Ragionando della Linke. A proposito dell’ultimo libro di Gregor Gysi.

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Leggere il libro di Gregor Gysi – Wie weiter? Nachdenken über Deutschland, apparso quest’anno per la casa editrice Das neue Berlin – è una buona strada per chi intende accostarsi alla sinistra tedesca e ne voglia cogliere potenzialità, speranze, contraddizioni e limiti. Va detto preliminarmente che, ad avviso di chi scrive, questi ultimi – i limiti – superano di gran lunga le potenzialità, almeno per il momento.

Qualche parola sull’autore: Gregor Gysi è un avvocato sessantacinquenne, cresciuto nella Germania dell’Est, dove ha sempre militato nel partito unico (SED), ricoprendo diversi incarichi di rilievo, sino rivestire l’incarico di segretario quando il partito decise di cambiare il proprio nome in PDS, Partito del socialismo democratico, nel corso di un congresso straordinario (8-9 dicembre 1989). Nella Germania unita è un riconosciuto esponente della PDS, la formazione politica erede del partito unico che a est raccoglieva negli anni novanta ancora discreti consensi. Nel 2002 è stato assessore nella città-stato di Berlino, incarico dal quale si dimise dopo pochi mesi per uno scandalo legato all’uso privato dei punti raccolti tramite Lufthansa per i viaggi effettuati nell’ambito dell’incarico di governo. Negli anni scorsi è stato protagonista con Oskar Lafontaine della nascita della Linke, il nuovo partito collocato alla sinistra della storica e potente SPD.

Gysi è noto per essere un eccellente oratore, dotato di una dialettica pregevole ed efficace, ma è frenato da due pesantissime “eredità”: la prima riguarda il suo essere un Ossi, un tedesco dell’est verso il quale molti cittadini dell’Ovest guardano con superiorità e un pizzico di disprezzo. Vale la pena, a questo proposito, di ricordare che nel corso dell’ultimo congresso della Linke, quando il partito era sull’orlo della scissione, proprio Gysi denunciò pubblicamente di percepire da molti compagni (sottinteso: dell’ovest) quell’arroganza e quella superiorità che si avvertiva nei mesi successivi la caduta del muro, quando, con la fine dei festeggiamenti e degli iniziali entusiasmi, si fecero sentire le differenze profonde tra i due paesi. In secondo luogo, pesa l’aver militato nella SED: sempre Gysi ricorda nell’introduzione che il suo partito di provenienza, la PDS, è rimasto un corpo estraneo e un fattore di disturbo agli occhi degli occidentali (p. 14). Ovviamente pesano anche le insinuazioni, sino ad oggi mai provate, di aver avuto contatti con la potente Stasi: Gysi si è sempre opposto a queste accuse, denunciando una campagna orchestrata contro la Linke. Quando si parla di Gysi c’è, quindi, un però che, prima o poi, viene fuori e che ne mina, il più delle volte, va detto, a torto, la credibilità.

Gregor Gysi_Das Buch

Il libro di Gysi, pubblicato a pochi mesi dalle elezioni politiche, rappresenta un tentativo di ragionare sulla Germania ma, soprattutto, sul senso e sulle prospettive di una forza politica che si dice non tanto di sinistra quanto, con ambizioni ben diverse, di essere la Sinistra. Gysi non rinnega le sue radici: è perfettamente consapevole dei limiti del Socialismo di Stato e della DDR, sistema sconfitto dalla storia e come tale non recuperabile, ma ne sottolinea anche alcune intuizioni in settori particolari (l’educazione, ad esempio, o la sanità). Sarebbe errato vedere in questi accenni un che di nostalgico: l’orgoglio con cui a volte Gysi parla della DDR non ha nulla a che fare con il rimpianto o, peggio, con un patetico patriottismo, quanto piuttosto segnala un’avvertita capacità di individuare i limiti del capitalismo contemporaneo facendo anche ricorso ad alcune felici intuizioni del sistema che proprio dalla guerra con il capitalismo è uscito sconfitto.

L’orizzonte di Gysi è pienamente quello della democrazia parlamentare – è comunque indicativo che nel 2013 il leader di una forza in Germania debba sottolinearlo così ripetutamente, quasi a segnalare una certa ansia – nella quale il suo ruolo è quello di un socialista, democratico e libertario (p. 19).

A partire da questo orizzonte, il libro si sviluppa lungo alcune proposte di Gysi per il lavoro, la giustizia sociale, la scuola e la formazione, la riforma della giustizia e, ovviamente, una fuoriuscita dalla crisi. Se escludiamo alcune proposte di taglio molto radicale (lo scioglimento della Nato, ad esempio, pp. 101-103), le intenzioni di Gysi appaiono ragionevoli e nient’affatto rivoluzionarie. Citiamone alcune: lotta alla precarizzazione del lavoro, maggiore giustizia sociale e superamento del sistema dell’Hartz IV (misure assegnate a coloro che sono senza lavoro, introdotte dai governi di Schröder e che rappresentano il punto di maggiore conflittualità tra la Linke e la SPD), introduzione del salario minimo (misura condivisa dalla SPD), un investimento per aumentare la rete degli asili nido al posto di semplice denaro dato alle famiglie per accudire i figli (Betreuungsgeld fortemente voluto dalla Merkel). E ancora: una riforma della scuola di base finalizzata a definire un percorso comune per tutti fino al diploma (Abitur), ipotizzando, sulla base dell’esperienza della DDR, anche momenti di incontro tra scuola e mondo del lavoro (in effetti la condizione della scuola ha allarmato da tempo, anche a seguito di indagine internazionali sulle conoscenze medie degli studenti, i politici tedeschi ed è stato avviato un dibattitto molto interessante); una nuova politica energetica che sia innovativa dal punto di vista ecologico e socialmente sostenibile. Gli slogan da campagna elettorale della Linke (su tutti una grande scritta Rivoluzione, in alcuni mega manifesti) sembrano trovare in Gysi un interprete moderato disponibile a interventi riformisti di buon senso, da riversare, verosimilmente, in una compagine di governo (approccio che caratterizza molti dei politici della Linke provenienti dalla Germania dell’Est).

E qui, però, il libro di Gysi comincia a “stentare”: il sistema politico tedesco è proporzionale ed è organizzato intorno a due partiti principali, la SPD e la CDU-CSU. Una forza politica anche forte (magari del 14% come i sondaggi accreditano attualmente i Verdi, ad esempio) deve comunque costruire una coalizione di governo se intende provare a realizzare anche solo una parte del proprio programma. A questo nel libro di Gysi non si fa mai riferimento e la SPD, che pure potrebbe essere l’unico vero partner di governo per la Linke, è dipinta esclusivamente come un partito responsabile come e più della CDU-CSU degli attacchi allo Stato sociale tedesco.

Tutto ciò non fa che alimentare una critica d’inconsistenza e di vacuità alle proposte avanzate: per quanto giuste, esse rischiano di passare come semplici slogan perché prive di un progetto finalizzato a farle uscire dal recinto del radicalismo e a metterle al centro di un programma di governo. Si registra quasi un paradosso, non nuovo nella scienza politica: più le proposte di Gysi appaiono, singolarmente analizzate e commentate, di buon senso e più il suo progetto politico complessivo perde credito, consenso e attendibilità nell’elettorato.

Nel merito delle proposte sono apprezzabili alcune intuizioni, interessanti ma ancora poco chiare altre proposte. È senz’altro corretto, ad esempio, parlare di interventi (normativi ed economici) per intervenire sul costo degli affitti, anche al fine di evitare speculazioni e bolle edilizie (pp. 65 e ss.). Al contrario quasi nulla viene detto sulla grande industria manifatturiera che è il cuore dell’attuale potenza economica tedesca, mentre si fanno blandi riferimenti a ipotesi di cooperative dei lavoratori su scale sicuramente minori (p. 62): riferimenti che necessitano quantomeno di essere meglio precisati e contestualizzati.

In sostanza Gysi assume l’anticapitalismo come necessaria uscita da una mercificazione globale e onnicomprensiva – la democrazia dovrebbe essere introdotta anche nell’economia e, ad esempio, arricchita di nuova partecipazione popolare come la possibilità di predisporre strumenti idonei perché i cittadini decidano direttamente del 10% del bilancio dello Stato (p. 142) – puntando a riconoscere come universali alcuni beni finalizzati a dare un sostanziale riconoscimento e una piena attuazione all’articolo 1 della Costituzione tedesca (La dignità dell’uomo è intoccabile). In questa direzione va anche il riferimento a un ritorno al primato della politica, che occupa l’intero secondo capitolo (pp. 29-41). Si tratta, a ben vedere, di un’idea simile a quella di Stefano Rodotà sui beni comuni, intesi come beni indispensabili per una piena realizzazione dei diritti fondamentali e, in quanto tali, sottratti del tutto o in parte ad una logica puramente di mercato.

Da una lettura dei temi che Gysi velocemente sintetizza nel suo libro, sembra, però, mancare l’idea di Germania che l’autore ha in mente: perché la Germania sta affrontando con successo la crisi? Cosa c’è da discutere con i partner di una possibile sinistra europea? Davvero possiamo ridurre tutto a una critica alla Cancelliera e alle sue politiche? C’è in questo silenzio a sinistra – che non va ascritto al solo Gysi – una sorta di incapacità di contestualizzare il ruolo e il senso di una politica quantomeno progressista a partire da un paese come la Germania che, almeno apparentemente, sembra essere riuscita a superare la sfida della crisi. Non si capisce, in definitiva, qual è la Germania che Gysi vuole: al di là di un mondo animato da cooperative e da un innalzamento delle garanzie sociali, sembra che il modello proposto non guardi molto lontano e che quelle riflessioni sulla Germania, a cui si accennava nel sottotitolo del libro, abbiano mancato una piena messa a fuoco del proprio oggetto (la Germania, per l’appunto).

Bisogna anche registrare la difesa dell’Euro operata da Gysi (pp. 109-123): non mancano certamente proposte per modificare gli attuali trattati internazionali – ai quali la Linke si è opposta – e, contrariamente alla vulgata, lo stesso Gysi non è affatto a favore di prestiti incondizionati e di una politica meno austera e più “prodiga”. Oltre ad un nuovo Piano Marshall per creare nuova occupazione – proposta molto simile a quella effettuata nei mesi scorsi dalla SPD – Gysi immagina anche la nascita di una banca pubblica europea, alla quale trasferire risorse comuni e limitate, perché questa proceda a interventi di aiuto agli Stati in difficoltà, evitando le speculazioni. Queste proposte rappresentano anche un nuovo elemento di conflitto nella Linke: appena pochi mesi fa,quasi  in contemporanea con l’uscita del libro di Gysi, l’altro grande vecchio della Linke, Oskar Lafontaine, in un intervento sul suo sito personale, si era detto a favore di una fuoriuscita dall’Euro.

Ammirevole e interessante, per concludere, il tentativo di Gysi di prospettare una sorta di decalogo per una nuova sinistra, anzi per la Linke, per dirla con la semplicità dei tedeschi. Resta ancora molto da fare sull’idea di mondo che si ha in testa. E forse anche sul tempo nel quale la generazione di Gysi e quella immediatamente successiva sono chiamate a inverare la propria proposta politica.

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