tra Union e SPD.

È stato scritto che ci sono paesi che “tifano” per la Merkel e paesi che “tifano” per Steinbrück: è probabilmente un modo di leggere le vicende tedesche con categorie proprie della politica nazionale. In realtà, non c’è (se si esclude forse il caso dei Pirati) Partito che abbia messo in discussione radicalmente l’impostazione seguita dalla Merkel: nessuno, cioè, chiede di superare i vincoli dei trattati e di destinare risorse “infinite” (magari ricorrendo all’inflazione) per il salvataggio dell’euro e dei paesi più in difficoltà. In estrema sintesi: nessuno ha messo in discussione l’Euro (tranne il partito Alternativa per la Germania, che potrebbe superare, anche se di pochissimo, la soglia del 5% ed entrare così in Parlamento, ma Angela Merkel ha escluso qualasiasi ipotesi di collaborazione con la nuova formazione) e nessuno ha intenzione di modificare radicalmente l’impostazione sin qui seguita per gestire la crisi, ovvero aiuti in cambio di impegni precisi e meccanismi di solidarietà “non illimitati”.

Da non dimenticare poi che è attesa per dopo le elezioni la pronuncia del Bundesverfassungsgericht sul programma Outright Monetary Transactions della Banca centrale Europea, ovvero la possibilità che la BCE acquisti obbligazioni emesse da Stati dell’area euro sul mercato secondario entro determinate condizioni. È probabile che il Tribunale si pronunci per la compatibilità del programma con il diritto tedesco e quello comunitario. Ma è anche possibile un rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: rinvio che potrebbe determinare il primo vero serio contrasto tra le istituzioni europee, ovvero tra la Corte di Giustizia e l’interpretazione dei trattati data sin qui dalla BCE guidata da Mario Draghi. A questo indirizzo si può leggere un appello di oltre 100 economisti tedeschi secondo i quali il meccanismo di Draghi non sarebbe compatibile con i trattati europei.

I Pirati non dovrebbero riuscire a entrare in Parlamento ed è un vero peccato: la freschezza e l’originalità del nuovo partito, come pure le competenze e le personalità impegnate, meriterebbero di avere un piccolo spazio al Bundestag: potrebbero essere un buon pungolo per la democrazia tedesca.

La Linke sembra un partito nuovo: fa bene Katija Kipping a sottolineare il lavoro degli ultimi 15 mesi (insieme a Bernd Riexinger). Al congresso del 2012 il partito sembrava sull’orlo della scissione, privo di idee e abbastanza confuso. Oggi ha recuperato consensi ma soprattutto un’identità politica forte. Ovviamente la strada è ancora lunga e non si ridurrà solo alla necessità di avviare un confronto con la SPD per un cambio di governo in Germania. È del resto probabile che proprio la condivisione del governo con la SPD potrà determinare, in futuro, anche qualche difficoltà elettorale alla Linke: non solo per un’incapacità di determinare la direzione del governo ma, al contrario, per una sorta di effetto “calamita” che i partiti più grandi delle Coalizioni di solito riescono a esercitare nell’elettorato conteso con altre forze.

L’ottimo lavoro fin qui svolto deve andare avanti, senza tentennamenti, indagando a fondo il senso e le prospettive di una forza che si definisce semplicemente Linke. Il piano europeo sarà decisivo: non si potranno più tollerare operazioni di vertice (con chiari intenti nazionali più che ambizioni comunitarie) sul modello della Sinistra Europea di qualche anno fa.

Le elezioni sono fra una settimana, il 22. Il 23, come sempre, si lavora. In fondo domani è un altro giorno.

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