Ma i tedeschi davvero “sempre tedeschi sono”?

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Non condivido l’intervento di Alberto Burgio sull’intervista dello Spiegel a Mario Monti (realizzata nell’ambito di un dossier sui paesi europei in maggiore difficoltà nell’affrontare la crisi: dopo il primo numero dedicato alla Spagna, quello della settimana scorso affrontava il “caso” Italia). Mi sembra di capire che Burgio tenti di far emergere due aspetti: da un lato attribuire a Monti un deficit di cultura democratica, ricavabile dall’ormai nota frase sul rapporto tra Parlamenti e Governo, interpretata come una richiesta di subordinazione dei primi ai secondi. Dall’altro, commentando le reazioni tedesche a queste parole, Burgio ha evidenziato il carattere imperialista (autoritario) di gran parte della politica tedesca, colpevole di disinteressarsi della casa comune europea e di tentare di massimizzare i propri profitti dai guai altrui. In tal senso, Monti sbaglierebbe soprattutto perché darebbe pericolosi consigli ai tedeschi, la cui tentazione autoritaria sarebbe storicamente documentata.

Questa lettura è a mio avviso sbagliata, ma anche superficiale nell’analisi della complessa fase politica tedesca. Monti, infatti, nel replicare alle domande dei due giornalisti dello Spiegel, non voleva esprimere un giudizio di tipo “costituzionale” ma prendere atto della necessaria libertà d’azione che i governi sono chiamati ad avere in questa fase: l’obiettivo era, più modestamente, quello di accreditarsi come partner ragionevole e affidabile. Il Presidente del consiglio italiano, non a caso, citava gli Eurobond come prova: se avesse dovuto assumere integralmente la posizione del parlamento italiano, avrebbe dovuto chiedere, senza possibilità di mediazione, gli Eurobond, sgraditi a Berlino, mettendo così a rischio il vertice.

La stoccata era rivolta, però, proprio ai tedeschi e, più in generale, ai pasi nordici: il Professore-Presidente voleva presentarsi come uomo della ragionevolezza e del compromesso di fronte ai politici tedeschi, i quali, dopo i primi mesi di affiatamento dovuti anche all’uscita di scena dell’imbarazzante (e, per i tedeschi, incomprensibile) Berlusconi, hanno cominciato a nutrire più di un dubbio sulle sue intenzioni.

Purtroppo Monti ha fatto male i conti, perché la Germania è il paese in questo momento meno sensibile a una discussione sulla modifica degli assetti dei poteri costituzionali nazionali. La ragione sta nel fatto che, nonostante il forte credito interno della Cancelliera Merkel, gli altri poteri costituzionali non sono stati affatto marginalizzati: prima di ogni incontro europeo, Angela Merkel necessita di una lunga discussione al Bundestag che deve concludersi necessariamente con un voto (e spesso di una mediazione con l’opposizione, perlomeno quella socialdemocratica), e la Corte costituzionale tedesca (il Bundesverfassungsgericht) continua a limitare i poteri del governo e a considerare il Parlamento come organo centrale nella gestione delle misure contro la crisi. Il Bundesverffasungsgericht muove dall’ipotesi, semplice quanto esplosiva, che la messa in discussione di alcuni diritti fondamentali dei cittadini tedeschi non possa non essere discussa in sede parlamentare. O, per dirlo in altri termini, che l’interesse nazionale è rappresentato dal parlamento e che solo il parlamento può assumere quelle decisioni che potrebbero comprometterlo o limitarlo. In tal senso, le reazioni tedesche rappresenterebbero tutt’altro che una tentazione autoritaria, quanto la piena conferma dell’attuale assetto costituzionale democratico-parlamentare.

Come si vede, dunque, la posizione più “europeista”, e anche quella più contestata, è proprio della Cancelliera Merkel, la quale non solo viene dipinta all’estero come la principale responsabile della crisi, ma vede crescere in patria una decisa opposizione ad ogni misura di “comunitarizzazione” della crisi. Esempio palese di tutto ciò sono le campagne, sempre più consistenti, per un’uscita dall’Euro: a tal proposito si faccia riferimento all’ultimo successo editoriale del controverso Thilo Sarrazin (spesso accusato apertamente anche di teorie neo-razziste), L’Europa non ha bisogno dell’Euro.

Più classica appare invece la filosofia che ha ispirato le ultime sentenze del Bundesverfassungsgericht (del quale si attende una nuova pronuncia a settembre), indubbiamente legata alla prevalenza della coppia diritti fondamentali – interesse nazionale sulle politiche comunitarie.

Appare, quindi, semplicistico accusare i tedeschi di una tendenza autoritaria e di una volontà imperiale: se probabilmente le loro imprese fanno utili e dominano i mercati, la loro classe politica appare, al contrario, ancora trattenuta dalla sindrome del passato che non vuole passare e rifiuta deliberatamente ogni autentico ruolo egemonico nel continente. Come ha scritto giustamente Gian Enrico Rusconi, il problema dei prossimi anni sarà tentare di conciliare le istanze tedesche alla conservazione della loro specificità alla costruzione di uno spazio europeo continentale che assuma gran parte di quelle specificità.

(continua…)

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