III puntata. Il programma elettorale della FDP.

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La FDP (Freie Democratische Partei) è, dalle elezioni del 2009, alleata di governo della Merkel, come tale alcuni esponenti del partito hanno ricoperto incarichi di prestigio nel governo, come Guido Westerwelle, ministro degli Esteri e e, fino al 2011, anche vicecancelliere. Quest’ultimo incarico è stato attribuito poi al collega di partito Philipp Rösler, che ha assunto anche l’incarico di ministro dell’Economia.

Per inciso, è utile evidenziare questa vera e propria “tradizione” della politica tedesca: al partito più grande della coalizione spetta la Cancelleria, al più piccolo il Ministro degli affari esteri al quale si affida anche l’incarico di vicecancelliere: è stato così, ad esempio tra la CDU e la FDP dall’1982 al 1996 e tra la SPD e i Grüne dal 1996 al 2005.

Il partito si trova, a dispetto degli indici di gradimento per il governo, in un momento molto complicato: nel 2009 raggiunse un risultato straordinario (14,6% dei voti) che permise alla Merkel di superare l’esperienza della Grande Coalizione (CDU-CSU e SPD) e di proporre un governo “giallo-nero”, dai colori dei due partiti, giallo la FDP e nero la CDU-CSU.
Da quel momento, però, la FDP ha “stentato” ed è uscita sempre sconfitta e punita dall’elettorato nelle elezioni territoriali: proprio questi pessimi risultati hanno determinato le dimissioni, nel 2011, di Westerwelle dalla segreteria del partito e anche, come già ricordato, dall’incarico di vicecancelliere. È probabile che Angela Merkel sia riuscita a indebolire il proprio alleato, che aveva ricevuto la fiducia sulla base di un programma molto “radicale”, per certi versi incompatibile con quello dell’Union di CDU-CSU, ancorato al grande disegno dell’economia sociale di mercato e, quindi, alla necessità di coniugare il rafforzamento dell’economia tramite la rappresentanza dei soggetti coinvolti e l’innalzamento e l’ammodernamento delle tutele sociali.

buergerprogramm620x308Tra i due alleati, quindi, non c’era una comune identità programmatica ma, tuttalpiù, una convenienza reciproca nell’affrontare la sfida del governo: la Merkel, però, è riuscita a imporre le sue priorità e a limitare di molto gli eccessi della “radicalità” della FDP. Può essere utile confrontare il programma per il prossimo quadriennio della FDP con quello presentato nel 2009, soprattutto rispetto al mondo del lavoro.

Come ricordato, nel 2009 il partito aveva approvato un programma innovativo e sicuramente molto duro, in particolare sul piano delle relazioni con i sindacati, verso i quali il partito era diffidente e che voleva indebolire: proprio Westerwelle aveva indicato, già nel 2005, i segretari generali dei principali sindacati, tra cui Frank Bsirske dei Ver.di, come i veri responsabili dei problemi della Germania. Al cuore dell’attacco della FDP rientrava lo stesso modello della codecisione (Mitbestimmung) e l’organizzazione delle relazioni industriali così come si è venuta sviluppando in Germania. Ad esempio, i liberali chiedevano meno poteri per i Consigli di fabbrica, maggiore flessibilità nei licenziamenti, la possibilità di derogare dai contratti collettivi nazionali.

Questa volta il tono del programma sembra meno enfatico e più concreto, attento a evitare strappi eccessivi con la tradizione dell’economia sociale di mercato. Come per il programma dell’Union, anche quello dei Liberali, dal titolo Damit Deutschland stark bleibt (più o meno: Perché la Germania resti forti. Poi in basso si legge: Solo con noi, qui una breve sintesi ufficiale in lingua italiana) si caratterizza soprattutto per la difesa di quanto sinora realizzato e in una prosecuzione dei progetti avviati. In questo senso, la FDP continua a rivolgersi al ceto medio, che prova a spaventare con una certa interpretazione delle proposte socialdemocratiche e ad assicurarsene il consenso promettendo meno tasse e una politica di assoluta continuità con quanto sinora fatto in chiava europea.

La prima parte del programma è dedicata, ovviamente, alla crisi economica e alle proposte per uscirne. La “ricetta” è, come detto, individuata nella prosecuzione delle politiche portate avanti sino a questo momento: indipendenza della Banca centrale Europea (p. 83) alla quale va attributo esclusivamente il compito di perseguire la stabilità monetaria, vero assillo dei liberali che vogliono dare piena attuazione, internamente, al testo costituzionale, p. 9. Si fa, poi, riferimento a un’Unione di stabilità: occorre che l’Europa esca dalla crisi più forte, evitando che la Germania si indebolisca (p. 82); in questo senso è escluso il ritorno a politiche keynesiane del debito sulla base di quanto fatto negli anni ’70 (p. 83), come pure è decisamente bocciata la possibilità di acquisto dei debiti sovrani da parte della Banca centrale europea. Pieno sostegno è, invece, attribuito al meccanismo dell’ESM – non potrebbe essere altrimenti visto che la FDP è parte del governo che più si è speso in sede europea per il trattato – mentre si ritiene necessario non declinare in modo astratto la parola solidarietà ma coniugarla a precise riforme nei paesi più indebitati perché possano tornare ad essere competitivi come pure promuovere il modello della formazione duale (das duale Ausbildungsystem, proposta avanzata anche dalla CDU-CSU e in parte condivisa dalla SPD) per combattere la disoccupazione giovanile nei paesi più esposti a questa piaga (p. 83).

A proposito di solidarietà, vale la pena sottolineare che la strategia dei liberali, come per l’Union, non è finalizzata tanto a definire una proposta complessiva in chiave europea, quanto indicare precisamente, agli occhi dell’elettorato tedesco, i soggetti che attentano alla solidità della Germania addossandole tutti i debiti dei paesi europei in difficoltà. Dunque la socialdemocrazia è accusata di definire proposte che, pur ammantate delle migliori intenzioni (la solidarietà) finirebbero per far ricadere l’Europa in una crisi più profonda e a danneggiare anche la stessa economia tedesca (una vera e propria socializzazione del debito, che attenterebbe alla solidità del sistema).

Alla necessità di evitare una politica del debito, si affianca una decisa presa di posizione contro nuove tasse: anche in questo caso si tratta, chiaramente, di un attacco alle posizioni della SPD. L’ipotesi liberale è qui pienamente dentro la spirale ideologia degli ultimi trent’anni: diminuire la presenza dello Stato e aprire alle privatizzazioni (p. 9). Ecco perché suonano abbastanza contraddittori i, seppur minimi, cenni alla necessità di interventi per assicurare pari condizioni di vita in tutte i Länder tedeschi (p. 21).

All’istruzione e la formazione si dedicano proposte in parte simili a quelle del 2009: nessun cambiamenti di rilievo negli ordinamenti, maggiore libertà di scelta per i genitori, più competizione tra le offerte formative (pp. 26 e 27). Per l’università la proposta è quella di determinare gli stanziamenti federali sulla base di quanti studenti decidono di iscriversi ad una determinata un’università: sarebbe così stabilito un criterio di preferenza dell’”utenza” nella determinazione degli stanziamenti (principio del Geld folgt Studierenden, GefoS). Inoltre si afferma il diritto per i Länder di introdurre tasse universitarie, già introdotte in molte realtà a costo di molte polemiche e mobilitazioni. Interessante, ma non priva di criticità, la possibilità di immaginare un inizio contestuale in tutta Europa dei semestri accademici (p. 29).

Sul capitolo lavoro il programma è, come detto, più morbido: si evidenziano i successi del governo, si promette di continuare la strada della piena occupazione si combatte decisamente l’ipotesi di un salario minimo. In una formulazione molto più blanda rispetto a quella dell’Union si afferma la necessità di derogare alle parti sociali e alla loro autonomia la possibilità di definire condizioni minime di lavoro per ogni settore (pp. 30 e ss.).
Merita di essere citata la proposta di un Bürgergeld, quasi un reddito di cittadinanza (ma non attribuito, almeno in via prioritaria, a tutti i cittadini), che dovrebbe sostituire tutte le misure che a vario titolo concorrono ad assicurare un’esistenza dignitosa a individui che non hanno un lavoro o per i quali il salario non è sufficiente a standard di vita accettabili. L’idea è quella di superare un’eccessiva burocrazia e una frammentazione della tutele, che a volte rendono complicata un piano esercizio dei diritti da parte dei rispettivi titolari. In modo particolare al centro della critica è l’ ALG II (Arbeitslosengeld II) noto anche come Hartz IV: con il Bürgergeld si avrebbe una sola misura (per l’esistenza, per pagare l’affitto, per le spese accessorie, per la riqualificazione professionale, per l’assicurazione sanitaria…) che potrebbe essere più facilmente richiesta e adeguata al caso singolo (pp. 34 e ss). Seguono, poi, proposte per assicurare una più ampia competizione tra settore pubblico e privato nella gestione dei fondi pensione e maggiori interventi per facilitare l’ingresso nel mercato proprio del settore privato.(p. 35).

Da citare – anche se si tratta di proposte praticamente riutilizzate dal programma del 2009 – è anche il pieno riconoscimento di tutte le coppie che intendano definire un percorso di vita in comune (p. 40): pertanto anche le coppie omosessuali devono godere degli stessi diritti e degli stessi obblighi (fiscali) delle coppie “tradizionali”, ad esempio nel caso delle adozioni (p. 41).

I liberali chiedono l’abolizione di una tassa particolarmente odiata, introdotta di recente, e simile al nostro canone televisivo: la tassa si calcola per ogni appartamento, mentre la FDP vorrebbe definire un più equo contribuito individuale (p. 50). Da sottolineare, inoltre, l’impegno per rendere più accessibili gli affitti delle case, tramite investimenti per la costruzione di nuove abitazioni, ma sono decisamente esclusi interventi per calmierare gli affitti, introdurre delle soglie di riferimento o anche solo per definire i livelli minimi per il risanamento degli edifici (pp. 70-73).

Le ultime pagine sono dedicate al contesto internazionale, alla necessità di continuare a far crescere la democrazia e i diritti fondamentali in Europa, al bisogno di implementare i rapporti con i paesi produttori di materie prime (ma, si ribadisce anche, retoricamente, l’indispensabile sviluppo della difesa dei diritti umani, p. 87) e al rafforzamento del ruolo della Nato.

Seppur meno precisi rispetto ai conservatori, anche i liberali sottolineano la necessità di una promozione – con precisi investimenti in tal senso – della lingua tedesca nel mondo, anche al fine di attirare i “cervelli” da altri paesi (p. 88).

Per concludere, il programma liberale è più morbido, quasi più “camaleontico” rispetto a quello di quattro anni fa. È ovviamente parte di una compagine di governo, della quale aspira a condizionare il più possibile l’azione: si tratta, in un sistema politico come quello tedesco, di una necessità imprescindibile per i partiti più piccoli “partner” di una coalizione. E, tuttavia, i liberali sembrano non aver appreso molto dagli ultimi anni di governo e le loro ricette sembrano davvero ancora troppo estranee al sistema dell’economia sociale di mercato. Ma se non sono riusciti a conseguire risultati con il 14,6%, difficile credere che con la prossima tornata elettorale (sono dati tra il cinque e il sette per cento) le cose potranno cambiare di molto. Anzi: è proprio la Merkel a dover sperare in una sconfitta non troppo dolorosa dei suoi alleati, perché altrimenti la Grande coalizione diventerebbe una strada quasi obbligata.

  Fine terza puntata

                                                                                                                             Continua…

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