Spiegel versus Zeit

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Nei prossimi giorni, tento di postare una nota (spero) chiarificatrice, anche per concludere quanto accennato nel post sull’articolo di Alberto Burgio. Nel frattempo vale la pena segnalare lo “scontro” in corso nella grande stampa tedesca, che riassume abbastanza plasticamente quanto sta avvenendo anche nell’ambiente politico.

Il numero dello Spiegel apparso il 27 agosto era aperto con un’intervista a Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank. Il quale confermava la linea di una parte consistente della politica tedesca: nessun intervento diretto della Banca centrale europea (i cui aiuti possono diventare una «vera droga» o, in altri termini, perseverare nel tentativo di riempiere un buco senza fondo) e attribuzione alla BCE dell’unico compito di garantire la stabilità dei prezzi (contro ogni rischio d’inflazione). «Se le banche centrali europee dovessero acquistare i debiti degli stati dei singoli paesi, i titoli entrerebbero direttamente nl bilancio del sistema europeo. […] In democrazia, però, di una simile comunitarizzazione dei rischi dovrebbero decidere i parlamenti e non le banche centrali». L’attacco a Mario Draghi, già palesato qualche giorno prima la pubblicazione dell’intervista, non poteva essere più netto.

Lo Spiegel, dunque, enfatizza la posizione di Weidmann e, pur sottolineando nella stessa intervista al capo della Bundesbank come la sopravvivenza della moneta unica non sia in discussione, sembra continuare a far intravedere la possibilità che l’Euro diventi una moneta limitata ad alcuni paesi.

Occorre anche ricordare che il gruppo Spinger, poi, in testa la Bild e Die Welt, da tempo ha iniziato una campagna contro l’Euro, con la quale l’ipotesi di uscire dalla moneta unica acquista la dignità di una vera proposta politica (si faccia anche riferimento al testo di Sarrazin, Europa braucht den Euro nicht).

Interessante appare rimarcare la “questione democratica” sollevata da Weidmann (anche in attesa della prossima pronuncia del Bundesverfassungsgericht): come si decide di un’eventuale comunitarizzazione dei rischi? E chi dovrebbe farlo? Sempre lo Spiegel risponde: i popoli, tramite un nuovo patto costituzionale europeo. È noto, però, che in questo momento l’elettorato tedesco sia piuttosto scettico rispetto a ulteriori interventi nella crisi e che, dunque, l’argomento democratico, se non è aggirabile (la domanda di Weidmann è assolutamente lecita e corretta), sembra diventare lo strumento per palesare una netta chiusura verso ulteriori concessioni del governo Merkel in sede europea.

Qualche giorno dopo (30 agosto) arriva “la risposta” della Zeit: il settimanale liberale e progressista pubblica in prima pagina un intervento (qui la versione inglese) di Mario Draghi, il quale sottoliena la necessità di implementare gli sforzi per definire un’unione fiscale, economica e finanziaria (oltre che, ovviamente, politica). Nell’articolo manca un riferimento concreto a quali dovrebbero essere questi passi per una maggiore cooperazione: Draghi si limita a ribattere alle accuse di “politicizzazione” delle Banca centrale e sottolineare come sia venuto il tempo per nuovi investimenti finalizzati a migliorare la competitività e l’occupazione di tutti i paesi dell’Unione. Queste assenze pesano sulla credibilità e sull’efficacia del testo pubblicato dalla Zeit.

In ogni caso, come già in passato la stampa più progressista (la Zeit come anche la Süddeutsche Zeitung che con il suo capo redattore della sezione economica, Marc Beise ha pubblicato anche un pamphlet “pro Euro” Lang Lebe der Euro) tenta – senza cedere, però, alle richieste di una condivisione dei debiti sovrani – di evitare pericolose (leggi: populiste) derive del dibattito interno tedesco sulle questioni europee.

Quelli che dipingono la Germania come un paese monolitico nelle sue convinzioni farebbero meglio a guardare questo scontro in corso.

Continua…spero…

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