Quello che Grass non dice.

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La Süddeutsche Zeitung pubblica oggi alcuni estratti di una lunga intervista a Günter Grass, raccolta in un libro uscito in questi giorni; l’occasione è data dal centenario della morte di August Bebel (1840-1913), il fondatore della Socialdemocrazia tedesca. Il titolo del libro intervista è evocativo e accattivante: Was würde Bebel dazu sagen? – Zur aktuellen Lage der Sozialdemokratie [più o meno: Cosa ne direbbe Bebel? Sulla condizione attuale della Socialdemocrazia] per la casa editrice Steidl di Göttingen.

In attesa di leggere il libro, è interessante segnalare il vero e proprio anatema di Grass contro Oskar Lafontaine, che apre anche l’edizione di oggi della Süddeutsche. Senza mezzi termini, a giudizio del premio Nobel tedesco, Oskar il rosso si sarebbe macchiato del peggior tradimento nella storia della socialdemocrazia e rappresenterebbe un ostacolo insormontabile alle possibilità di un accordo tra la Linke e la SPD.

A giudizio di chi scrive, Günter Grass si rivela eccessivamente ingeneroso e, per certi aspetti, contradditorio.

Grass, infatti, apre Grassall’ipotesi di una collaborazione tra la Linke e la SPD sino a prefigurare addirittura un’alleanza di governo. Proprio perché la Linke è un partito che si misura con la sfida elettorale e riceve dai cittadini tedeschi un consenso, è venuto il momento, questa la tesi di Grass, di aprire una svolta nel quadro politico tedesco ipotizzando un governo sostenuto dalla SPD, dai Verdi e dalla Linke. Su questi punti, anche solo per il loro semplice realismo, non si può non concordare con il premio Nobel.

Tuttavia, Günter Grass non può tacere su un punto: se oggi la Linke gode di un credito nell’elettorato, se può davvero ambire a essere una forza nazionale e non solo un partito radicato in alcuni Länder (come per la vecchia PDS nelle regioni dell’Est), lo si deve, piaccia o meno, anche a Oskar Lafontaine. Questo blog non è mai stato tenero con Lafontaine e ha più volte segnalato come le sue scelte e il suo astio verso la SPD rappresentino un limite evidente e pericoloso per il futuro della Linke. Come pure il calo evidente nei risultati elettorali degli ultimi due anni, sino al rischio di una dissoluzione del partito per un’eccessiva conflittualità interna, è da addebitare, perlomeno in parte, ad alcune scelte oltranziste del vecchio leader.

E, tuttavia, non si può dimenticare che è stato Lafontaine ad aprire una discussione sulla svolta intrapresa dalla SPD ai primi anni 2000, a dar vita al cartello WASG (Alternativa per il lavoro e la giustizia sociale) e proiettarlo, con la PDS, nella Linke. C’è, dunque, nel duro giudizio di Grass, una sorta di “rimosso” che coinvolge l’intera socialdemocrazia tedesca e, particolarmente, il suo attuale gruppo dirigente, con il quale, va ricordato, Grass non è certamente tenero.

L’astio di Lafontaine verso la SPD si traduce, specularmente, nell’accusa di tradimento (la più pesante nella storia della tradizione socialista e comunista) rivolta proprio a quanti, Oskar Lafontaine in testa, hanno abbandonato la SPD per dar vita alla Linke. Un esempio è la sistematica esclusione proprio di Lafontaine, per anni Presidente della SPD, dalle celebrazioni per i 150 anni del Partito. Qui si palesa una contraddizione nel ragionamento di Grass: bollando come traditore Lafontaine si squalifica l’intera Linke, che altro non sarebbe se non il frutto avvelenato di quel tradimento.

Più saggio, forse, sarebbe sgomberare il campo da ogni equivoco, partire dal dato di fatto della dignità politica di entrambe le forze in campo e tentare la strada di una discussione franca, finalizzata a un programma comune (l’unica possibilità per una trasformazione in senso progressista del quadro politico tedesco).

Questo significa, per la SPD, accettare di confrontarsi con i limiti del modello di governo di Schröder, accettarne dei correttivi e, dove necessario (come nel caso dell’Hartz IV) delle inversioni di rotta – presupposti che rappresentano la ragione fondativa stessa della Linke – e, per la Linke, individuare delle priorità da inserire in una proposta di governo, accettare anche dei necessari compromessi con la forza politica perno di un’eventuale coalizione, la SPD appunto, riconoscendo che, tra mille correttivi, proprio le riforme di Schröder hanno permesso oggi alla Germania di poter attraversare la crisi senza dover abbandonare del tutto i capisaldi del modello renano e dello Stato sociale continentale. Solo così può essere possibile quantomeno un tentativo di uscita a sinistra dalla crisi. E, soprattutto, sarà possibile capire se esistono ancora utilità e funzione di un sostantivo come Sinistra, magari da non abbandonare esclusivamente nei dizionari come termine entrato nel lessico politico (insieme al suo corrispettivo destra) con la Rivoluzione francese, quando nell’Assemblea costituente (1789-91) i deputati di idee più radicali si sedettero a sinistra, rispetto al presidente (cfr. Treccani.it). Buono, quindi, più per la storia che per la politica.

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