Dove va la Linke? Ultima puntata

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Si è concluso il Congresso di Göttingen della Linke. Non è stato un appuntamento facile o rituale: si è trattato di una discussione vera, per quanto caricata da tensione e da astio, che ha messo in questione la stessa esistenza del partito.

La Linke nacque, come già ricordato, da due culture politiche molto diverse, una erede della PDS a Est e, perciò, ispiratrice di un partito organizzato classicamente, con ambizioni di governo (anche in coalizione con la SPD), l’altra, nata nella Germania occidentale, più attenta ai movimenti sociali e alle esperienze extraparlamentari, ostile a qualsiasi accordo con la SPD, dalla quale pure proviene per via di una scissione che si era consumata qualche anno prima. Il congresso ha manifestato chiaramente come, diversi anni dopo la nascita del partito, l’incontro fra queste due culture politiche non abbia prodotto alcun avanzamento e che esse restino ancora corpi estranei quasi “costretti” alla coabitazione.

I due padri nobili del partito, Lafontaine e Gysi, nel primo giorno di congresso hanno chiaramente manifestato tutte le incomprensioni tra queste due anime del partito, sfidandosi apertamente: Gysi ha per la prima volta fatto riferimento all’ipotesi di dividere il partito e ha detto di essere stanco dell’eccessiva arroganza dei compagni dell’ovest, simile, a suo avviso, a quella maturata nella parte occidentale del paese verso l’est all’indomani della riunificazione. Parole pesanti, alle quali ha risposto Lafontaine, sostenendo che un partito non può sciogliersi per queste ragioni, bollando come sciocche le accuse alla sua parte e ricordando come sia stata la SPD ad aver tradito le sue radici, avviandosi così nuovamente alla sconfitta.

Molti delegati sfogavano su Twitter la propria delusione: ventidue anni dopo la riunificazione, la Linke appare ancora una amalgama non riuscita non solo tra due culture politiche ma tra due modi di vivere. Ancora una volta i cinguettii hanno be rappresentato la delusione, lo sconforto e anche la rabbia di molti presenti al congresso: va detto che la stessa contrapposizione, più volte ripresa, tra parlamentarismo e antiparlamentarismo sembra del tutto incapace di cogliere le difficoltà della fase in cui si dimena il partito e testimonia esclusivamente l’incapacità di comunicare fra loro delle diverse anime.

Il partito ha, almeno all’apparenza, superato questa difficile fase eleggendo una nuova dirigenza, che, almeno all’apparenza, potrebbe superare queste contrapposizioni tra la prima generazione del partito, che se ha avuto il merito di fondare il nuovo progetto politico, sembra incapace di guidarlo oltre le secche in cui si trova. Erano pervenute moltissime candidature, altrettanto numerosi sono stati coloro che hanno ritirato la propria nel corso del primo giorno del congresso. Nella giornata di ieri, è stata eletta innanzitutto la responsabile nazionale del partito: le candidate erano due, alle quali è stato concesso di poter tenere un breve discorso, per poi affrontare le domande delle delegate (le due candidate avevano un minuto a disposizione per rispondere a ciascuna domanda). Alla fine è stata eletta con il 67% dei voti Katja Kipping, che aveva presentato inizialmente la sua candidatura con Katharina Schwabedissen (che, invece, si è ritirata).

La Kipping, pure apprezzata come pragmatica e, cioè, appartenente alla cosiddetta ala riformista, è nata nella vecchia Germania dell’Est ma anagraficamente (è del 1978) rappresenta la generazione che ha conosciuto quasi esclusivamente la nuova Germania post riunificazione: ha voluto ribadirlo nel suo appassionato intervento, chiedendo di superare queste incomprensioni e sottolineando come la sua cultura politica non appartenga direttamente a nessuna delle vecchie tradizioni politiche.

Più complicata è stata l’elezione in ambito maschile:qui si sono sfidati quattro candidati, ma due sono stati i protagonisti. Da un lato Dietmar Bartsch, di cui già si è detto e che ha impressionato anche alcuni suoi oppositori con un discorso chiaro e incisivo, e dall’altro Bernd Riexinger, un ex sindacalista tra o principali oppositori al pacchetto di riforme dell’ex cancelliere socialdemocratico Schröder. Ancora una volta Est contro Ovest e il partito su questa elezione si è chiaramente spaccato: il primo ha conquistato il 45,23%, il secondo, poi eletto, il 53,5%.

Inutile negare come questa contrapposizione non giovi al partito ed è la rappresentazione plastica di questa divisione: alla nuova dirigenza il compito di colmarla. Riexinger rappresenta per la corrente prossima a Lafontaine la certezza di una radicalità sui temi sociali, ma appartiene anche, per storia politica personale, a quella parte del partito in grado di superare le vecchie divisioni tra le due anime.

Il congresso, dominato da fortissime tensioni, non ha affrontato i nodi politici che stanno di fronte alla Linke: nei prossimi giorni si capirà se questo ennesimo compromesso sulla dirigenza servirà a calmare i malumori nel partito, visto che una scissione è da molti osservatori ancora non esclusa. Ad esempio Sahra Wagenknecht, vicina a Lafontaine, è stata eletta come vice, mentre Bartsch non è stato inserito, almeno per il momento, in nessun organo di rilievo: il rischio che una parte del partito si senta sotto-rappresentata, vittima di un gioco delle parti, è realistico. Tuttavia il duo Kipping-Riexinger, una guida giovane e “inesperta” ma che riunisce Est e Ovest, potrebbe inizialmente placare i malumori post congressuali (in questo senso va anche un’intervista dello stesso Bartsch alla TAZ, che, senza nascondere le difficoltà del momento, esclude esplicitamente l’ipotesi di scissioni). Non è, però, detto che sia sufficiente.

Resta, infatti, sospesa una delle questioni principali: come la Linke intenda affrontare la crisi europea senza intervenire direttamente nel modificare il quadro politico tedesco, a tutt’oggi ancora dominato dalla Unione e dalla Cancelliera. Una possibile evoluzione “a sinistra” del panorama politico passa necessariamente dal superare l’astio verso la SPD e dalla definizione di un programma minimo comune. Solo in questo modo la Linke può sperare di diventare nuovamente un partito la cui utilità è percepita dai cittadini e non limitarsi ad attrarre gli scontenti e i delusi della SPD, profittando, ad esempio, di una nuova grande coalizione tra SPD e CDU/CSU.

Le note dell’Internazionale hanno chiuso le elezioni ieri e oggi il congresso: alla nuova dirigenza gli auguri per il difficile compito, la nuova rotta della Linke non è stata ancora tracciata.

ps io non ero a Göttingen, città bellissima nella quale ho vissuto quasi un anno. Ma il congresso era in diretta streaming. So bene che non è lo stesso, ma è qualcosa…

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