A proposito della questione meridionale negli ultimi vent’anni. Note sull’ultimo libro di Isaia Sales

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Mi sembra che l‘ultimo libro di Isaia Sales, Napoli non è Berlino. Ascesa e declino di Bassolino e del sogno di riscatto del Sud (2012), non abbia ancora ricevuto la giusta attenzione da parte di stampa e commentatori. Si tratta, invece, di un testo interessante, che prova a inscrivere la parabola di Antonio Bassolino all’interno delle vicende politiche italiane degli ultimi vent’anni. Ne viene fuori una rappresentazione complessa e articolata, non riducibile esclusivamente alle semplici vicende locali o alle accuse di corruzione e malaffare con le quali si vorrebbe liquidare la storia – di Napoli, del Sud e dell’Italia – della cosiddetta Seconda Repubblica. Esattamente il contrario: rileggere la Storia degli ultimi anni dalla prospettiva del mezzogiorno e provare a capire non solo perché la politica nel mezzogiorno abbia fallito, quanto perché politica (e particolarmente quella progressista) e mezzogiorno siano andati, nel corso degli anni, a dividersi, sino a non capirsi: […] La vicenda politica di Bassolino [è] strettamente legata all’immagine e al ruolo di Napoli e del Sud nel senso comune degli italiani. E quando Napoli ha smesso di dare insperabili esempi di buongoverno, l’antimeridionalismo ha dilagato. […] Attribuire «l’insuccesso» di Napoli e del Sud di questi anni solo ai limiti e agli errori di un leader è una totale ipocrisia […] Bisogna guardare all’Italia, al rapporto della città con la nazione, alle interdipendenze con i centri del potere economico, culturale e politico […](p. 15).

Il libro è, innanzitutto, affascinante e merita di essere letto e discusso: Isaia Sales non è soltanto un sociologo, ma è tra i migliori esponenti della tradizione comunista e postcomunista del mezzogiorno italiano. È stato sottosegretario di Stato con Carlo Azeglio Ciampi nel primo Governo Prodi, successivamente ha seguito per molti anni Antonio Bassolino alla Regione Campania ed è tra i più attenti studiosi della Camorra: il suo libro La Camorra, Le Camorre (1988) resta ancora oggi un testo fondamentale per quanti intendano comprendere il fenomeno criminale napoletano e campano, più di recente ha pubblicato Le strade della violenza – Malviventi e bande di camorra a Napoli, con Marcello Ravveduto, (2006)e I preti e i mafiosi – Storia dei rapporti tra mafie e Chiesa cattolica (2010), sulla relazioni tra criminalità organizzata e la Chiesa. Ma Sales non ha soltanto studiato e analizzato il fenomeno camorristico, ma ha anche contrastato in prima persona la criminalità organizzata, a partire dalla sua città, Pagani, in anni difficili, troppo spesso segnati, soprattutto a sinistra, da numerose vittime.

Il testo si presenta, quindi, come una documentata analisi politica e come un diario di quegli anni che definiscono il quadro politico italiano dopo la caduta del Muro di Berlino, le stragi di Capaci e via d’Amelio e le indagini di Mani Pulite. Si tratta del tentativo più onesto e più lucido di rileggere le vicende politiche italiane e, in particolare del mezzogiorno d’Italia, degli ultimi vent’anni: quasi una sorta di operazione verità, che tenta di superare semplicistiche riduzioni tramite una coerente valutazione politica di quelle vicende (va anche detto che di questi tempi simili tentativi sono sempre più rari). È bene, però, precisare immediatamente come questa doppia natura del libro – e del suo autore, a metà fra distaccato scienziato, che analizza i fenomeni politici, e protagonista di quei fatti – se rappresenta un indubbio tratto di fascino, non sfugge a qualche critica sulla sua debolezza analitica. Sales, infatti, nonostante non lesini critiche alla propria parte politica (persino al proprio partito), non entra mai nel merito di quelle scelte, quasi che la colpa fosse esclusivamente di un ceto politico inadeguato ad affrontare le sfide nate ad inizio degli anni ’90 (che per gli ex comunisti significa fare i conti con la fine del socialismo reale: non a caso molte pagine del libro sono dedicate alla svolta di Occhetto e alle rivalità interne al gruppo dirigente comunista).

Tutto ciò non può non apparire paradossale: a muovere Sales è la volontà di evitare di liquidare la storia del Sud Italia degli ultimi 20 anni ricorrendo alla semplicistica idea del fallimento di Bassolino. E nel testo, però, sembra prevalere la tesi, molto discutibile, di una semplice estensione delle responsabilità al gruppo dirigente del centrosinistra, lasciando aperta e priva di una risposta soddisfacente l’interessante e decisiva domanda con cui il libro si era aperto: La Seconda repubblica, nel 1993, si apre con Napoli alla ricerca del suo riscatto e si conclude con la fine dell’uomo politico che ne è stato l’artefice. La sua caduta corrisponde anche alla caduta vertiginosa del Sud nella considerazione della politica nazionale e delle strategie del Paese. […] Possibile che si sia trattato semplicemente di un problema di virtù o vizi soggettivi? (p. 17). Il problema, dunque, non sarebbe solo Bassolino, ma la miopia di tutto un ceto politico, responsabile, tra le tante altre cose, della riduzione della questione meridionale a merce di scambio per una maggiore compattezza della coalizione nazionale di governo.

La tesi di Sales, in particolare quella espressa nel secondo e nell’ultimo capitolo, è semplice e condivisibile: per quanti limiti si possano attribuire all’azione di Antonio Bassolino, la vicenda del Sud Italia è stata del tutto marginalizzata dalla politica italiana, a dispetto di una narrativa controcorrente che è riuscita a imporre negli ultimi vent’anni, anche grazie all’uso sapiente di alcuni pregiudizi da sempre presenti nella viscere della società italiana, l’immagine del mezzogiorno come parassita per il ricco e industrioso Nord. Questa marginalizzazione ha operato, ad avviso di Sales, perlomeno sotto tre aspetti.

Il primo è quello dei partiti, in particolare di centro-sinistra, e delle loro mediazioni: il Sud e il movimento di riscossa civile del dopo ’92 sarebbero stati vissuti come un pericolo per i vecchi quadri politici, eredi dei grandi partiti di massa e timorosi della fine della propria autonomia e rilevanza. In questo senso, le trasformazioni avviate dai sindaci, esponenti di una nuova classe politica (che spazzava via, Sales lo ripete giustamente più volte, la fase dei Pomicino, dei Gava, dei Ciancimino,…), scaturita dalla nuova legge elettorale (che ne prevedeva l’elezione diretta), hanno rappresentato, agli occhi di questo ceto centralista più che una potenzialità, un rischio per le proprie posizioni, intorno al quale occorreva fare il vuoto (come poi è stato fatto).

Accanto a quest’aspetto, c’è ne un altro, intermedio, che lega ulteriormente politica locale e politica nazionale: gli eredi dei grandi partiti di massa sarebbero stati formati all’insegna di un rigido centralismo, in base al quale la politica, quella vera, si farebbe esclusivamente a Roma. In questo senso, il territorio, più che luogo dove sperimentare politiche e amministrazioni alternative, sarebbe stato derubricato a merce di scambio per cementificare le coalizioni nazionali di governo che nel corso degli ultimi vent’anni hanno tristemente (e senza grande successo) tentato di opporsi a Berlusconi. Questa prospettiva spiegherebbe anche l’ingombrante presenza di Mastella e De Mita nelle vicende politiche campane (tesi espressa anche dallo stesso Bassolino nel suo libro Napoli-Italia) e la sostanziale svendita delle politiche locali in favore di una maggiore compattezza del centrosinistra (scelte del genere – ad esempio: la moglie di Clemente Mastella, Sandra Lonardo, alla guida del consiglio regionale della Campania – sarebbero da attribuire anche al piemontese Ezio Mauro, oggi tra i principali moralizzatori del ceto politico italiano).

Infine, il problema più grave: la politica italiana nel suo complesso non avrebbe mai correttamente inquadrato il problema del Sud, considerandolo come una questione esclusivamente territoriale e non nazionale. Mentre in Germania il tema della rivalutazione dei Länder orientali dopo l’unificazione ha addirittura assunto un tratto geopolitico – nel senso di una nuova centralità per i Länder più poveri e fuoriusciti dall’esperienza della DDR, centralità da interpretare nel ruolo affidato a questi Länder quale nuovo ponte per i collegamenti con l’Est Europa e con la Russia, tradizionali riferimenti continentali della Germania – l’Italia avrebbe, al contrario, provincializzato la questione meridionale. Ovvero: il Sud sarebbe stato esclusivamente un parassita di cui liberarsi o, nella migliore delle ipotesi (e nelle favole che piacciono a tanti pseudo liberali di casa nostra) affidarsi alle proprie forze (!) per realizzare il proprio riscatto. In questo senso, alla classe politica e imprenditoriale italiana sarebbe mancata un’idea sul proprio ruolo nel mondo o, quantomeno, nello spazio mediterraneo: ci si sarebbe così affidati alla comoda tesi di attribuire al sud la ragione di ogni male per cui, una volta amputato questo corpo morto, il nord avrebbe potuto tranquillamente adagiarsi nella sua dimensione mitteleuropea.

Ovviamente questo mero desiderio dimentica che, nelle cornici neo imperiali o quantomeno multipolari nelle quali si stanno riorganizzando gli assetti di potere mondiale, l’operoso nord, privo di una sua specificità, non sarebbe altro che la periferia di uno di questi poli (probabilmente quello tedesco), finendo a sua volta per dover subire le volontà di un centralismo ancor più duro (perché rinforzato dalla questione nazionale). Insomma il nord si trasformerebbe nel meridione di qualcun altro, per parafrasare una nota frase di De Crescenzo.

Se questa impostazione appare senz’altro condivisibile e meritevole di attenzione perché affronta il problema del mezzogiorno come questione nazionale, resta la sensazione, al termine della lettura del libro, che Sales non sia riuscito a mettere del tutto a fuoco le ragioni di questa incapacità della politica italiana e che le risposte individuate siano, tutto sommato, anch’esse abbastanza provinciali: l’inadeguatezza dei partiti e dei movimenti (quasi sempre gli altri, cioè quelli lontani dalla tradizione politica dell’autore), l’impresentabilità dei politici (anche in questo caso i vari Pecoraro Scanio, etc.) e le lotte interne al partito principale del centrosinistra.

Non potendo affrontare tutti i problemi sollevati da Sales, è forse utile porsi qualche domanda ulteriore e tentare di capire se sia possibile utilizzare il Sud per una discussione ancor più generale sulla politica italiana, restando così fedeli all’impostazione originaria del testo.

Innanzitutto sul ruolo dei partiti e sul centralismo della classe politica italiana: Sales sottolinea a più riprese l’errore di Bassolino di non aver costituito un fronte meridionale che facesse sentire la voce del Sud nella politica romana. E bacchetta anche gli economisti come Nicola Rossi che, da sinistra, hanno prodotto una vera ideologia a proposito del mezzogiorno, poi imposte nel partito. Ma a questo proposito la prospettiva del mezzogiorno italiano è solo una delle tante: il Sud è stato investito dalla critica, radicale quanto ideologica, di ogni possibile intervento dello Stato nell’economia (che, in contesti depressi e particolari come il mezzogiorno, è l’unico soggetto potenzialmente in grado di attivare meccanismi virtuosi). Occorre, quindi, chiedersi come mai il partito erede della forza comunista più organizzata d’Europa sia diventato tra le forze politiche gemelle europee, nel giro di pochi anni e senza incontrare nessuna valida opposizione interna, quello più incline agli assunti neoliberisti, del tutto privo di una reale prospettiva di trasformazione sociale. Occorre domandarsi perché a questa deriva, palese già a fine anni ’90 con lo scontro tra D’Alema e Cofferati (allora segretario della CGIL) e poi più volte confermato (dalla investitura di Fassino sino alla quasi bulgara elezione di Veltroni segretario del PD e all’attuale appoggio incondizionato al governo Monti), nessuno abbia sentito il dovere di rispondere e perché i congressi siano stati, quasi sempre e fatte le dovute eccezioni di alcuni singoli, delle liturgie prestabilite.

E bisognerà anche chiedersi perché, procedendo oltre le licenze assegnate al satrapo salernitano Vincenzo De Luca, magistralmente analizzate da Sales, nessuno abbia provato davvero a definire una strada alternativa alla lotta tra fazioni che pure ha imperversato su quasi tutto il territorio campano (ma la questione è, ovviamente, nazionale): lotta che ha distrutto (e, sia chiaro, continua a distruggere) ogni autentica prospettiva di rinnovamento della politica. Una lotta tra fazioni che va avanti da anni, priva di vere distinzioni politiche e che ha trasformato più di una volta le primarie in una semplice conta tra i vari potentati locali. Ai congressi raramente si sono manifestate differenze politiche, ma il meccanismo delle primarie ha accentuato i tratti peggiori della dimensione clientelare, parassitaria e neo-feduale della politica locale. A tutto ciò si deve aggiungere come Bassolino non sia riuscito a riversare nella sua esperienza come presidente della Regione Campania la capacità di evocare un’altra politica che potesse reggersi sulle gambe di una buona ed efficiente amministrazione: compito complicatissimo eppure non impossibile come l’esperienza di Vendola in Puglia, con tutti i suoi limiti, dimostra.

Abbiamo assistito, dunque, alle vicende di una sinistra che si affidava alla tesi tanto di moda a fine anni novanta e che colpivano non solo il sud ma i presupposti fondamentali di ogni politica progressista (il lavoro, la sua difesa e la sua rappresentanza, la scuola e l’università, la ricerca scientifica) e che allevava una generazione di rampanti e spregiudicati protagonisti – fra cui molti collaboratori dell’ex presidente della regione Campania – ai quali mancava e manca del tutto la cultura del partito, inteso come luogo della discussione, dell’analisi e della sintesi (il famoso intellettuale collettivo di gramsciana memoria), cresciuti esclusivamente all’interno di una gestione, il più delle volte inefficiente, del potere. A Bassolino, però, non sembra mai essere sopraggiunto il rimorso di Rubasciov, il protagonista del romanzo di Koestler, Buio a Mezzogiorno, quando colpito dai modi sgarbati e persino violenti del poliziotto che lo arresta, ripensa amaramente al proprio fallimento: Davvero una bella generazione quella che abbiamo creato…

C’è stato, inoltre, un uso distorto ed errato della moralità berlingueriana: senza tornare qui a discutere l’azione e l’eredità storica del segretario comunista, mi sembra evidente come Bassolino non abbia realizzato che la prima qualità di un politico si misura dalle persone che egli forma (ovvero: mai essere indispensabili) e con cui collabora (fare in modo che anche le cuoche possano dirigere lo Stato, come ripeteva Lenin). I “bassoliniani”, invece, hanno del tutto dimenticato l’orizzonte di trasformazione sociale che pure animava il vecchio PCI e si sono rivelati, alla fine dei conti, dei mediocri politici (non si ricordano significative battaglie portate avanti nel corso di questi anni sul mezzogiorno, ma anche sul lavoro, sulla scuola, etc.) e dei pessimi amministratori: hanno, però, sempre coperto i propri limiti personali e alcune discutibili pratiche politiche, ammantandosi della diversità della cultura politica da cui affermavano di provenire. In questo modo è stato possibile giustificare ogni eccesso e ogni sbaglio in nome di una diversità che, alla prova dei fatti, non esisteva e, soprattutto, si è potuto fare a meno di connettere l’esercizio del potere a una vera trasformazione dell’esistente: la diversità non era più una difficile pratica quotidiana, ma una sorta di stimmate che marchiava, una volte per tutti, i suoi eletti.

Non è un caso, poi, che sin dalla fine degli anni ’90, quando un movimento interessante si era levato in buona parte del mondo occidentale per contestare proprio quel pensiero unico neoliberista – sui limiti di quel movimento non è possibile soffermarsi in questa sede – siano stati pochissimi a tentare di cogliere l’opportunità di mettere in discussione, seriamente e in modo organizzato, la leadership del centrosinistra italiano. Ci tentò Rifondazione, con pessimi risultati, ma già nel 2004 l’eco di quell’esperienza era svanita: è singolare, però, che Sales non si confronti con quell’esperienza, quasi a voler ridurre (ma questo è un vizio dei post comunisti!) tutti gli ultimi vent’anni all’interno della storia di quella classe politica. Eppure, l’occasione di una messa in discussione di alcuni assunti, che lo stesso Sales sembra contestare, c’era tutta: perché nessuno l’ha saputa o voluta sfruttare? E perché, al contrario, essa è stata vissuta con la stessa arroganza e superficialità con cui venne trattato il movimento dei Sindaci?

Ad esempio, sulla questione dei rifiuti, Sales, che pure non lesina critiche a Bassolino, sembra del tutto trascurare la questione, più volte avanzata dai movimenti di protesta degli ultimi anni, dell’assurdità di una strategia nata dal vertice (i termovalorizzatori) e non dalle buone pratiche comunali (la differenziata). Con l’aggravante che, in alcuni casi, il termovalorizzatore avrebbe addirittura impedito la crescita delle percentuali di differenziata in ragione di un livello minimo di rifiuti da bruciare. Tutto ciò elimina le responsabilità e i limiti dell’ambientalismo italiano giustamente denunciati da Sales? Assolutamente no, ma l’assenza di queste riflessioni evidenzia ulteriormente l’incapacità, anche nei commentatori più profondi e attenti, di confrontarsi pienamente con alcune riflessioni che sono state sviluppate negli ultimi vent’anni e non fa ben sperare per il futuro.

Come pure è paradossale non evidenziare come a essere stato abbandonato dall’agenda politica non sia solo il mezzogiorno e che il surreale dibattito sull’Italia legata da lacci e lacciuoli (o da sinistra sulla fine dello Stato) abbia finito per avviare la destrutturazione di parti consistenti dell’intervento pubblico in settori chiave come pure la sfrenata deregolamentazione del mercato del lavoro. Tutte cose che, pur provenendo da una matrice comune degli anni ‘90, hanno avuto impatti diversissimi a seconda dai paesi nei quali queste riforme venivano introdotte: ancora una volta il paragone tra Italia e Germania e, in particolare, tra i nostri governi di centrosinistra e quelli rosso-verdi tedeschi potrebbe rivelarsi interessante e proficuo.

Proprio sul futuro il libro lascia qualche ansia. Sales ammette i limiti dell’azione di cui anch’egli è stato promotore. La sua disamina è onesta. A mio avviso, però, incompleta, anche perché tutta rivolta al passato, quando siamo ancora immersi, a maggior ragione nella crisi economica attuale, in una lunga transizione dall’esito ancora ignoto. Occorrerebbe chiedersi, ad esempio, se questo nuovo meridionalismo, cui Sales accenna, sia compatibile in un partito come il PD che sinora, salvo alcuni slogan, non si è distinto né per una nuova attenzione al Sud né per un’energica messa in discussione degli assunti che hanno segnato la fine del centrosinistra nelle brevi esperienze di governo. Le voci tra i dirigenti del partito che oggi sembrano mettere in discussione l’assetto eccessivamente liberista del partito, più che a una vera opzione teorico-politica, sembrano finalizzate esclusivamente a un ricollocamento tattico in vista delle prossime elezioni nazionali (e delle liste parlamentari).Nel migliore dei casi, sono voci che arrivano troppo tardi: è nella scelta di superare la tradizione del socialismo europeo che quel partito ha smarrito la bussola per una visione del mondo da una prospettiva alternativa a quella dominante. Il PD, infatti, nonostante l’eccezionalità del segretario (ricordata anche da Sales: il primo emiliano e il primo vero amministratore alla guida di un partito nazionale), sembra costituire oggi un ostacolo più che una soluzione alla crisi del quadro politico italiano.

Come lo stesso Sales ricorda a più tratti nel libro, il lavoro da fare è enorme e richiede strumenti politici e organizzativi validi ed efficaci. Perché solo in questo modo il Sud potrà rientrare nella discussione non solo nazionale ma anche europea: l’attuale crisi è, paradossalmente, un’opportunità per quei tanti Sud che oggi compongono il quadro comunitario. Evitare la semplice richiesta di maggiori risorse, ma rimodulare completante le priorità di sviluppo, inserendole in una cornice coerente anche rispetto agli altri partner europei, ridiscutere il ruolo e le modalità dell’intervento delle istituzioni pubbliche, promuovere quanto resta dell’imprenditoria meridionale, puntare sulla riconversione ecologica e, soprattutto, evitare di smantellare quanto ancora resta dell’industria (come ad esempio nel caso di Pomigliano con la Fiat di Marchionne): questo, forse, costituisce un primo passo per sprovincializzare la questione meridionale, sulla quale occorrerà tornare e che, anche grazie al testo di Sales, può tornare al centro di una proficua discussione.

Un articolo di Sales del 2008 e uno del 2011 sul Corriere del Mezzogiorno sintetizzano alcune questioni poi analizzate nel libro (suggerisco la lettura di entrambi) e la recensione del libro di Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno.

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